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Robert Lax – da Il circo del sole

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.L’uscita in Italia di un libro di Robert Lax (Il circo del sole, Ed. Il Ponte del Sale, 2020) è un avvenimento che va celebrato. Perché questa è la prima volta che un lavoro di questo grande poeta americano viene presentato nel nostro paese, colmando almeno in piccola parte una vera mancanza culturale. Questa uscita presso Il Ponte del Sale è il frutto dell’impegno congiunto di Giampaolo De Pietro (curatore, di cui possiamo leggere in calce una intensa nota di lettura, non presente nel libro), Graziano Krätli (curatore e traduttore), Renata Morresi (traduttrice), Andrea Raos (qui postfatore ma da tempo conoscitore e appassionato divulgatore di Lax) e Francesco Balsamo (autore delle sei tavole che illustrano il libro).
Lax è un poeta che, soprattutto in relazione alla produzione posteriore a questo libro, è annoverato tra le espressioni più significative della poesia concreta e minimalista internazionale (sebbene qualche critico lo consideri un “minimalista astratto”, forse perché capace di realizzare vertiginose visioni con poche semplici parole, come un percorso tendente, alla fine, ad una estrema rarefazione, quasi ad una aspirazione al silenzio bianco). Questo lavoro, che risale al 1959, è diverso, è per questo che, come suggerisce Andrea Raos, “questo libro di Lax va letto al contrario, a viceversa, mantenendo impresse nella memoria le poesie-immagine della sua maniera matura: due, tre parole ripetute in ripetute combinazioni e disposizioni, spesso pochi segni per pagina. (…) Così, letto al contrario, Lax rivela un’ebollizione di vita [per Lax il circo è metafora della Creazione] di una purezza che commuove, sapendo fin dove lo avrebbe portato. (…) La trasparenza di questa scrittura, che è già quella delle sue opere mature, è quella di un quotidiano che sprigiona senso, bellezza, culmine di esperienza anche quando, quasi sempre, non accade nulla di speciale”. E tuttavia “alcune poesie di Circus of the Sun sono così dense, così piene, che già per contrario prefigurano il vuoto delle ultime (sempre Lax scrive “in the beginnings, beginning and end were in one”), perché consistenti nella concentrazione e nell’intensificazione di un numero ridotto di elementi”. Sono dati più che sufficienti per leggere Lax con la necessaria attenzione e per attendere con ansia che qualche editore coraggioso (perchè – ancora Raos – “libri difficili, nel senso di costosi, da stampare: decine, centinaia di fogli per una manciata di parole”) si assuma l’onere e il merito di pubblicare le altre fondamentali opere di Lax. (g.c.)

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Roberto Ariagno – L’eredità di un occidente, tre poesie e una nota

Roberto AriagnoPubblico anche qui sul blog la motivazione del premio ricevuto da Roberto Ariagno come secondo classificato a BIL 2020 per le poesie singole inedite. L’ho stilata come membro della giuria ed è già apparsa sul sito di Bologna in Lettere, ma rispetto al sito qui c’è il vantaggio, per chi non le conoscesse, di leggere le tre poesie presentate al premio, che danno qualche ragione di quanto ho scritto. (g.c.)

Roberto Ariagno – L’eredità di un occidente
Un interessante impasto stilistico, non necessariamente nuovo, ma con una evidente attenzione all’aspetto fonico del verso, peraltro articolato tra diverse modalità, tra verso lungo e disteso e emergenze di metri tradizionali come qualche endecasillabo che più italiano non si può, e addirittura qualche calco che rimanda, senza star lì a fare nomi, direttamente al primo Novecento (“nell’oro d’una vinta giovinezza”, si legge in chiusura del secondo testo presentato).
Un uso interessante di una liricità che fa finta astutamente di no, applicata a temi che sono con ogni evidenza personali e quotidiani ma che si fanno anonimi, come uno spettatore che frequenta questi paesaggi come tutti gli altri, solo con un occhio un po’ più smagato o disilluso, uno insomma che si è preso l’incarico – come Montale – di svelare un po’ di quel che c’è dietro l’apparenza, conscio del fatto che (cito) “l’ambiguità del reale sta nella sua esattezza”, e tuttavia (cito ancora) “esattamente, o dove ripeti le cose in falsi nomi” (e qui, in questo ossimoro concettuale, viene in mente Guy Debord). Quel reale che forse ha le sue manifestazioni “oggettuali”, i suoi ancoraggi, proprio in quelle “cose”: i palazzi, il traffico, la spesa, il cielo, l’alba, i ponti, i tigli, un cancello arrugginito, un verde inspiegabile. Ma nominarli (cito di nuovo) “in elenchi indifferenti sotto le nubi di un’imminenza” è appunto un depistaggio, anche nel senso francese di rintracciamento, perché l’obbiettivo è un altro, un inizio di qualcosa (che, scrive Ariagno, forse “ci sarà stato”, “una spiegazione a questo andare svelto incontro alla resa”). Ma, da notare, tutti i finali dei tre testi sono marcati dall’apertura di una parentesi che non si chiude, il testo si conclude tipograficamente, ma l’imminente di Ariagno (o forse l’immanente) è ancora lì, da qualche parte, pronto ad assillare una nuova poesia, ed anche in buona misura chi legge. E’ il segno anche che il discorso, sia quello generale sia quello all’interno del testo stesso, rimane aperto, è composto cioè principalmente di domande più o meno esplicite, senza risposte. Siamo a pieno titolo nella poetica dell’incertezza (peraltro nominata) che ci portiamo dietro dal secondo Novecento, forse con meno “io” specifico, un’incertezza dibattuta intorno a metafore cognitive guerresche (si parla di resa, di assedio, di consegnarsi, di fuga, di vinta giovinezza, di odore del ferro, di congiura ecc.) che si attagliano bene al tempo corrente, ma l’interesse di questa poesia sta in una certa abilità nel mettere insieme gli ingredienti a beneficio del quadro nella sua interezza, con una tecnica un po’  a spot,  saltando i nessi logici o analogici come per un’avidità di leggere la realtà (tipico l’inizio della prima poesia: “c’è una vita intera nel dubitare, / la sveltezza degli autunni, la pace scarna / alle finestre, il bosco che risale la collina…”, insomma un pensiero astratto lasciato lì e ripreso un po’ dopo), oppure, come ho già detto, innestando nel testo tonalità e metri diversi, oppure ancora offrendo al lettore suggerimenti tematici (a quello servono le metafore) più che dichiarazioni assertive, senza contare le apparenti digressioni (un esempio: l’uomo dal cappello piumato che spunta alla fine del terzo testo, “se ne va nell’incuranza roca delle cornacchie” e appare come qualcosa di sibillino, una carta di tarocchi rovesciata sul tavolo). E alla fine, quest’aria di inquieta incertezza, questa “aria in armi” come dice l’autore, arriva dritta a chi legge. (g. cerrai)

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Christian Sinicco – Alter, nota di Claudia Mirrione

Christian Sinicco – Alter – Vydia editore, 2019Christian Sinicco - Alter - Vydia editore, 2019

Nota di Claudia Mirrione

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Christian Sinicco nasce a Trieste nel 1975, ha una lunga carriera poetica alle spalle. Attualmente dirige il blog “poesia del nostro tempo – poesiadelnostrotempo.it”, è redattore di “Midnight Magazine” e “Argo” e dirige il festival “Ad alcuni piace la poesia“ (Montereale Valcellina, PN). Quest’anno è stato finalista al Premio Bologna in Lettere per le opere edite.

Del 2019 è quest’ultima plaquette dal titolo Alter la quale, come dice il prefatore Giancarlo Alfano, “è la composizione di due esperienze non del tutto omogenee”: lo stesso autore, nella nota finale, chiarifica come i due processi di scrittura non sono stati analoghi, in quanto la prima parte della raccolta “La città esplosa” è stata scritta in pochi mesi, mentre la seconda parte “Alter“ in diversi anni di lavoro poetico.

Leggendo i testi non si può che essere d’accordo, anche se bisogna sottolineare che i due nuclei sono intimamente legati tra loro e vengono a costituire un unicum unitario in quanto la prima ampia sezione, “La Città esplosa“, è una lunga pars (fere) destruens e la seconda, più breve sezione, “Alter“, è una pars (maxime) construens.

“La città esplosa“ è il racconto poetico di una deflagrazione atomica (anfibolicamente riferentesi sia ad una dissoluzione di infinitesimi minima atomici sia, più storicamente, all’esplosione della bomba H). L’ekpyrosis, cioè la fine di un ciclo del mondo, il passaggio stoico dal fuoco al fuoco nella teoria elementare, viene però descritta come una corsa di generazioni, un’accelerazione di energia e cioè in termini che attingono al futurismo novecentesco. In questa “grande arena”, che è l’universo e che è in continua espansione e non è altro che alternarsi di generazione e corruzione („di materia indissolubile in materia indissolubile“, in Oltre le nevi ghiacciate delle montagne più alte), dominano le “reazioni a catena” (Raggiunta la Città) vibra “il ronzio rotante di motori” (E se la realtà dovesse frantumarsi del tutto) o le loro „corse luminose“ (Quando fra i ruscelli), rumoreggiano le „rotaie che portano indietro di nuovo all’abisso (La rotaia curva degli abissi) ove nuotano „pesci sferraglianti“ (La lunga via).

Di fronte a questo panorama turbato e anzi disturbato, non tutto è perduto. Come dice il prefatore „un soggetto che si proclama ultimo avanza sulla scena per affermare la propria condizione“. È Alter, non Alius, cioè l‘altro tra molti, ma Alter, l’altro fra due poli, come trapela dal suffisso -ter. Alter di certo mostra più somiglianze con l’Übermensch nietzschiano di fronte al nichilismo della morte di Dio, che con il tronfio superuomo dannunziano (cui però sicuramente si riconnettono le immagini vitalistiche di Sinicco che hanno come contrappunto un senso di marcescenza e di decadenza). Come dicevamo, Alter è l’altro fra due. Ma in che senso? È qui che sta uno dei punti di estrema originalità e di riflessione della raccolta e che permette a Sinicco di sfondare la rete del Novecento e di proiettarsi a pieno titolo nel sistema della poesia e del mondo contemporaneo egemonizzato dall’inesorabile avanzata dell’intelligenza artificiale e dei robot umanoidi. Alter urla agli anni Duemila, è l’evoluzione del vecchio uomo del Novecento (l’altro dei due) ormai superato dall’ultra-uomo di Sinicco: „sono l’ultimo della specie / ordinato dal centro di controllo / sarò l’ultimo con bioniche membra / in giunture vertebrali: / l’ultimo che sente i profumi / trasmette pensieri, / chi ordina la mente non progetta / più il corpo“ [ALTER].

Le soluzioni stilistico-formali sono il secondo punto di originalità dell’opera che è concepita, per gran parte, dall’autore come operante in uno stato di trans (di passaggio, di travalicamento da uno stato all’altro), come una creazione nel suo farsi e dispiegarsi e i cui esiti non sono per nulla prevedibili e “dati“. I versi nelle loro varie disposizioni spaziali entro la pagina, nella loro sintassi decisamente franta e nelle loro immagini distoniche e discordanti, talvolta producono anche un senso di straniamento, di alienazione, di esclusione dalla mente del poeta. Il poeta, (neo)dannunzianamente anche in questo aspetto (cfr. Lungo l’affrico vv. 37-38 Tutta la terra pare / argilla offerta all’opera d’amore), agisce come un demiurgo e fa delle parole una creta da modellare attraverso un’azione inesausta e inesauribile. (claudia mirrione) Continua a leggere

“Terra madre” di Ermanno Olmi, nota di Elisa Castagnoli

Voci e immagini da “Terra Madre” di Ermanno Olmi, (2009)

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In occasione della “settimana della terra” la Cineteca di Bologna ha trasmesso il film documentario “Terra Madre” (2009) di Ermanno Olmi parte della sezione “ Il Cinema Ritrovato”. “Terra Madre”, dal titolo, si ispira all’ incontro mondiale a cadenza biennale tenutosi a Torino dove nel 2006 si sono ritrovate varie categorie di “lavoratori del cibo” insieme a studiosi provenienti da tutto il mondo per confrontarsi sul tema di una globalizzazione positiva: come nutrire il pianeta intero senza devastarlo stabilendo un rapporto armonico con l’ambiente.       

Olmi partendo da tale presupposto ha creato un documentario poetico che si sposta attraverso il globo dall’India, all’Africa, all’Europa fino ad approdare in Italia dove un uomo vive quarant’anni in solitudine a contatto solo con la propria terra per narrare, infine, attraverso le immagini una connessione ancora possibile, profonda e ancestrale, con il mondo della natura. Si tratta, allora, di aprire una prospettiva su “un altro modo di vivere” opposto al sistema di consumo e sfruttamento incondizionato e attuale del nostro pianeta. Continua a leggere

Robert Louis Stevenson – Poesie

Robert Louis StevensonRobert Louis Stevenson, autore di capolavori della letteratura mondiale come L’isola del tesoro e Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde, qui in veste di poeta, nella traduzione di Emilio Capaccio.

Non chiedo ricchezze, speranze, amore,

né amico che mi comprenda;

ciò che chiedo è il cielo sopra di me

e una strada ai miei piedi.

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R. L. S.

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IL MIO LETTO È UNA BARCHETTA

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Il mio letto è come una barchetta;

Tata mi aiuta quando mi imbarco;

In un paltò da marinaio m’affagotta

E nel buio mi spinge per un varco.

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Di notte salgo a bordo e farfuglio

Buonanotte a tutti gli amici sulla sponda;

Serro gli occhi e navigo oltre lo scoglio

E non vedo e non sento che l’onda.

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Talvolta mi porto qualcosa sul guanciale,

Come accorti marinai devono fare;

Forse una fetta di torta nuziale,

Forse uno o due ninnoli per giocare.

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Ogni notte timono al tempo della ninna;

E quando la luce del giorno è tornata,

In rifugio accosta alla colonna,

La mia barchetta ritrovo ormeggiata.

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MY BED IS A BOAT

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My bed is like a little boat;

Nurse helps me in when I embark;

She girds me in my sailor’s coat

And starts me in the dark.

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At night I go on board and say

Good-night to all my friends on shore;

I shut my eyes and sail away

And see and hear no more.

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And sometimes things to bed I take,

As prudent sailors have to do;

Perhaps a slice of wedding-cake,

Perhaps a toy or two.

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All night across the dark we steer;

But when the day returns at last,

Safe in my room beside the pier,

I find my vessel fast. Continua a leggere

Fernando Lena – Black Sicily, nota di Giacomo Cerrai

Fernando Lena – Black Sicily – Arcipelago Itaca, 2020Fernando Lena - Black Sicily - Arcipelago Itaca, 2020
Black Sicily, Sicilia nera. Avrebbe potuto essere Sicily blues, legittimamente, per sottolineare ciò che è questo libro, ovvero una raccolta pubblica e privata di dolori, malinconie, accuse, invettive, rimpianti, perdite, assenze, fallimenti, errori che trovano ristoro e assoluzione nella scrittura, nella “qualità della scrittura, che si traduce in un linguaggio teso e vivido ma non privo di epifanie sorprendenti e di dolcezze improvvise”, nel suo “valore di verità” (Francesco Tomada, nella prefazione). La Sicilia è sfondo e trama, potremmo definirla come presenza principale se non avesse la peculiarità, qui, di essere per così dire una sostanza endemica, una materia intridente eppure sfumata, indissolvibile da sé stessa, dagli uomini e donne che la popolano, dal poeta che la descrive e descrive in essa la propria “nerezza”, le proprie private ombre, la propria discesa ad inferos (“anch’io scrivo il mio nome all’inferno”). Forse, diciamo, la Sicilia come contenitore ideale e insieme concreto di questo nero esistenziale, che qui non è (il “vissuto”) un modo di dire perché, da quel che è dato sapere, Lena parla di quel che conosce, di quello che ha vissuto e sofferto, del suo passato di tossicodipendente e dei suoi lutti, e se c’è spazio qui per l’immaginazione è quella quota di essa che la poesia porta con sé, nel momento in cui metamorfizza il reale o lo colora con quel tanto di lirico/elegiaco che in queste poesie rinveniamo (le “epifanie sorprendenti” e le “dolcezze improvvise” che Tomada segnala) e che rafforza quel valore di verità già citato. Scrive l’autore in una nota: “Questo libro è stato pensato e scritto come un breve romanzo in versi. C’è la storia di un dialogo tra il figlio e il padre dentro la storia di un’isola che vanifica una quantità di esistenze incapaci di essere tali oppure felici nella diversità d’esistere”. E tuttavia, scrive altrove, “dalla mia voce eppure / arriva lo sguardo di un estraneo / che cerca un’isola e vede / una croce di parole”. E’ questo forse il rapporto definitivo, di una singolare simbiosi, che innerva, anche là dove quella terra non è nemmeno nominata o è solo un’aura serotina, il “romanzo breve” di Lena. Mentre invece il padre scomparso è palese, un evidente deuteragonista con cui il dialogo è vivo ancora e ancora intensamente poetico, una presenza palesemente identificata da un forte “tu” allocutivo in testi segnati graficamente dal corsivo, a sua volta paradigmatico di un livello colloquiale, intimo e pensoso, di un discorso entre nous (al padre è dedicata una sorta di struggente lettera, Buon compleanno, in chiusura del libro). L’andamento narrativo invece è assegnato ai fatti, alle storie, ai ricordi di giornate vissute velocemente, ai personaggi che attraversano questi brani di racconto, servono da pivot ad un rimuginare sulla vita come una serie di svolte prese o non prese, e che sono un po’ specchio un po’ emblemi di quella stessa vita (“Antonio il mangiagatti”; “Lucio / che già dalle tre del pomeriggio mente / sulla morte che ha ingurgitato”; “Elisa [che] / sarò come quel Rimbaud / che abbiamo studiato”; “Matteo [che] le passa così / quelle ore sottratte alla scuola / davanti a un bowling di lattine / con una 7,65 caricata a dovere”; “tuo fratello Luciano, / per un finocchio nascere tra questi ingorghi di degrado / è un viaggio d’ematomi”; o Erminia, a cui è dedicata una delle poesie più significative – v. sotto). Quello che interessa di Lena è da una parte lo sguardo smagato ficcato sulle cose e sulla gente, su una assenza di paesaggio ovvero di una natura che non sia quella complessa e insieme elementare dell’umano; dall’altra una scrittura serrata, che nota anche Tomada, che è così perché è una copia a contatto del tempo veloce e serrato che la sostiene, del tempo/vita che non concede troppa requie né di concedersi, nell’immediatezza della comunicazione, troppe retoriche (ed è quindi anche una questione di ritmi, di costruzione di scene per frammenti iconici ecc.). Cose quest’ultime che ci portano anche ad un preciso carattere di “presenza” dell’autore, che potremmo definire di tipo “altruistico”: anche dove emerge l’accento lirico/elegiaco Lena non si pianta al centro del testo, evita che esso ruoti su di lui, il suo non è il lamento per un dolore esclusivamente privato, è semmai un compianto (con quello che di etimologicamente collettivo comporta) sull’assenza, sulla cesura della morte (“dopo ogni morte / la frattura è un tramonto / che non puoi condividere”) o sulla sconfitta. E’ in questo sentimento del tragico, a suo modo classico, che troviamo in molti testi significativi di questo libro, che sta forse il suo carattere più forte. (g. cerrai) 

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La poesia della negritudine, a cura di Emanuele Pini

Aimé Cesaire da giovane

Una foto giovanile di Aimé Cesaire

POESIE DI NEGRITUDINE

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La poesia è un animale piuttosto strano, che nessuno ha mai saputo domare davvero. Nessuno infatti sa ancora dire con esattezza quali siano le sorgenti da cui scaturisca, eppure sgorga e talvolta capita persino che questa creatura nasca da una lontananza. Spesso la parola stessa è generata da questa mancanza, un abisso tra il proprio mondo intimo e una realtà concreta, brutale.

Una condanna all’esilio ha così ispirato celeberrimi artisti come Omero, Dante, Foscolo e via, ce n’è da spellarsi le mani a cavar fuori esempi dalla letteratura, tanto che possiamo distinguere anche nel XX secolo un’intera corrente poetica segnata da questa condizione: la poesia della Negritudine, una poesia dell’esilio.

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Dopo il fosco periodo della colonizzazione, dalla metà del ‘900 infatti si concede via via, anche grazie ai compromessi politici della Guerra Fredda, l’indipendenza a molti Paesi di quello che per l’appunto verrà soprannominato “Terzo Mondo”. È durante questo complesso e variegato processo di decolonizzazione che gli intellettuali gridano con orgoglio che l’uomo bianco non ha civilizzato, ma ha conquistato e poi dominato, fino a imporre modelli a una cultura preesistente, una ricca cultura umiliata e via via depredata.

Siamo solo nel 1936 quando Aimé Cesaire, poeta surrealista della Martinica, conia questo termine e intorno a lui a Parigi si forma un gruppo tanto solido quanto eterogeneo, che fonda la rivista Lo Studente Nero.

Tra le pagine di questa rivista si può leggere una delle prime poesie di Léopold Sédar Senghor, un giovane senegalese studente di Lettere; questo testo era intitolato Il ritratto:

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Lui ancora non conosce

L’ostinazione del mio rancore acuita dall’inverno

Né la necessità della mia Negritudine tiranna” […].

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Ecco, la Negritudine è questa fierezza delle popolazioni nere, che riconoscono il valore della loro civiltà, della loro storia e delle loro tradizioni o, con le parole di Aimé Césaire:

La Negritudine è la semplice consapevolezza del fatto d’essere nero e l’accettazione di questo fatto, del nostro destino di Nero, della nostra storia e della nostra cultura”. Continua a leggere

Giacomo Cerrai – Alcuni inediti su La dimora del tempo sospeso

Iroojrilik, Isole Marshall, foto Julian CharrièreQuesta volta parlo di me, su questo blog. Lo faccio assai raramente, come sa chi mi segue, preferisco parlare di altri poeti, ospitarne altri. Invece l’occasione questa volta è che l’amico (amico davvero) Francesco Marotta ospita qualche mia poesia più o meno inedita sul suo sito, La dimora del tempo sospesoblog storico e archivio imponente di poesia italiana e straniera. Se volete potete trovare i testi raccolti sotto questo titolo, Luoghi scarsamente popolati, che in realtà è da riferirsi ad una sezione precisa di un ipotetico futuro libro che forse, speriamo, si farà. Altre volte in passato ero stato ospitato da Francesco, cosa di cui gli sono davvero grato (ad es. v. QUI  e anche QUI). Gli amici che vorranno farlo sono pregati di lasciare eventuali commenti lì.  (g.c.)

Sergio Carlacchiani – Poesie inedite, nota di Rita Pacilio

La poesia a voce alta, le parole trovatesergio carlacchiani

Inediti di Sergio Carlacchiani

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La parola poetica di Sergio Carlacchiani è posseduta da una forma emotiva efficace e originale che entra pienamente a contatto con il mondo. Spettatore e attore, l’autore tiene insieme interiorità e pensiero al fine di dispiegarsi per le strade della vita quotidiana, tra i fardelli della materia e dell’immaginazione visionaria. Lo fa con il desiderio di entrare in comunione con l’essenza umana al fine di riuscire a sopravvivere al dolore, alla superficialità, al disordine, alla caduta repentina e convulsa della nostra coscienza di fronte alla fragilità. I valori umani conducono ad aspettative che prevedono comportamenti e progetti a favore dell’amore e della comunanza con l’ambiente naturale. Carlacchiani si spoglia di fardelli biologici e ferite per sottostare alla bellezza dell’incontro con il divino, con il Padre. Pertanto, la paternità umana è una fase ciclica in cui la figliolanza si alterna in maniera paradossale al cambio repentino del ruolo. Figlio e Padre restano elementi di comparazione che si influenzano, si attraggono e si scontrano, proprio lì dove l’apertura dialogica consente l’eterno confronto. Il moto dell’anima confluisce nel flusso armonico della voce che si avvolge di potente respiro: l’autore ora scrive, ora declama* intrecciando tensioni che sprigionano pathos e risoluzioni esistenziali. (Rita Pacilio)

*vengono riportati in calce i link youtube per l’ascolto dei testi recitati dall’ autore.

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Maxwell Bodenheim – Poesie, a cura di Emilio Capaccio

Maxwell BodenheimLa poesia è l’impertinente tentativo

di dipingere il colore del vento

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M. B.

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Maxwell Bodenheim (Hermanville, 26 maggio 1893 — New York, 6 febbraio 1954) è stato un poeta e romanziere americano, di origine tedesca, caratterizzato da uno stile accurato e forbito, influenzato da elementi del modernismo e del naturalismo francese.

Comparve sulla scena letteraria intorno agli anni ’20, gli anni d’oro del jazz, diventando in breve tempo una figura di spicco del movimento culturale di rinascita, denominato: “Chicago Renaissance”.

Il movimento si caratterizzava per una grande vitalità e fermento da parte di molti intellettuali, poeti, giornalisti, artisti, che affrontavano con crudo realismo tematiche urbane, e gravitavano intorno alla città di Chicago. Tra questi autori ricordiamo: Edgar Lee Masters, Sherwood Anderson, Carl Sandburg, Harriet Monroe.

Bodenheim ebbe 3 mogli, ma a partire dagli anni ’30, già dopo la morte della seconda moglie, iniziò progressivamente il suo declino nella piena indigenza. Fu arrestato varie volte per rissa, vagabondaggio e ubriachezza, nell’epoca viva del proibizionismo.

La sua terza moglie Ruth, condivise con lui la stessa vita sregolata, vivendo insieme di espedienti e accattonaggio senza una dimora stabile, dormendo dove capitava, nei parchi o su qualche panchina.

Furono uccisi entrambi nel 1954 da un lavapiatti che aveva offerto loro un letto per la notte in una catapecchia a Manhattan.

Dopo essersi costituito il giovane fu dichiarato dal giudice malato di mente e sfuggì alla pena di morte.

Tra le raccolte poetiche di Maxwell Bodenheim, si annoverano: Minna and Myself (1918), Advice (1920), Against This Age (1923), The King of Spain (1928), Bringing Jazz! (1930), Selected Poems (1946).

Tra i suoi romanzi, invece ricordiamo: Blackguard (1923), Replenishing Jessica (1925), Ninth Avenue (1926), Georgia May (1927), Naked on Roller Skates (1930), A Virtuous Girl (1930). (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio)

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