La poesia della negritudine, a cura di Emanuele Pini

Aimé Cesaire da giovane

Una foto giovanile di Aimé Cesaire

POESIE DI NEGRITUDINE

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La poesia è un animale piuttosto strano, che nessuno ha mai saputo domare davvero. Nessuno infatti sa ancora dire con esattezza quali siano le sorgenti da cui scaturisca, eppure sgorga e talvolta capita persino che questa creatura nasca da una lontananza. Spesso la parola stessa è generata da questa mancanza, un abisso tra il proprio mondo intimo e una realtà concreta, brutale.

Una condanna all’esilio ha così ispirato celeberrimi artisti come Omero, Dante, Foscolo e via, ce n’è da spellarsi le mani a cavar fuori esempi dalla letteratura, tanto che possiamo distinguere anche nel XX secolo un’intera corrente poetica segnata da questa condizione: la poesia della Negritudine, una poesia dell’esilio.

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Dopo il fosco periodo della colonizzazione, dalla metà del ‘900 infatti si concede via via, anche grazie ai compromessi politici della Guerra Fredda, l’indipendenza a molti Paesi di quello che per l’appunto verrà soprannominato “Terzo Mondo”. È durante questo complesso e variegato processo di decolonizzazione che gli intellettuali gridano con orgoglio che l’uomo bianco non ha civilizzato, ma ha conquistato e poi dominato, fino a imporre modelli a una cultura preesistente, una ricca cultura umiliata e via via depredata.

Siamo solo nel 1936 quando Aimé Cesaire, poeta surrealista della Martinica, conia questo termine e intorno a lui a Parigi si forma un gruppo tanto solido quanto eterogeneo, che fonda la rivista Lo Studente Nero.

Tra le pagine di questa rivista si può leggere una delle prime poesie di Léopold Sédar Senghor, un giovane senegalese studente di Lettere; questo testo era intitolato Il ritratto:

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Lui ancora non conosce

L’ostinazione del mio rancore acuita dall’inverno

Né la necessità della mia Negritudine tiranna” […].

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Ecco, la Negritudine è questa fierezza delle popolazioni nere, che riconoscono il valore della loro civiltà, della loro storia e delle loro tradizioni o, con le parole di Aimé Césaire:

La Negritudine è la semplice consapevolezza del fatto d’essere nero e l’accettazione di questo fatto, del nostro destino di Nero, della nostra storia e della nostra cultura”. Continua a leggere

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Giacomo Cerrai – Alcuni inediti su La dimora del tempo sospeso

Iroojrilik, Isole Marshall, foto Julian CharrièreQuesta volta parlo di me, su questo blog. Lo faccio assai raramente, come sa chi mi segue, preferisco parlare di altri poeti, ospitarne altri. Invece l’occasione questa volta è che l’amico (amico davvero) Francesco Marotta ospita qualche mia poesia più o meno inedita sul suo sito, La dimora del tempo sospesoblog storico e archivio imponente di poesia italiana e straniera. Se volete potete trovare i testi raccolti sotto questo titolo, Luoghi scarsamente popolati, che in realtà è da riferirsi ad una sezione precisa di un ipotetico futuro libro che forse, speriamo, si farà. Altre volte in passato ero stato ospitato da Francesco, cosa di cui gli sono davvero grato (ad es. v. QUI  e anche QUI). Gli amici che vorranno farlo sono pregati di lasciare eventuali commenti lì.  (g.c.)

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Sergio Carlacchiani – Poesie inedite, nota di Rita Pacilio

La poesia a voce alta, le parole trovatesergio carlacchiani

Inediti di Sergio Carlacchiani

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La parola poetica di Sergio Carlacchiani è posseduta da una forma emotiva efficace e originale che entra pienamente a contatto con il mondo. Spettatore e attore, l’autore tiene insieme interiorità e pensiero al fine di dispiegarsi per le strade della vita quotidiana, tra i fardelli della materia e dell’immaginazione visionaria. Lo fa con il desiderio di entrare in comunione con l’essenza umana al fine di riuscire a sopravvivere al dolore, alla superficialità, al disordine, alla caduta repentina e convulsa della nostra coscienza di fronte alla fragilità. I valori umani conducono ad aspettative che prevedono comportamenti e progetti a favore dell’amore e della comunanza con l’ambiente naturale. Carlacchiani si spoglia di fardelli biologici e ferite per sottostare alla bellezza dell’incontro con il divino, con il Padre. Pertanto, la paternità umana è una fase ciclica in cui la figliolanza si alterna in maniera paradossale al cambio repentino del ruolo. Figlio e Padre restano elementi di comparazione che si influenzano, si attraggono e si scontrano, proprio lì dove l’apertura dialogica consente l’eterno confronto. Il moto dell’anima confluisce nel flusso armonico della voce che si avvolge di potente respiro: l’autore ora scrive, ora declama* intrecciando tensioni che sprigionano pathos e risoluzioni esistenziali. (Rita Pacilio)

*vengono riportati in calce i link youtube per l’ascolto dei testi recitati dall’ autore.

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Maxwell Bodenheim – Poesie, a cura di Emilio Capaccio

Maxwell BodenheimLa poesia è l’impertinente tentativo

di dipingere il colore del vento

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M. B.

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Maxwell Bodenheim (Hermanville, 26 maggio 1893 — New York, 6 febbraio 1954) è stato un poeta e romanziere americano, di origine tedesca, caratterizzato da uno stile accurato e forbito, influenzato da elementi del modernismo e del naturalismo francese.

Comparve sulla scena letteraria intorno agli anni ’20, gli anni d’oro del jazz, diventando in breve tempo una figura di spicco del movimento culturale di rinascita, denominato: “Chicago Renaissance”.

Il movimento si caratterizzava per una grande vitalità e fermento da parte di molti intellettuali, poeti, giornalisti, artisti, che affrontavano con crudo realismo tematiche urbane, e gravitavano intorno alla città di Chicago. Tra questi autori ricordiamo: Edgar Lee Masters, Sherwood Anderson, Carl Sandburg, Harriet Monroe.

Bodenheim ebbe 3 mogli, ma a partire dagli anni ’30, già dopo la morte della seconda moglie, iniziò progressivamente il suo declino nella piena indigenza. Fu arrestato varie volte per rissa, vagabondaggio e ubriachezza, nell’epoca viva del proibizionismo.

La sua terza moglie Ruth, condivise con lui la stessa vita sregolata, vivendo insieme di espedienti e accattonaggio senza una dimora stabile, dormendo dove capitava, nei parchi o su qualche panchina.

Furono uccisi entrambi nel 1954 da un lavapiatti che aveva offerto loro un letto per la notte in una catapecchia a Manhattan.

Dopo essersi costituito il giovane fu dichiarato dal giudice malato di mente e sfuggì alla pena di morte.

Tra le raccolte poetiche di Maxwell Bodenheim, si annoverano: Minna and Myself (1918), Advice (1920), Against This Age (1923), The King of Spain (1928), Bringing Jazz! (1930), Selected Poems (1946).

Tra i suoi romanzi, invece ricordiamo: Blackguard (1923), Replenishing Jessica (1925), Ninth Avenue (1926), Georgia May (1927), Naked on Roller Skates (1930), A Virtuous Girl (1930). (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio)

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“Women: a century of change” ; a proposito di fotografie, emergenza, crisi e rinascita oggi, una nota di Elisa Castagnoli

ghana schoolgirls, Randy Olson

“Women: a century of change” ; a proposito di fotografie, emergenza, crisi e rinascita oggi

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La mostra fotografica “Women: a century of change” allestita da National Geographic in collaborazione con i musei bolognesi presso Santa Maria della Vita e prevista fino al prossimo Maggio non è più visitabile a causa della chiusura tempestiva di tutti i luoghi pubblici e culturali per l’ epidemia devastante che sta colpendo il nostro paese insieme al resto d’Europa e del mondo. Ho avuto modo di vedere quelle fotografie pochi giorni prima che il decreto sancisse la chiusura definitiva di tutti i luoghi pubblici cittadini. Mi domandavo se avesse senso parlare di queste immagini ora di fronte ad emergenze molto più gravi, sanitarie e economiche del paese. Eppure, mi sembra che i nuclei tematici in cui è suddiviso il percorso, aprendo prospettive sulla rappresentazione del femminile nel tempo e nello spazio attraverso le diverse culture –un secolo di storia delle donne- abbiano ancora molto da dirci, oggi, di fronte all’emergenza che stiamo vivendo. Le immagini di queste donne infatti ruotano intorno ad espetti essenziali dell’esistenza che tanto più siamo chiamati a riconsiderare o attraverso i quali ripensare l’emergenza attuale: la forza come resilienza, la saggezza come discernimento di fronte all’inaspettato, l’amore come principio unificante tra gli individui infine la bellezza come baluardo contro la distruzione della nostra specie.

I: Empatia

L’amore   nelle sue differenti accezioni viene definito dal dizionario Treccani come forza universale di riconnessione e unione tra le anime, le persone e i luoghi, tra il divino e l’umano, tra il sentire e l’agire individuale. Esso è ancora il desiderio di produrre un bene comune, il bene dell’altro, poi l’ attrazione basata su un affetto o un sentimento che unisce due persone, infine la vicenda o la passione amorosa. Oggi, ritroviamo le nostre case come luoghi di rifugio e insieme di vita concentrata in pochi metri quadrati di spazio ritagliati dall’esterno per prendere le distanze dal mondo, per cautelarci e insieme prenderci cura dei nostri cari. Iniziamo a osservarlo in un silenzio nuovo, e, tale lentezza dimenticata ci riporta a un tempo del passato, lento e scandito dai ritmi e le mansioni quotidiane nel quale oggi, di nuovo, ci troviamo a vivere, costretti a fermarci e a restare.

L’amore in questo frangente estremo ritorna ad essere empatia con l’altro pur nella distanza. Tracciare i confini di un proprio spazio, intimo e invalicabile come la casa, e insieme vivere quest’empatia o fratellanza con chi ci è prossimo affettivamente. Sentire gli altri vicino e lontano insieme pur nella distanza, sulla base di un comune destino che ci tiene qui legati come specie. Allora, gli abbracci e i baci con i nostri simili come la possibilità di stare vicino e condividere il contatto con gli amici, i famigliari, i prossimi li riscopriremo , quando ci saranno concessi liberamente dopo la pandemia come dono, unico e prezioso, di cui avere cura. Continua a leggere

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Ernesto Franco – Donna cometa, nota di Claudia Mirrione

Ernesto Franco, Donna cometa, Donzelli editore 2020Ernesto Franco, Donna cometa, Donzelli editore 2020

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Donna cometa, questo è il titolo della raccolta di poesie di Ernesto Franco, nato nel 1956 a Genova e direttore editoriale di Einaudi, nonché traduttore e studioso di letteratura ispano-americana.

La silloge accoglie in sé quarantotto brevi composizioni incentrate tutte sulle conseguenze di un‘amara perdita, sull’assenza, definitiva, della donna amata.

La figura femminea delineata ha pelle candida, brilla di luce lunare, intagliata, com’è, nella notte dall’astro serale (Luna). I suoi seni come colline ardenti, i fianchi tali da “ferrare al ventre” (Intenzione prima), sono sinuosi come “vele”, come “bianchi petali” (Vele), come le dune modellate dal vento (Dune). Le sue gambe si muovono flessuose e liquide nel lino (Notte e fari) o nella seta, come “una nuvola rossa nel bianco e nero delle strade” (Mobilis in mobile). I suoi capelli sono di rame, come il metallo associato alla dea Venere, bellezza e sensualità in divenire (Rame, il simbolo chimico del rame, Cu, è l’abbreviazione per Cuprum in quanto in antichità era estratto in abbondanza a Cipro, isola sacra a Venere).

Eppure non è tutto qui, l’erotismo o almeno la sua assenza e mancanza, non risolve e non spiega fino in fondo Donna cometa. La donna cantata è leggiadra (La mano tua), così leggera e rarefatta ché, quando cammina, danza di “passi strani” (Per via), è “intensa” e – ossimoricamente – “distratta” insieme (Intenzione prima). Al giorno ella scintilla – in una corrispondenza micro-macrocosmo – di luce solare che le versa sulla pelle “carezza celeste”, “tenerezze astrali” (Rame), una lievissima pennellata stilnovistica (“Come può farcela Dio, ora, senza te al mondo?” In Bestemmia).

Ma soprattutto Donna cometa è metaforicamente intreccio, cioè “ciò che lega” (Tessuto): lega tessere di tempo immoto, frammenti di identità dell‘altro, lega a sé il poeta (La mano tua), è “trama che intreccia i gesti e i volti in uno scopo, le cose che da sole sono niente”: era ed è ancora in qualche modo datrice di senso (Intrecci), come Pilar (XXIV) lo era per Saramago.

Era ed è ancora, sì, perché in queste due solitudini generatesi (l’aggettivo solo/a ricorre con tono pungentemente doloroso nella stragrande maggioranza delle liriche), dopo un lungo cammino difficile da accordare (Contrappunto), rimane potente lo strascico, penetranti le tracce, durevole la scia chiomata tanto da produrre una quarta dimensione temporale, che non coincide più col mero presente, passato o futuro, ma che è il “presente trapassato” (Baie des Trépassés). Cosa vuol dire? Nel Canzoniere di Petrarca, che pure è uno dei modelli tenuti in considerazione dall’autore (cfr. l’incipit di Santa Giulia, “In mar che frange”, con RVF CCXXXVI), venivano separate le rime in vita ed in morte di Laura. Nei delicatissimi frammenti poetici della silloge in questione, invece, vita e morte di Donna cometa vivono insieme in ciascuna delle liriche, simultaneamente: si accavallano strati di tempo, rassegnati Erinnerungen, senso di vacuità dell’hic et nunc, sussurri (“i ricordi non sono futuro, dice piano la tua lingua al mio orecchio”, Raccolto) di un’ombra.

Anzi, del Dono di un’ombra (III) che pure è ed è costantemente accanto e che tuttavia continua a non essere, almeno non nel senso esperibile del termine: è un’ombra “sorda”, è la presenza-assenza di lei di matrice squisitamente montaliana che parifica Donna cometa a Mosca, a Clizia, a Volpe, ad Annetta-Arletta. Oltre ai già citati Petrarca e Montale, in Ernesto Franco si insinua soave la lezione della lirica d’amore degli antichi, in primo luogo certamente riferimenti a Omero, a Saffo e a Catullo. Ma anche della tragicità della tradizione stilnovistica italiana: nel fluire spesso narrativo, solo talvolta raggrumante, del suo poetare, Dante si mischia a Cavalcanti, anche se la cavalcantiana disgregazione degli spirti dell’io avviene non nel senso spirituale, ma – inizialmente – sul piano fisico e intimamente viscerale (cfr. “Per li occhi ai sensi, al cuore non ancora” in Intenzione prima).

Tale immaginario di Donna cometa prende forma in soluzioni metrico-stilistiche estremamente limpide, cioè nella struttura delle composizioni, che fa pendant con un lessico accuratamente selezionato e petrarchescamente omogeneo, e tuttavia non scevro di un raffinatissimo labor limae. L’impiego di figure retoriche (allitterazioni, iterazioni martellanti – Io ti – poliptoti, ossimori, sinestesie, assonanze, etc.) è estremamente vario e diversi sono gli schemi e tecniche rimiche (rime alternate, replicate, baciate, rime derivative al mezzo, rime all’occhio). La sensazione complessiva che ne deriva è quella di un elegantissimo nitore, uno splendore, una lucentezza della forma: la stessa lucentezza di cui si ammanta Donna cometa, che, ancora, e poi ancora, coi suoi “passi strani” danza, facendo in modo da ingenerare non solo e non tanto Uno di due (IX) ma due in uno. (claudia mirrione)

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Paolo Ruffilli – Le cose del mondo, nota di Rita Pacilio

Paolo Ruffilli – Le cose del mondo (Poesie 1978-2019), Mondadori 2020Paolo Ruffilli - Le cose del mondo (Poesie 1978-2019), Mondadori 2020

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L’opera poetica Le cose del mondo di Paolo Ruffilli ristabilisce un legame importante tra poesia e società chiamando in causa la vicenda umana degli ultimi quarant’anni della storia e della letteratura. Ruffilli, attraverso la parola visionaria che tocca lirismi sapientemente strutturati sulla base di strofe agilmente rimate e ritmate, intesse e approfondisce un dialogo nuovo con i gusti, le epoche, la tradizione, il mondo. Le sette sezioni del libro indagano lo stupore, la totalità dell’essere, il viaggio e il naufragio disperato, il ritrovamento di dimensioni atemporali ed emblematiche che aprono la strada all’inquieto macrocosmo e a un cammino ancora da riformulare, da compiere. I fattori ambientali e affettivi riedificano parametri emozionali che si animano nella nominazione delle cose. Le cose esteriori, infatti, interagiscono con la vita riuscendo a creare un animismo percettivo con gli innumerevoli impulsi interiori dell’uomo che impara, con il tempo, a sublimare l’oggettivazione. Il fine ultimo della ‘grazia poetica’ è quello di giungere alla sacralità dei gesti simbolici personali, all’ammorbidimento delle ombre dei centri affollati e a edificare una notevole gamma di epicentri di pensiero per fermare un ciclo temporale abitudinario e infernale di ascendenza dantesca. Passato e presente si sovrappongono lì dove il padre e la figlia rimescolano una dimensione emotiva di straordinaria profondità grazie alle feconde figurazioni del ‘sentire’. Così le interrogazioni esistenziali di Paolo Ruffilli ospitano un rapporto interattivo tra poesia e realtà in cui le esperienze dell’autore vengono assorbite dall’umanità intera immedesimando tempo, memoria, intuizione dei nessi tra parola e reale e libertà di amare. (Rita Pacilio). Continua a leggere

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Elizabeth Roberts MacDonald – Poesie, a cura di Emilio Capaccio

Elizabeth Roberts MacDonaldI cancelli del Cielo furono aperti

e nel bagliore di quel momento

brillò la pace appresa un tempo

e l’amore oltre un sogno.

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E. R. M

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Elizabeth Roberts MacDonald, nome completo Jane Elizabeth Gostwyck Roberts MacDonald, chiamata dai familiari affettuosamente “Nain”, nacque il 17 febbraio del 1864 a Westcock, nei pressi di Sackville, New Brunswick, Canada. Suo padre era il reverendo George Goodridge Roberts, pastore anglicano, rettore di Fredericton e canonico della “Christ Church Cathedral”.

Sua madre era, invece, Emma Wetmore Bliss, figlia di George Pidgeon Bliss (“Receiver General”, ovvero tesoriere e ragioniere dello stato di New Brunswick).

Nacque in una famiglia di 6 figli: una sorella, May, e quattro fratelli, il primo dei quali sarebbe diventato il celebre poeta Charles George Douglas Roberts, considerato capostipite dei poeti canadesi.

Elizabeth, come i suoi fratelli, Charles George Douglas e Theodore Goodridge, ricevette la prima istruzione al “Collegiate School” e successivamente fu una delle prime donne ad essere ammessa alla “University of New Brunswick” di Fredericton.

Nel corso della sua adolescenza integrò la sua formazione scolastica con lo studio e l’approfondimento di autori inglesi e americani, insieme ai fratelli, sotto la guida del padre, trascorrendo pomeriggi immersa nella lettura, tra i tantissimi fiori dei giardini della casa paterna, tante volte richiamati nelle sue poesie, negli splendidi scenari dei paesaggi canadesi.

Indubbiamente, proprio quest’indole contemplativa e il contesto ambientale, ricco di elementi naturalistici e sfondi incontaminati, segnarono indelebilmente la lirica della MacDonald che si contraddistinse per una soave delicatezza dei versi e per un rimando a elementi della natura e del sogno, quale dimensione dentro cui elevare il canto e la propria immaginazione tra boschi di abeti e corsi d’acqua, nelle tiepide primavere o lungo le montagne innevate del New Brunswick.

Elizabeth iniziò a scrivere i primi componimenti poetici molto giovane e collaborò con le più prestigiose riviste letterarie dell’epoca, tra le quali: “The Century”, “The Independent”, “Outing Magazine”, “Canadian Bookman”, “Canadian Magazine”.

Nel 1889, incoraggiata e finanziata dal padre, divulgò in forma privata: Poems; una primissima raccolta di quindici poesie, in cui è già evidente la sua poetica incentrata su elementi onirici e paesaggistici con un canto del sentimento amoroso delicato, senza scivolare nella prolissità e nell’eccessiva tragicità tipica di alcuni poeti romantici.

Dal 1891 al 1892 insegnò nella “School for the Blind”, di Halifax, capitale della provincia di Nova Scotia, ma di lì a poco fu costretta ad abbandonare l’insegnamento a causa delle precarie condizioni di salute.

Nel 1896 sposò il cugino, Samuel Archibald Roberts MacDonald, con il quale ebbe tre figli: l’ultima, Emma Hilary, scomparve tragicamente quando aveva poco meno di un anno, segnando tragicamente la vita della poetessa.

Nel 1899 insieme agli altri due fratelli, Charles George Douglas e Theodore Goodridge, pubblicò l’antologia poetica: Northland Lyrics, e nel 1906: Dream Verses and Others, raccolta che dedicò al marito.

Dimostrò anche uno spiccato talento per la prosa, pubblicando una serie di racconti per l’infanzia su periodici quali: “New York Churchman” e “Peterson’s Magazine”, e la novella in dieci capitoli: Our Little Canadian Cousin (1904), diventata una celebre storia per ragazzi.

Visse a Fredericton fino al 1912, poi si trasferì con il marito e i due figli, Archibald George e Cuthbert Goodridge, a Nelson, nella Columbia Britannica, dove divenne uno dei leader del movimento a favore del suffragio femminile[1].

Nel 1914, a causa delle difficoltà di natura finanziaria, fu costretta a trasferirsi per un breve periodo e Vancouver e poi a Winnipeg, dove soggiornò circa un anno, lavorando come corrispondente del “Winnipeg Telegram”.

Nel 1915, in seguito alla decisione del marito di arruolarsi nell’esercito come ufficiale medico, si separò, rinunciando alla vita coniugale, e si trasferì a Ottawa dove risiedevano due fratelli, la sorella e la madre.

Morì nel “Carleton County General Protestant Hospital” di Ottawa, l’8 novembre del 1922, a causa di complicazioni insorte per una caduta che le aveva provocato la frattura dell’anca.

La sua morte fu registrata dal marito e le spoglie furono portate al Beechwood Cemetery, illustre Cimitero Nazionale del Canada. (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio)

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su Hairesis di Francesco Marotta

Francesco Marotta – Hairesis – Terra d’ulivi edizioni, 2016Francesco Marotta - Hairesis, Terra d'ulivi edizioni

 

La ristampa di un’opera di Francesco Marotta, con varianti e aggiunte rispetto alla primeva edizione  in ebook (Cepollaro E-dizioni, 2007), è sempre una bella notizia, anche se ormai risale al 2016. Lo è certo per me, che riprendo ora in mano questo libro e che seppure troppo sporadicamente ho frequentato il lavoro di Francesco, ma che sempre ho apprezzato, in questo ambiente per molti versi discutibile, la sua naturale riservatezza, una eremitica distanza dalle cose (alimentata da alcune buone ragioni) che tende a far dimenticare alla gente, almeno nella convulsione della rete, il suo essere un eccellente poeta. Ma anche per la poesia italiana in generale, stante la qualità quasi paradigmatica della sua scrittura, il suo rigore stilistico e morale, l’impegno costante ad immettere nei versi una spiritualità che non teme né di credere né di contestare il divino quando serve “(che tu sia maledetto in eterno / signore degli eserciti / dominatore di sabbie millenarie”) ed una umanità che non dimentica gli orrori e i dolori di cui è impastata, e di cui nessuno è incolpevole in quanto uomo, ma che coltiva il senso di un’etica amorevole che coinvolga il prossimo e il distante, l’io e l’ “altro”, l’amato e il disamato, i vivi e i morti, un’umanità capace anzi di reimparare “l’arte dimenticata di morire”, come dice una seqquenza del libro. Se altre volte ho parlato di “meditazione” in merito a certa poesia (non sempre, lo ammetto, in maniera appropriata), nel caso di Marotta credo sia quanto mai giusto, in questo libro come ad esempio in Per soglie di increato o Impronte sull’acqua  (v. QUI) attribuire una dimensione di intensa e concentrata riflessione, caratterizzata talvolta da testi di ampio respiro e di autorevolezza sapienziale. Quasi un esercizio spirituale, sull’essere in sé e in rapporto con la trascendenza, su cosa significhi essere uomini anche in relazione alla Storia, alla vita quale ininterrotta lectio.  Anzi, quale “poema ininterrotto”, come Marco Ercolani ha titolato  il volume a lui dedicato (Il poema ininterrotto di Francesco Marotta, Carteggi letterari Le edizioni, 2016). E in questa prospettiva Hairesis è un libro, non esito a dirlo, essenziale.

 

A parziale corredo di quanto scritto sopra ripropongo di seguito la nota che dedicai a Lettera da Praga (il primo testo del libro ed uno dei più importanti) e rimando inoltre a quella dedicata (v. link sopra)  a Impronte sull’acqua, entrambe del 2008:

Se non c’è memoria diretta (per ragioni anagrafiche o per semplice fortuna) della tragedia e della orrenda banalità del male di arendtiana memoria, c’è almeno, nella sensibilità dell’artista, “intuizione”, nel senso pieno, anzi etimologico del termine. Questa intuizione, o empatia nei confronti delle vittime, di quegli uomini sulla cui “entità” Primo Levi si interrogava, non è forse una delle missioni del poeta, ed insieme uno degli strumenti principi di questa missione? Ed egli, con la sua capacità di ricreare la lingua e con essa il dire e il raccontare, non svolge con questo un’azione eminentemente politica, affondando le proprie radici nella storia? Dico queste cose pensando proprio al testo di Francesco Marotta, più o meno come le pensavo, con qualche distinguo, quando leggevo “Giorni manomessi” di Roberto Ceccarini. Anche qui c’è innanzitutto l’accettazione di una eredità, di un legato, come potremmo dire in termini giuridici, l’accoglimento di una discendenza o di elementi biografici forti che la sensibilità di uomo e artista non può disconoscere, anche se si guardi la Storia da un limes, da una soglia, come osservava S.Aglieco parlando di “Per soglie di increato”. Da questi elementi e dal loro recupero o restauro è poi possibile innalzare lo sguardo con animo consapevole – e appunto empatico – alla storia, piccola o grande che sia. Incidentalmente, dal punto di vista della poesia la Storia, anche quella che scorre ora nelle nostre vite, non è affatto finita, con buona pace di alcuni pensatori (e anche di molti poeti). Ma stavo dicendo: dal dato biografico o dalla memoria indiretta o da quella che ho chiamato intuizione, il poeta innesca dinamicamente un rapporto con riflessioni più universali, dal dettaglio anche liricamente intimo e domestico alla visione di insieme della tragedia, in altre parole (e questo è il prodotto artistico) egli universalizza per noi il suo legato e ce ne rende partecipi. Mi viene in mente ora che avevo già espresso questo mio avviso, almeno indirettamente, quando mi fu posta la domanda principe “che cosa è la poesia?”. Nessuno lo sa, e tuttavia nessun poeta rinuncia al tentativo di dire la sua. Risposi (scusate se mi cito): “è anche vero (…) che è memoria e immaginazione. Cioè realtà e invenzione, tradizione e tradimento, in altre parole contaminazione e meticciato della nostra stessa storia. Con memoria e immaginazione torniamo alle radici stesse della poesia (…). Mi piace pensare, pur con tutte le distinzioni del caso, che anche la poesia attuale, che pure non ha niente di epico anzi è fondamentalmente poesia di crisi e ripiegamento, debba poggiare su questo binomio o binario, che è anche piedi, cioè radicamento nella realtà e nel vissuto, e testa, ideazione, ingegno, artigianato, linguaggio capace di creare l’immagine (ecco l’immaginazione, letteralmente) che estende la percezione di qualcosa che da privato (del poeta) diventa condivisibile ma non ovvio, anzi disvelante. A voler essere radicali potremmo dire che la poesia è così, o non è. E allora faremmo meglio a lasciarla nel cassetto”.  Credo che il testo di Marotta sia un bell’esempio, etico e poetico, di questo. Pur lamentando “il naufragio della storia”, compie la scelta (hairesis, il titolo del libro, “fare la scelta”, fino all’eresia) di dare voce anche a quei “giorni infiniti / mai nati”, non dimenticarne la linfa, combattere “la deriva degli anni”, rinnovare  “franate memorie sottovetro” di quei bambini sul cui corpo, “inesplorato degli anni / dove non sarebbero stati”, la Storia ha infierito. (g. cerrai)

Per qualche estratto dal libro rimando ai molti già presenti in rete, a cominciare dal sito di Francesco, La dimora del tempo sospeso, ma anche su La poesia e lo spirito e altri. Ma mi fa piacere riproporre la lettura in voce che feci quasi dodici anni fa per “Oboe sommerso”, il blog che aveva Roberto Ceccarini, poi rielaborata con fondo musicale (*) nel 2016.

 

 

 

(*) “Aleatory2” – generative music elaborata al computer.

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Jeanne Dortzal – Poesia, a cura di Emilio Capaccio

jeanne dortzalCanterà così come respira, e le sue mattine

s’innalzeranno a Dio come barriera di perle.

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J. D.

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Jeanne Dortzal (Nemours, distretto di Tlemcen, Algeria, 24 gennaio 1878 – Parigi, 1943) è stata un’attrice teatrale, drammaturga e poetessa algerina di lingua francese.

Dotata di grande bellezza, lasciò, ancora adolescente, l’Algeria con la madre, che si era separata dal marito, e grazie all’amicizia del poeta Pierre Guédy, con il quale più tardi ebbe un figlio, intraprese la carriera di attrice di teatro.

Pierre Guédy, che era anche amico stretto del critico teatrale e scrittore Paul Léautaud, fu uno dei primi, insieme al poeta Jean Lorrain, allo scrittore Victor Margueritte e alla stessa Jeanne Dortzal, a partecipare all’esordio del fotoromanzo letterario francese, dalle tinte blandamente erotiche, rivolto a un giovane pubblico femminile, e curato dall’editore Nilsson.

Gli esordi della Dortzal avvennero nel vaudeville con l’opera: “Le Faubourg” di Abel Hermant, poi l’attrice passò al Teatro dell’Odéon di Parigi, recintando in ruoli classici e al Teatro Francese di Anversa. In questi anni conobbe un apprezzabile successo, tanto da essere raffigurata anche su alcuni francobolli degli inizi del ‘900.

Intorno al 1910 lasciò l’attività teatrale per dedicarsi completamente alla scrittura: scrisse pezzi teatrali, alcuni racconti, ma soprattutto raccolte poetiche, tra le quali ricordiamo: Vers sur le Sable (1901); Vers l’Infini (1904); Le Jardin des Dieux (1908); Les Versets du Soleil (1921); La Croix de Sable (1927); Le Credo sur la Montagne (1934).

Morì nel 1943 distrutta dal dolore per la perdita prematura di quell’unico figlio, Pierre, avuto da Pierre Guédy. (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio) Continua a leggere

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