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su Hairesis di Francesco Marotta

Francesco Marotta – Hairesis – Terra d’ulivi edizioni, 2016Francesco Marotta - Hairesis, Terra d'ulivi edizioni

 

La ristampa di un’opera di Francesco Marotta, con varianti e aggiunte rispetto alla primeva edizione  in ebook (Cepollaro E-dizioni, 2007), è sempre una bella notizia, anche se ormai risale al 2016. Lo è certo per me, che riprendo ora in mano questo libro e che seppure troppo sporadicamente ho frequentato il lavoro di Francesco, ma che sempre ho apprezzato, in questo ambiente per molti versi discutibile, la sua naturale riservatezza, una eremitica distanza dalle cose (alimentata da alcune buone ragioni) che tende a far dimenticare alla gente, almeno nella convulsione della rete, il suo essere un eccellente poeta. Ma anche per la poesia italiana in generale, stante la qualità quasi paradigmatica della sua scrittura, il suo rigore stilistico e morale, l’impegno costante ad immettere nei versi una spiritualità che non teme né di credere né di contestare il divino quando serve “(che tu sia maledetto in eterno / signore degli eserciti / dominatore di sabbie millenarie”) ed una umanità che non dimentica gli orrori e i dolori di cui è impastata, e di cui nessuno è incolpevole in quanto uomo, ma che coltiva il senso di un’etica amorevole che coinvolga il prossimo e il distante, l’io e l’ “altro”, l’amato e il disamato, i vivi e i morti, un’umanità capace anzi di reimparare “l’arte dimenticata di morire”, come dice una seqquenza del libro. Se altre volte ho parlato di “meditazione” in merito a certa poesia (non sempre, lo ammetto, in maniera appropriata), nel caso di Marotta credo sia quanto mai giusto, in questo libro come ad esempio in Per soglie di increato o Impronte sull’acqua  (v. QUI) attribuire una dimensione di intensa e concentrata riflessione, caratterizzata talvolta da testi di ampio respiro e di autorevolezza sapienziale. Quasi un esercizio spirituale, sull’essere in sé e in rapporto con la trascendenza, su cosa significhi essere uomini anche in relazione alla Storia, alla vita quale ininterrotta lectio.  Anzi, quale “poema ininterrotto”, come Marco Ercolani ha titolato  il volume a lui dedicato (Il poema ininterrotto di Francesco Marotta, Carteggi letterari Le edizioni, 2016). E in questa prospettiva Hairesis è un libro, non esito a dirlo, essenziale.

 

A parziale corredo di quanto scritto sopra ripropongo di seguito la nota che dedicai a Lettera da Praga (il primo testo del libro ed uno dei più importanti) e rimando inoltre a quella dedicata (v. link sopra)  a Impronte sull’acqua, entrambe del 2008:

Se non c’è memoria diretta (per ragioni anagrafiche o per semplice fortuna) della tragedia e della orrenda banalità del male di arendtiana memoria, c’è almeno, nella sensibilità dell’artista, “intuizione”, nel senso pieno, anzi etimologico del termine. Questa intuizione, o empatia nei confronti delle vittime, di quegli uomini sulla cui “entità” Primo Levi si interrogava, non è forse una delle missioni del poeta, ed insieme uno degli strumenti principi di questa missione? Ed egli, con la sua capacità di ricreare la lingua e con essa il dire e il raccontare, non svolge con questo un’azione eminentemente politica, affondando le proprie radici nella storia? Dico queste cose pensando proprio al testo di Francesco Marotta, più o meno come le pensavo, con qualche distinguo, quando leggevo “Giorni manomessi” di Roberto Ceccarini. Anche qui c’è innanzitutto l’accettazione di una eredità, di un legato, come potremmo dire in termini giuridici, l’accoglimento di una discendenza o di elementi biografici forti che la sensibilità di uomo e artista non può disconoscere, anche se si guardi la Storia da un limes, da una soglia, come osservava S.Aglieco parlando di “Per soglie di increato”. Da questi elementi e dal loro recupero o restauro è poi possibile innalzare lo sguardo con animo consapevole – e appunto empatico – alla storia, piccola o grande che sia. Incidentalmente, dal punto di vista della poesia la Storia, anche quella che scorre ora nelle nostre vite, non è affatto finita, con buona pace di alcuni pensatori (e anche di molti poeti). Ma stavo dicendo: dal dato biografico o dalla memoria indiretta o da quella che ho chiamato intuizione, il poeta innesca dinamicamente un rapporto con riflessioni più universali, dal dettaglio anche liricamente intimo e domestico alla visione di insieme della tragedia, in altre parole (e questo è il prodotto artistico) egli universalizza per noi il suo legato e ce ne rende partecipi. Mi viene in mente ora che avevo già espresso questo mio avviso, almeno indirettamente, quando mi fu posta la domanda principe “che cosa è la poesia?”. Nessuno lo sa, e tuttavia nessun poeta rinuncia al tentativo di dire la sua. Risposi (scusate se mi cito): “è anche vero (…) che è memoria e immaginazione. Cioè realtà e invenzione, tradizione e tradimento, in altre parole contaminazione e meticciato della nostra stessa storia. Con memoria e immaginazione torniamo alle radici stesse della poesia (…). Mi piace pensare, pur con tutte le distinzioni del caso, che anche la poesia attuale, che pure non ha niente di epico anzi è fondamentalmente poesia di crisi e ripiegamento, debba poggiare su questo binomio o binario, che è anche piedi, cioè radicamento nella realtà e nel vissuto, e testa, ideazione, ingegno, artigianato, linguaggio capace di creare l’immagine (ecco l’immaginazione, letteralmente) che estende la percezione di qualcosa che da privato (del poeta) diventa condivisibile ma non ovvio, anzi disvelante. A voler essere radicali potremmo dire che la poesia è così, o non è. E allora faremmo meglio a lasciarla nel cassetto”.  Credo che il testo di Marotta sia un bell’esempio, etico e poetico, di questo. Pur lamentando “il naufragio della storia”, compie la scelta (hairesis, il titolo del libro, “fare la scelta”, fino all’eresia) di dare voce anche a quei “giorni infiniti / mai nati”, non dimenticarne la linfa, combattere “la deriva degli anni”, rinnovare  “franate memorie sottovetro” di quei bambini sul cui corpo, “inesplorato degli anni / dove non sarebbero stati”, la Storia ha infierito. (g. cerrai)

Per qualche estratto dal libro rimando ai molti già presenti in rete, a cominciare dal sito di Francesco, La dimora del tempo sospeso, ma anche su La poesia e lo spirito e altri. Ma mi fa piacere riproporre la lettura in voce che feci quasi dodici anni fa per “Oboe sommerso”, il blog che aveva Roberto Ceccarini, poi rielaborata con fondo musicale (*) nel 2016.

 

 

 

(*) “Aleatory2” – generative music elaborata al computer.

Il varco nel muro – una nota su Afa epifanica dello steccato di Marina Pizzi

Marina Pizzi - Afa epifanica dello steccato

Pubblico qui l’articolo che appare sul n.4/2020 della rivista Menabò di prossima uscita, con il quale credo davvero di avere esaurito il mio  lavoro su Marina Pizzi, autrice di cui mi sono occupato svariate volte nel corso del tempo (v. QUI e QUI). La nota riguarda il suo ultimo libro, Afa epifanica dello steccato – Terra d’ulivi ed., 2019.

Il varco nel muro

Conosco Marina Pizzi da un bel po’ di tempo, in tanti suoi libri, tanto da coltivare alcune convinzioni. Ad esempio, mi ero persuaso che l’acquisizione da parte sua di una voce e uno stile duraturi nel tempo fosse anche una sua maniera, un modo per radicarsi nel mondo con almeno qualche certezza. Ma con lei mica puoi sapere. Così, quando ero arrivato alla constatazione di stare contemplando una specie di monolite kubrikiano della poesia italiana, ecco che lei se ne esce con un libro che, sì, ripropone certi suoi stilemi, una sua ancora accanita propensione a mettere in mora le parole, discreditarle e riaccreditarle, a decontestualizzarle piantandole come menhir smemorati in mezzo al verso o facendole slittare di senso, a strapazzare la sintassi, tendere all’oscurità del dettato; ma qui, in questo ultimo libro, trovo anche una discontinuità, una specie di varco nel muro, la possibilità di gettare uno sguardo su uno spazio privato che per molto tempo era rimasto nascosto, non tanto o non solo perché custodito da un naturale riserbo, ma perché sommerso in profondità abissali della psiche, di un dolore dell’anima e un horror vitae su cui si scagliava il linguaggio duro e puntuto di Marina. Avvisaglie certo ce n’erano già state, ad esempio in Segnacoli di mendicità (CFR, 2014), ma anche, per indizi palesi, altrove. Tanto che qui non solo si evidenziano esplicitazioni del privato  (“Ebbi un amore giovanile / Più giovane di me di sette anni”; “…Mia madre se ne andò / Con le preghiere in gola nel mormorio / Dei gatti nel cortile”), ma anche, come quasi richiede la materia, affioramenti di una liricità di assoluto livello, magari anche solo per pochi ma illuminanti versi (“In un registro di crisantemi t’amo / Vetusta andata della giovinezza”; “Aureole di baci ultimi sonnambuli / Nature fossili i tramonti”). Certo il nucleo centrale è ancora quello di una dolorante esistenza, nel quale i vuoti vengono colmati (o si tenta di colmarli) con un iperlinguaggio la cui principale caratteristica sono gli accostamenti radicali e apparentamente insensati, con una iperdescrizione di porzioni di realtà la cui esuberanza è direttamente proporzionale alla consapevole impossibilità di raggiungere una qualche pacificazione. In questo senso il linguaggio di Marina è una medicina amara ma irrinunciabile – e perciò il lavoro di Pizzi è potenzialmente infinito, proliferante, come ho scritto altrove – un inevitabile pharmakon, insieme cioè un curativo e un veleno (esattamente come, nel Fedro platoniano, è per Socrate il testo scritto). Lo è anche, ovviamente, per il lettore, al quale è richiesto di mettere in discussione quella parte di ordinarietà da cui è affetto il linguaggio di ciascuno e di accingersi ad una lettura non passiva, per quanto seduttivo possa essere il mero abbandonarsi anche al solo impulso sonoro che questa poesia, dove sspuntano metri classici, irradia. Insomma, come scrivevo in altra occasione, “la poesia di Pizzi pretende uno sforzo supplementare da parte del lettore, una specie di immersione nei propri riferimenti culturali, nel proprio bagaglio semantico, perfino nella propria psiche. E’ una specie di viaggio esoterico, di riconquista di codici”. Da questo punto di vista forse quest’ultimo libro, in qualche misura e nei limiti del possibile, è più “leggero”, anche per le ragioni suddette. Ma è indubbio che certi punti oscuri, che spesso assomigliano a quelli della poesia  della Rosselli che reputo essere uno degli “antenati” di Pizzi, certe immagini perturbanti come un quadro di Max Ernst (non mancano tratti surrealisti in lei) debbano essere assimilati e accolti, come pure certi termini feticcio come “gerundio” (“gerundio di fallacia il mio tramonto”), che rimanda direttamente a qualcosa di indefinito, ad un processo o un sentire sempre relazionato ad “altro” o singolari metafore (“gheriglio amanuense il mio ceervello / vellutato dal soffio di amore”). Insomma il consiglio che mi sento di dare è cercare sempre, nel testo, di individuare un nucleo,  una associazione per quanto astratta, una metafora in genere più concettuale o cognitiva che meramente retorica o analogica. E’ lì che tutto si svela. (g. cerrai)
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