Studio Azzurro: Testimoni dei testimoni, la Shoah, un video

Studio Azzurro: “Ricordare e raccontare la shoah, di Elisa Castagnoli

Molti sono stati i modi di ricordare, commemorare e rendere tributo alle vittime dell’olocausto attraverso testimonianze, racconti, opere cinematografiche e letterarie in occasione della Giornata della Memoria, lo scorso 26 gennaio. Gli Istituti Italiani di cultura all’estero hanno reso disponibile e presentato in streaming il documentario “Testimoni dei testimoni, ricordare e raccontare Auschwitz” realizzato da Studio Azzurro, un collettivo di artisti contemporanei in collaborazione con un gruppo di giovani studenti esplorando le possibilità espressive dei nuovi media.

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Ci si potrebbe chiedere, come raccontare oggi ciò che a distanza d’anni appare ancora sotto il segno dell’indicibile, dell’inenarrabile, nell’aberrazione ultima dell’umano, in altre parole quale arte si può produrre ancora dopo Auschwitz, si domandava Adorno nel 1949, dopo il fallimento di tutta la cultura occidentale di fronte alle barbarie dello sterminio?

Il proliferare di opere artistiche e letterarie intorno alla shoah palesa in maniera evidente la necessità innegabile della memoria, non solo quella individuale dei testimoni diretti o di seconde generazioni ma anche quella collettiva, di una coscienza critica comune sorta sulle ceneri del passato contro l’oblio e la ripetizione cieca degli stessi meccanisti distruttivi.

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Una domanda si pone qui: come la shoah può divenire oggetto di rappresentazione oggi da parte delle seconde e terze generazioni dei sopravvissuti cioè come la memoria storica- al di là delle logiche di mercato che renderebbero perfino l’orrore commercializzabile- può rispecchiarsi e rendersi presente nella società attuale? Tale domanda resta alla base dell’installazione visiva realizzata da Studio Azzurro dove “i testimoni dei testimoni”, giovani d’oggi si sono confrontati con i luoghi dello sterminio e i racconti dei sopravvissuti in un eco di immagini e voci riflesse tra passato e presente.

 

In altre parole, il documentario si snoda in salti temporali simili a quelli cui è soggetta la memoria di ciascuno di noi. Le immagini agghiaccianti filmate alla fine della seconda guerra mondiale all’ingresso degli americani nei lager compaiono accanto ai volti dei testimoni d’oggi. Alle voci dei sopravvissuti fanno eco quelle di un gruppo di giovani tornati a distanza di tempo sugli stessi luoghi con l’intento documentario, nel video, di scuotere le coscienze e produrre una rinata consapevolezza critica sul presente. Tale percorso si vuole costante asincronia tra il vedere e l’udire, ovvero l’immagine e il suono non devono coincidere mai per lasciare libero spazio a un pensare creativo attraverso le immagini.

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L’ oscurità totale, il nero in apertura al video. Poi una città surreale in un plastico in miniatura di forme scorre sulle schermo; un insieme di riquadri bianchi e neri si ripetono in linee parallele e infinite, forse baracche o anonimi giacigli. Scorrono lentamente sullo sfondo di parole urlate, a tratti incise a grandi lettere sullo schermo nella lingua feroce degli aguzzini. I fili elettrici alti quanto l’orizzonte occupano tutto il campo di visione; la fatidica frase ,“ Arbeit macht frei” compare all’ingresso di Auschwitz, e ancora, torrette di controllo e blocchi di baracche in muratura, reticoli di fili di morte nell’oscurità. Scorrono dei campi lunghissimi sul lager immerso nella tetra nebbia mattutina e risuonano le voci, i frammenti dei racconti spezzati o interrotti dei sopravvissuti, solo audio in assenza di corpi.

 

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Voce1: “Mise le sue mani sulla nostra testa e ci benedì. Sapeva che la sua fine era vicina. Disse: “ non ci vedremo più”. I tedeschi urlavano, bastonavano e mia madre ebbe paura, non per lei ma per noi, poi disse: “ Adesso andate ”. Fu l’ultima volta che la vidi.”

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Parti mancanti o non congrue tra voci e immagini lasciano spazio a libere associazioni di pensiero. Si ode il sibilo assordante dei treni nell’oscurità_ quelli che arrivavano carichi di prigionieri ad Auschwitz da destinazione sconosciuta_ infine, lo stridore dilagante delle rotaie contro il grigiore del fondo.

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Voce2: “Mio padre fu messo alla destra insieme ai vecchi ed ebbe il coraggio di dire a questo ufficiale tedesco che aveva il frustino “voglio stare con i miei figli. Sono forte, sono pronto a lavorare”. E il tedesco gli dette un colpo con il frustino alla sinistra ed ebbe salva la vita. Visse ancora tre mesi con noi”

 

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Voce3: “Ci guardavamo da lontano, io e mio padre, io con l’ultimo fiato cercando di non piangere, gli facevo dei piccoli sorrisi e lo salutavo da lontano perché ero sempre molto preoccupata per lui, nel vederlo così sofferente, così disperato per avermi messo al mondo, come era lui. E a un certo punto non lo vidi più.”

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Voce4: “E mi dissero, vedi quel fumo, ebbene, tua mamma è salita là. tutti quelli che sono andati sui camion sono morti subito quella sera come siete arrivati. Ho avuto un grosso trauma, non ho più parlato per lungo tempo.

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Seguono le voci dei giovani studenti partiti per compiere il “viaggio di ritorno” sui luoghi dell’olocausto settant’anni dopo la fine della shoah.

Immagini d’archivio in bianco e nero, i volti scheletrici dei prigionieri devastati dalla persecuzione scorrono in montaggio filmico accanto ai volti dei giovani testimoni d’oggi.

 

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Testimone1: “Quando siamo arrivati al lager per visitarlo ricordo perfettamente la sensazione di freddo. La prima sensazione giunta alla mia mente. Un freddo interiore che è penetrato nelle mie ossa e non mi ha più lasciato fino alla fine del viaggio”.

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Testinome2: “Ci siamo fermati in un luogo, faceva molto freddo e il nostro rabbino ha preso il suo shofar, che è un piccolo corno di montone usato durante le cerimonie religiose e ha cominciato a suonarlo. Era lontano da noi ma abbiamo sentito l’eco del suono a distanza. E portava con sé le lacrime, le voci di tutti i bambini, le donne, gli uomini e gli anziani trucidati in quel luogo e tutto il gelo è scomparso e abbiamo sentito solo il fuoco della rabbia, che era la rabbia e l’incomprensione dentro di noi; perché tutto questo?”

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Testimone3: “La shoah è stato uno dei massacri perpetuati nella storia contro l’umanità ma anche la quintessenza di ogni massacro perché sistematicamente messo in atto e, ognuno lì ne era consapevole. Questo deve essere chiaro. Tutto quello che ha a che fare con la violazione dei diritti umani dovrebbe essere gridato, testimoniato o scritto, e come tale, opposto e combattuto.

 

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Penso che dobbiamo proteggere la debolezza del passato”, la fragilità della memoria per evitare la ripetizione insensata degli stessi errori, delle stesse aberrazioni afferma un altro protagonista del video. Solo ricordando e mettendo in atto una consapevolezza critica e collettiva sul passato possiamo impedire che queste derive accadano e si ripetano nella storia .”   

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Nel lager è stata espropriata e distrutta la differenza individuale, la vita del singolo: tutto ciò che fa si che un individuo sia, nella sua unicità e umanità essenziale. Prendere un individuo e renderlo perduto in un luogo che più non può chiamare casa o mondo, senza punto di riferimento alcuno rimasto nella sua vita.

Liliana Segre nella sua testimonianza sull’olocausto scrive:

Fummo denudati, ci portarono via tutto, della nostra vita precedente non rimase nulla. Muri grigiastri, teste rasate, fili spinati elettrizzati, ci chiedevamo dove siamo, è un incubo da cui si sveglieremo, non è possibile. Questo numero che fa parte di noi sopravvissuti è più importante del nostro nome. Con quel numero volevano sostituire la nostra identità di persone e farci diventare cifre. Questo numero inciso sulla nostra carne è diventato simbolo di noi stessi. Noi siamo essenzialmente quel numero perché chi ricorda Auschwitz e ci è stato non dimentica mai”.

 

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Sullo sfondo dei ruderi delle baracche, dei forni crematori, dei fili spinati filmati ad Auschwitz anni dopo la fine della guerra una voce di donna in singhiozzi si ode sull’oscurità imperante del paesaggio:

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La mia infanzia, la mia casa, la mia salute e sonno, ditemi che cosa è rimasto? Maledico il giorno che ho lasciato quel lager, non sarei dovuta tornare.

Vedo ancora me stessa là nuda, espropriata di tutto, della mia personalità, dignità, di ogni umanità. La mia memoria è ancora completamente presente, sento i fucili tedeschi spingermi da dietro la schiena per farmi avanzare. E loro, le loro voci dall’altro lato dicono racconta… racconta anche per noi perché non crederanno.

Se sopravvivi racconta perché noi non potremo più raccontare. Così dobbiamo mantenere questa promessa.

 

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File indistinte di giacigli o di riquadri ignudi, l’uno simile all’altro, vuoti, si ripetono all’infinito in un freddo di morte mentre un campo lungo e sfumato scorre lentamente sul paesaggio fino alla conclusione del video. Eppure, come affermava la Segre in quella stessa testimonianza: “noi abbiamo scelto la vita, anche quando eravamo picchiati, torturati, avevamo freddo, fame o paura perché la forza che è in ciascuno di noi è molto più grande e di questa dobbiamo fare tesoro”.

Là, in quel racconto individuale o collettivo risiede, infatti, il potere straordinario della memoria; esso, solo, si impone contro l’oblio della storia, contro le derive dei totalitarismi e i loro stermini. E accende, infine, una scintilla di consapevolezza in ciascuno di noi come umanità. (Elisa Castagnoli)

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