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Stefania Di Lino – La memoria dell’ombra, nota di Lucianna Argentino

Stefania Di Lino - La memoria dell’ombra (Edilet, 2024)Il tema dell’ombra in psicologia è fondamentale. Freud usò il termine Perturbante che indica qualcosa di inquietante, infido, sinistro, mentre Jung parlò di Ombra. Due concetti simili, ma con diverse sfumature e l’ombra di cui parla Stefania Di Lino nel suo ultimo libro “La memoria dell’ombra” (Edilet, 2024), a mio avviso, è più vicina al concetto di ombra junghiano ossia all’aspetto inconscio della personalità, al lato sconosciuto di sé stessi, quello che include tutto ciò che è al di fuori della luce della coscienza e può essere positivo e negativo. Importante è dunque avere consapevolezza della propria ombra, ma non identificarsi con essa quindi incorporarla, integrarla nel proprio essere, in modo da non caderne vittima, dando vita così a una coscienza più ampia, perché nonostante la sua funzione di “serbatoio per l’oscurità umana” – così è stata definita o forse proprio per questo – l’ombra è anche sede della creatività umana e dunque è un luogo da cui si può ripartire per ricomporre l’immagine di sé stessi che spesso la vita con le sue bordate stravolge. Ma la psicologia ci insegna che l’individuazione, quel processo fondamentale di sviluppo psichico che costituisce l’esperienza principale della persona e consiste nella ricerca e realizzazione del proprio progetto esistenziale, nella scoperta della propria autenticità, inizia proprio quando si riesce a prendere coscienza dell’Ombra.

“Nell’andare / ricordare sempre la propria ombra” ci esorta Stefania Di Lino in un verso che può anche intendersi come una sua indicazione di lettura per noi, benché poi certamente il pregio della poesia è quello di lasciarci liberi di trovare la nostra personale chiave di lettura, ma questi versi ci dicono anche quale è stata per la poetessa la strada che ha percorso e che ci offre. Nell’andare a ricordare sempre la propria ombra perché con la propria ombra, prima o poi bisogna confrontarsi, quindi non temerla anche se quest’ombra ogni tanto ha dei sobbalzi che ci spiazzano, fanno deragliare la nostra vita dai consueti binari su cui scorre. Ed è di questi deragliamenti che Stefania Di Lino ci racconta con un linguaggio forte, potente, incisivo che va in altezza e in profondità, così che mentre da un lato ci mette di fronte al potere devastante del dolore, “l’umano come la poesia lo si deduce da quel buco nero chiamato dolore” scrive, dall’altro lo trasforma in canto che consola anche se la sua non è poesia consolatoria. Tuttavia mostrandoci l’aspetto rigenerante che può avere il dolore che è misura della nostra umanità, non è nemmeno poesia totalmente annientata dal dolore, non è ripiegata su se stessa né nichilista. Parlare di nichilismo o di pessimismo in poesia ritengo sia una vera e propria contraddizione in termini, un vero e proprio ossimoro perché già il fatto che si scrive è indicativo di una fede o fiducia, se preferite, nel genere umano e nel potere rigenerante della poesia che con una mano ci schiaffeggia per scuoterci dal torpore di cui alle volte siamo preda, con l’altra ci accarezza, ci dice che non tutto è perduto, che qualcosa della nostra umanità può sperare in una salvezza. Certo una salvezza non facile che implica la nostra attiva collaborazione perché la speranza non è una passiva attesa di qualcosa che arriverà, ma il portare alla luce una presenza che è già qui, ma non riusciamo a vedere. E c’è speranza in questo libro che pure sembra condurci in una “selva oscura” (quella che abbiamo dentro e quella di cui la vita a volte ci apre le porte), in un abisso a cui la poetessa non si arrende, ma con la parola poetica lo sfida, lo attraversa in lungo e in largo tentando di svelarne il mistero. Cerca certamente una via d’uscita, ma non una fuga perché c’è spavento sì, ma c’è anche stupore che essa ci racconta con una “matita spuntata” dalle asperità della vita, consumata dalla fatica di esistere in un mondo che poco ha di confortevole e materno. E non ho usato quest’ultimo aggettivo a caso, ma ci tornerò più avanti. “La memoria dell’ombra”, corredato dalla prefazione di Agnese Moro e dalla postfazione di Anna Maria Curci autrice quest’ultima anche di una bella traduzione in tedesco della poesia che chiude la silloge, è un libro diviso in due sezioni: L’equilibrio delle pietre e Figlio mio chiamato da dove. Continua a leggere