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Riccardo Benzina – Midollo

Riccardo Benzina - Midollo - Taut Editori, 2025Riccardo Benzina – MidolloTaut Editori, 2025

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Qualche testo dall’ultimo libro di Riccardo Benzina (Bari, 1988), tra cui il poemetto centrale (sezione Trasparente) che dà il titolo alla raccolta. Una poesia dell’io che non si trastulla, non si piange addosso, non conta i metri quadri della stanza, e magari non (si) prende eccessivamente sul serio (“Benzina pratica un sarcasmo strutturale”, scrive a.p. nei risvolti), e tutto ciò soprattutto perché tutto sommato sta in disparte, non cerca una strada semplice, e parlo della scrittura che Riccardo non sparge onanisticamente a vanvera come fanno certi, e parlo della non episodica insorgenza di un noi partecipato, cioè altri/altro che gli appartengono e fanno parte della materia di questa poesia, che sia l’amore, che sia il dolore (“noi, esposti a un male, lo impariamo”), che sia la voglia “di fare conoscenza con tutti i qualcuno del mondo”, che sia un ambiente, naturale o domestico, sempre però intriso di una coscienza emotiva, di un occhio che non solo legge ma “abita”. Queste cose sono il midollo, “la sottigliezza di un’idea che fatica a dileguarsi”.

Riccardo pensa e respira, che nella sua scrittura stanno insieme, forse sono la stessa cosa. Non è un modo di dire, nel senso che sia i testi sia i “versi” – le frasi, gli enunciati spesso destrutturati che li compongono – si prendono il loro spazio e il loro fiato, un po’ per quella “idea sottile” (che voglio immaginare sia la poesia) che tende a dilatarsi e nutrirsi strada facendo, un po’ per quel che di “narrabile” si rinviene per quella stessa strada, e che merita di essere raccolto (“tienimi fuori da ogni storia / dove non c’è nulla”, dice Riccardo). Per capirci, qui la poesia narrativa non c’entra niente, nel senso che gli eventi, i “fatti”, sono già introiettati in una dimensione emotiva/affettiva, non sono più “oggetti” storici, si sono fatti coscienza direbbe Merlau-Ponty, e, come susseguente sublimato, poesia. È un meccanismo di appropriazione delle cose in cui la scrittura, come emergenza verbalizzante di quella coscienza, è lo strumento principe, ramifica, seppur ben controllata, in quello spazio/fiato che si diceva, crea immagini, metafore, simboli, oggetti totemici, li sposta, li mette sotto la luce, torna ad accantonarli, spesso in cauda, dietro un pensiero dominante. Se, come dice, “sono una superficie gli avvenimenti”, Benzina tenta sempre di grattarla, una stagione non è mai (solo) una stagione, un rapporto non è mai solo tale, “avaria e solitudine conducono a un pensiero di carrubi”, il “reame” del reale è sempre una congerie di segnali il cui valore risiede non in sé ma nella speranza, di poterli un giorno interpretare. Che è una delle mille cose a credito della poesia. (g. cerrai)

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