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Paolo Ruffilli – Le cose del mondo, nota di Rita Pacilio

Paolo Ruffilli – Le cose del mondo (Poesie 1978-2019), Mondadori 2020Paolo Ruffilli - Le cose del mondo (Poesie 1978-2019), Mondadori 2020

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L’opera poetica Le cose del mondo di Paolo Ruffilli ristabilisce un legame importante tra poesia e società chiamando in causa la vicenda umana degli ultimi quarant’anni della storia e della letteratura. Ruffilli, attraverso la parola visionaria che tocca lirismi sapientemente strutturati sulla base di strofe agilmente rimate e ritmate, intesse e approfondisce un dialogo nuovo con i gusti, le epoche, la tradizione, il mondo. Le sette sezioni del libro indagano lo stupore, la totalità dell’essere, il viaggio e il naufragio disperato, il ritrovamento di dimensioni atemporali ed emblematiche che aprono la strada all’inquieto macrocosmo e a un cammino ancora da riformulare, da compiere. I fattori ambientali e affettivi riedificano parametri emozionali che si animano nella nominazione delle cose. Le cose esteriori, infatti, interagiscono con la vita riuscendo a creare un animismo percettivo con gli innumerevoli impulsi interiori dell’uomo che impara, con il tempo, a sublimare l’oggettivazione. Il fine ultimo della ‘grazia poetica’ è quello di giungere alla sacralità dei gesti simbolici personali, all’ammorbidimento delle ombre dei centri affollati e a edificare una notevole gamma di epicentri di pensiero per fermare un ciclo temporale abitudinario e infernale di ascendenza dantesca. Passato e presente si sovrappongono lì dove il padre e la figlia rimescolano una dimensione emotiva di straordinaria profondità grazie alle feconde figurazioni del ‘sentire’. Così le interrogazioni esistenziali di Paolo Ruffilli ospitano un rapporto interattivo tra poesia e realtà in cui le esperienze dell’autore vengono assorbite dall’umanità intera immedesimando tempo, memoria, intuizione dei nessi tra parola e reale e libertà di amare. (Rita Pacilio). Continua a leggere

Elizabeth Roberts MacDonald – Poesie, a cura di Emilio Capaccio

Elizabeth Roberts MacDonaldI cancelli del Cielo furono aperti

e nel bagliore di quel momento

brillò la pace appresa un tempo

e l’amore oltre un sogno.

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E. R. M

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Elizabeth Roberts MacDonald, nome completo Jane Elizabeth Gostwyck Roberts MacDonald, chiamata dai familiari affettuosamente “Nain”, nacque il 17 febbraio del 1864 a Westcock, nei pressi di Sackville, New Brunswick, Canada. Suo padre era il reverendo George Goodridge Roberts, pastore anglicano, rettore di Fredericton e canonico della “Christ Church Cathedral”.

Sua madre era, invece, Emma Wetmore Bliss, figlia di George Pidgeon Bliss (“Receiver General”, ovvero tesoriere e ragioniere dello stato di New Brunswick).

Nacque in una famiglia di 6 figli: una sorella, May, e quattro fratelli, il primo dei quali sarebbe diventato il celebre poeta Charles George Douglas Roberts, considerato capostipite dei poeti canadesi.

Elizabeth, come i suoi fratelli, Charles George Douglas e Theodore Goodridge, ricevette la prima istruzione al “Collegiate School” e successivamente fu una delle prime donne ad essere ammessa alla “University of New Brunswick” di Fredericton.

Nel corso della sua adolescenza integrò la sua formazione scolastica con lo studio e l’approfondimento di autori inglesi e americani, insieme ai fratelli, sotto la guida del padre, trascorrendo pomeriggi immersa nella lettura, tra i tantissimi fiori dei giardini della casa paterna, tante volte richiamati nelle sue poesie, negli splendidi scenari dei paesaggi canadesi.

Indubbiamente, proprio quest’indole contemplativa e il contesto ambientale, ricco di elementi naturalistici e sfondi incontaminati, segnarono indelebilmente la lirica della MacDonald che si contraddistinse per una soave delicatezza dei versi e per un rimando a elementi della natura e del sogno, quale dimensione dentro cui elevare il canto e la propria immaginazione tra boschi di abeti e corsi d’acqua, nelle tiepide primavere o lungo le montagne innevate del New Brunswick.

Elizabeth iniziò a scrivere i primi componimenti poetici molto giovane e collaborò con le più prestigiose riviste letterarie dell’epoca, tra le quali: “The Century”, “The Independent”, “Outing Magazine”, “Canadian Bookman”, “Canadian Magazine”.

Nel 1889, incoraggiata e finanziata dal padre, divulgò in forma privata: Poems; una primissima raccolta di quindici poesie, in cui è già evidente la sua poetica incentrata su elementi onirici e paesaggistici con un canto del sentimento amoroso delicato, senza scivolare nella prolissità e nell’eccessiva tragicità tipica di alcuni poeti romantici.

Dal 1891 al 1892 insegnò nella “School for the Blind”, di Halifax, capitale della provincia di Nova Scotia, ma di lì a poco fu costretta ad abbandonare l’insegnamento a causa delle precarie condizioni di salute.

Nel 1896 sposò il cugino, Samuel Archibald Roberts MacDonald, con il quale ebbe tre figli: l’ultima, Emma Hilary, scomparve tragicamente quando aveva poco meno di un anno, segnando tragicamente la vita della poetessa.

Nel 1899 insieme agli altri due fratelli, Charles George Douglas e Theodore Goodridge, pubblicò l’antologia poetica: Northland Lyrics, e nel 1906: Dream Verses and Others, raccolta che dedicò al marito.

Dimostrò anche uno spiccato talento per la prosa, pubblicando una serie di racconti per l’infanzia su periodici quali: “New York Churchman” e “Peterson’s Magazine”, e la novella in dieci capitoli: Our Little Canadian Cousin (1904), diventata una celebre storia per ragazzi.

Visse a Fredericton fino al 1912, poi si trasferì con il marito e i due figli, Archibald George e Cuthbert Goodridge, a Nelson, nella Columbia Britannica, dove divenne uno dei leader del movimento a favore del suffragio femminile[1].

Nel 1914, a causa delle difficoltà di natura finanziaria, fu costretta a trasferirsi per un breve periodo e Vancouver e poi a Winnipeg, dove soggiornò circa un anno, lavorando come corrispondente del “Winnipeg Telegram”.

Nel 1915, in seguito alla decisione del marito di arruolarsi nell’esercito come ufficiale medico, si separò, rinunciando alla vita coniugale, e si trasferì a Ottawa dove risiedevano due fratelli, la sorella e la madre.

Morì nel “Carleton County General Protestant Hospital” di Ottawa, l’8 novembre del 1922, a causa di complicazioni insorte per una caduta che le aveva provocato la frattura dell’anca.

La sua morte fu registrata dal marito e le spoglie furono portate al Beechwood Cemetery, illustre Cimitero Nazionale del Canada. (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio)

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su Hairesis di Francesco Marotta

Francesco Marotta – Hairesis – Terra d’ulivi edizioni, 2016Francesco Marotta - Hairesis, Terra d'ulivi edizioni

 

La ristampa di un’opera di Francesco Marotta, con varianti e aggiunte rispetto alla primeva edizione  in ebook (Cepollaro E-dizioni, 2007), è sempre una bella notizia, anche se ormai risale al 2016. Lo è certo per me, che riprendo ora in mano questo libro e che seppure troppo sporadicamente ho frequentato il lavoro di Francesco, ma che sempre ho apprezzato, in questo ambiente per molti versi discutibile, la sua naturale riservatezza, una eremitica distanza dalle cose (alimentata da alcune buone ragioni) che tende a far dimenticare alla gente, almeno nella convulsione della rete, il suo essere un eccellente poeta. Ma anche per la poesia italiana in generale, stante la qualità quasi paradigmatica della sua scrittura, il suo rigore stilistico e morale, l’impegno costante ad immettere nei versi una spiritualità che non teme né di credere né di contestare il divino quando serve “(che tu sia maledetto in eterno / signore degli eserciti / dominatore di sabbie millenarie”) ed una umanità che non dimentica gli orrori e i dolori di cui è impastata, e di cui nessuno è incolpevole in quanto uomo, ma che coltiva il senso di un’etica amorevole che coinvolga il prossimo e il distante, l’io e l’ “altro”, l’amato e il disamato, i vivi e i morti, un’umanità capace anzi di reimparare “l’arte dimenticata di morire”, come dice una seqquenza del libro. Se altre volte ho parlato di “meditazione” in merito a certa poesia (non sempre, lo ammetto, in maniera appropriata), nel caso di Marotta credo sia quanto mai giusto, in questo libro come ad esempio in Per soglie di increato o Impronte sull’acqua  (v. QUI) attribuire una dimensione di intensa e concentrata riflessione, caratterizzata talvolta da testi di ampio respiro e di autorevolezza sapienziale. Quasi un esercizio spirituale, sull’essere in sé e in rapporto con la trascendenza, su cosa significhi essere uomini anche in relazione alla Storia, alla vita quale ininterrotta lectio.  Anzi, quale “poema ininterrotto”, come Marco Ercolani ha titolato  il volume a lui dedicato (Il poema ininterrotto di Francesco Marotta, Carteggi letterari Le edizioni, 2016). E in questa prospettiva Hairesis è un libro, non esito a dirlo, essenziale.

A parziale corredo di quanto scritto sopra ripropongo di seguito la nota che dedicai a Lettera da Praga (il primo testo del libro ed uno dei più importanti) e rimando inoltre a quella dedicata (v. link sopra)  a Impronte sull’acqua, entrambe del 2008:

Se non c’è memoria diretta (per ragioni anagrafiche o per semplice fortuna) della tragedia e della orrenda banalità del male di arendtiana memoria, c’è almeno, nella sensibilità dell’artista, “intuizione”, nel senso pieno, anzi etimologico del termine. Questa intuizione, o empatia nei confronti delle vittime, di quegli uomini sulla cui “entità” Primo Levi si interrogava, non è forse una delle missioni del poeta, ed insieme uno degli strumenti principi di questa missione? Ed egli, con la sua capacità di ricreare la lingua e con essa il dire e il raccontare, non svolge con questo un’azione eminentemente politica, affondando le proprie radici nella storia? Dico queste cose pensando proprio al testo di Francesco Marotta, più o meno come le pensavo, con qualche distinguo, quando leggevo “Giorni manomessi” di Roberto Ceccarini. Anche qui c’è innanzitutto l’accettazione di una eredità, di un legato, come potremmo dire in termini giuridici, l’accoglimento di una discendenza o di elementi biografici forti che la sensibilità di uomo e artista non può disconoscere, anche se si guardi la Storia da un limes, da una soglia, come osservava S.Aglieco parlando di “Per soglie di increato”. Da questi elementi e dal loro recupero o restauro è poi possibile innalzare lo sguardo con animo consapevole – e appunto empatico – alla storia, piccola o grande che sia. Incidentalmente, dal punto di vista della poesia la Storia, anche quella che scorre ora nelle nostre vite, non è affatto finita, con buona pace di alcuni pensatori (e anche di molti poeti). Ma stavo dicendo: dal dato biografico o dalla memoria indiretta o da quella che ho chiamato intuizione, il poeta innesca dinamicamente un rapporto con riflessioni più universali, dal dettaglio anche liricamente intimo e domestico alla visione di insieme della tragedia, in altre parole (e questo è il prodotto artistico) egli universalizza per noi il suo legato e ce ne rende partecipi. Mi viene in mente ora che avevo già espresso questo mio avviso, almeno indirettamente, quando mi fu posta la domanda principe “che cosa è la poesia?”. Nessuno lo sa, e tuttavia nessun poeta rinuncia al tentativo di dire la sua. Risposi (scusate se mi cito): “è anche vero (…) che è memoria e immaginazione. Cioè realtà e invenzione, tradizione e tradimento, in altre parole contaminazione e meticciato della nostra stessa storia. Con memoria e immaginazione torniamo alle radici stesse della poesia (…). Mi piace pensare, pur con tutte le distinzioni del caso, che anche la poesia attuale, che pure non ha niente di epico anzi è fondamentalmente poesia di crisi e ripiegamento, debba poggiare su questo binomio o binario, che è anche piedi, cioè radicamento nella realtà e nel vissuto, e testa, ideazione, ingegno, artigianato, linguaggio capace di creare l’immagine (ecco l’immaginazione, letteralmente) che estende la percezione di qualcosa che da privato (del poeta) diventa condivisibile ma non ovvio, anzi disvelante. A voler essere radicali potremmo dire che la poesia è così, o non è. E allora faremmo meglio a lasciarla nel cassetto”.  Credo che il testo di Marotta sia un bell’esempio, etico e poetico, di questo. Pur lamentando “il naufragio della storia”, compie la scelta (hairesis, il titolo del libro, “fare la scelta”, fino all’eresia) di dare voce anche a quei “giorni infiniti / mai nati”, non dimenticarne la linfa, combattere “la deriva degli anni”, rinnovare  “franate memorie sottovetro” di quei bambini sul cui corpo, “inesplorato degli anni / dove non sarebbero stati”, la Storia ha infierito. (g. cerrai)

Per qualche estratto dal libro rimando ai molti già presenti in rete, a cominciare dal sito di Francesco, La dimora del tempo sospeso, ma anche su La poesia e lo spirito e altri. Ma mi fa piacere riproporre la lettura in voce che feci quasi dodici anni fa per “Oboe sommerso”, il blog che aveva Roberto Ceccarini, poi rielaborata con fondo musicale (*) nel 2016.

 

(*) “Aleatory2” – generative music elaborata al computer.

Jeanne Dortzal – Poesia, a cura di Emilio Capaccio

jeanne dortzalCanterà così come respira, e le sue mattine

s’innalzeranno a Dio come barriera di perle.

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J. D.

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Jeanne Dortzal (Nemours, distretto di Tlemcen, Algeria, 24 gennaio 1878 – Parigi, 1943) è stata un’attrice teatrale, drammaturga e poetessa algerina di lingua francese.

Dotata di grande bellezza, lasciò, ancora adolescente, l’Algeria con la madre, che si era separata dal marito, e grazie all’amicizia del poeta Pierre Guédy, con il quale più tardi ebbe un figlio, intraprese la carriera di attrice di teatro.

Pierre Guédy, che era anche amico stretto del critico teatrale e scrittore Paul Léautaud, fu uno dei primi, insieme al poeta Jean Lorrain, allo scrittore Victor Margueritte e alla stessa Jeanne Dortzal, a partecipare all’esordio del fotoromanzo letterario francese, dalle tinte blandamente erotiche, rivolto a un giovane pubblico femminile, e curato dall’editore Nilsson.

Gli esordi della Dortzal avvennero nel vaudeville con l’opera: “Le Faubourg” di Abel Hermant, poi l’attrice passò al Teatro dell’Odéon di Parigi, recintando in ruoli classici e al Teatro Francese di Anversa. In questi anni conobbe un apprezzabile successo, tanto da essere raffigurata anche su alcuni francobolli degli inizi del ‘900.

Intorno al 1910 lasciò l’attività teatrale per dedicarsi completamente alla scrittura: scrisse pezzi teatrali, alcuni racconti, ma soprattutto raccolte poetiche, tra le quali ricordiamo: Vers sur le Sable (1901); Vers l’Infini (1904); Le Jardin des Dieux (1908); Les Versets du Soleil (1921); La Croix de Sable (1927); Le Credo sur la Montagne (1934).

Morì nel 1943 distrutta dal dolore per la perdita prematura di quell’unico figlio, Pierre, avuto da Pierre Guédy. (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio) Continua a leggere

Nadia Chiaverini – Notturni e ombre

Nadia Chiaverini - Notturni e ombre - Carmignani Editrice 2018Nadia Chiaverini – Notturni e ombre – Carmignani Editrice 2018

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La notte e l’ombra come luoghi fisici e metafisici, zone in cui avvengono i sogni, si elaborano desideri o dolori; ma soprattutto territori di confine e passaggio, zone franche nelle quali forse si liberano energie creative, si colgono barlumi di una realtà non sempre verbalizzabile, dove il corpo perde un po’ del suo peso, dove le parole assumono un altro senso, più acuto. Luoghi anche, ovviamente, di una solitudine cercata, là dove l’idea, o l’ispirazione se volete, non debba essere sottoposta, con le parole che trova, le “sue”, a nessun compromesso sociale, a nessuna “spiegazione”. Per Nadia Chiaverini direi un luogo privilegiato, paradossalmente “confortevole”, dove cioè si trova bene, che “funziona”, come lei stessa è disposta ad ammettere. “Il momento perfetto / è nel lento scorrere tra il sonno e la veglia / quando tutto si trasforma / così nitido e chiaro”, scrive, e altrove aggiunge “nel confine tra la coscienza e il sogno / dove tutto è già scritto”, là dove “galoppano le parole / di notte tra i sogni / sdrucciolano / lasciano segni”. Ecco, c’è in Nadia – come in altre poetesse ma non è una questione di genere – questa specie di fede laica in una scrittura sorgiva, naturale, in una sorta di serbatoio segreto nel quale le parole si conservano, dove tutto è già scritto, come un Logos che proviene dalla Creazione stessa, lasciato in eredità ai poeti destinati ad estrarle (un’idea che affascinava anche Borges). Naturalmente non è del tutto così, ma è bello pensare che il mestiere del poeta sia questa specie di rinvenimento del senso, sia la capacità di rimettere in funzione certi meccanismi onirici, metaforici, associativi, cognitivi che per il linguaggio comune non sono utili, non sono “economici”, cioè non abbastanza funzionali ad un risultato efficiente con il minor dispendio di energie. Nadia è perfettamente consapevole che la poesia, come diceva anche Montale (*), è un’arte inutile ma necessaria, di quella necessità intensamente spirituale (“angelica”) che il grande Wallace Stevens le attribuiva. Nella produzione di Nadia questo si risolve soprattutto in un incessante lavoro, anch’esso spesso notturno, di eliminazione del superfluo, di alleggerimento di un linguaggio che per scelta e convinzione è già privo di fronzoli o di ricercatezze lessicali, di allusioni fini a se stesse; quello che lei chiama il labor limae e che è a tutti gli effetti un processo, anche faticoso, di selezione e ricombinazione, che poi alla fine è ricerca della musica e del senso, della giustificazione anche etica, anche emotiva, anche politica, perfino – perché no – affettiva dello scrivere.

Ma scrivere di che cosa? Nella sua essenza la poesia di Nadia è un continuo agganciarsi a segnali dal mondo, apparentemente di diversa estrazione e tema, ma che sono tutti riconducibili al dato esistenziale, al quotidiano, al proprio essere donna nei suoi diversi aspetti e soprattutto alla ricerca del senso, dell’eco, del riflesso, del ruolo attivo, diciamo innescante, che questi segnali hanno sulla sua sensibilità. La poesia, non solo nel caso di Nadia, è riproduzione e amplificazione creativa di questi segnali, in un certo senso è scoperta di quello che c’è dietro, risposta alla domanda “perché questo mi colpisce, mi comunica (nel senso originario del termine)?”. Non è del tutto un caso che molto di questo lavoro poetico, di questa poiesis (letteralmente il creare dal nulla) avvenga in quella zona crepuscolare, tra luce e ombra, che Nadia frequenta e che è luogo deputato del disvelamento, incrocio tra diversi livelli di coscienza. Nell’identificazione dei segnali c’è anche il riconoscimento di sé, il capire come le “cose” costruiscono poi la propria identità. In altre parole, come diceva il filosofo, sei quello che percepisci. In questo agganciarsi a fatti, a cose, a un fiore, a un gatto, a un cigolare di cancello, a una scatola piena di vecchie foto, a dei vestiti, perfino agli “scarti” della vita quotidiana (è il titolo di una sezione), in tutto questo non c’è niente di occasionale né di epifanico (per quanto Nadia usi questo termine), cioè niente nel senso di una rivelazione che proviene dal fuori, da un ente, quindi niente di religioso (in senso lato), è semmai una continua scoperta laica di qualcosa che viene custodito dentro, di cui ci si accorge nel momento in cui viene esplicitato dal lavoro di scrittura, a cui anzi la scrittura dà forma, qualcosa con cui si avvia una conciliazione; oppure, se riguarda un evento doloroso, una elaborazione anche nella direzione di una difesa psichica. Anche il reale, l’oggettuale, le cose, il “fatto” subiscono un processo di questo tipo, nel giro di un testo vengono portati ad un diverso superiore livello, da semplici spunti di riflessione a metafore, molto spesso a simboli (nel senso originario di legame e/o segno di riconoscimento) o metasimboli (con trasferimento cioè dal significato originale ad un altro). Può accadere così (tanto per fare un esempio tra molti) che un’immagine votiva, di quelle che stanno agli angoli delle strade, venga per così dire “spodestata” (nell’immagine/poesia) dalle onnipresenti telecamere, un “dio” con cui non puoi parlare, che ti guarda soltanto e non sappiamo se con benevole intenzioni, quindi un ente astratto e freddo, da cui tuttavia ti senti chiamato a fare un esame di coscienza, perché “non bastano le buone pratiche” per essere a posto. E’ anche, se vogliamo, un  confronto storico, quasi surmoderno, tra un luogo (da cui in fondo si proviene) e il non luogo di una incerta e  ipotetica “sicurezza”. E però a quale occhio rivolgersi? Il dilemma è breve: se è vero che “c’è ancora tanto da dire”, se c’è da “ricordare le cose perdute / chiedere perdono”, allora bisogna tornare a quell’icona, a qualcosa che – le parole sono importanti – è “incastrato” in noi così come quelle icone – dice la poetessa –  sono “incastrate nei muri delle strade”. Nello stesso modo Nadia si pone in altre zone di passaggio, di tipo concettuale, che marcano cioè il fluire del pensiero, del lavoro mentale che incarna la poesia scritta, di un andamento anche sinuoso, all’interno dello stesso testo, tra concreto e astratto (un esempio: Non hanno fretta le stagioni, v. più sotto) o tra astratto e simbolico, tra vicino (dello sguardo, della psiche) e lontano, in un processo che in fondo mira, più o meno coscientemente, allo “sconfinamento” (altro titolo di sezione), cioè al superamento a cui tende sempre la poesia, quello di un legame troppo stretto, troppo limitante, poco evocativo e polisemico tra parole e cose. Se vogliamo – in una poesia che nella sua parte più suggestiva è insieme crepuscolare, lirica, simbolistaNadia svolge canonicamente un lavoro di condensazione, di spostamento evocativo, di rappresentazione plastica, di elaborazione di immagini, dolori, desideri non dissimile da quello del sogno. Là dove “appesi ai sogni i versi mai scritti / preziosi fantasmi folgorano la notte”. (g. cerrai)

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(*) “Io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà” (Discorso per il Nobel 1975)

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Rita Pacilio – La venatura della viola, nota di R. Urraro

RITA PACILIO: La venatura della violaRITA PACILIO: La venatura della viola (Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero, Novara, 2019)

(Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero, Novara, 2019)

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Questa raccolta di versi di Rita Pacilio ruota intorno a un concetto-chiave: l’amore. Amore quasi francescano: amore simpatetico tra l’autrice e la natura, tra lei e il mondo; il che implica, come vedremo, un ottimistico, positivo sentimento della vita e del creato.

Simbolo di questa natura è la viola la quale è portata da Rita, attraverso un arricchimento semantico del segno, ad una straordinaria, polivalente, simbologia: simbolo, come dice lei stessa, di ciò che vi è, nella vita e nel mondo, di più “semplice” e “dolce”, e quindi viola come prodotto lieve e delicato, prodotto della natura che, nelle sue manifestazioni più belle e affascinanti, sa essere “gentile e calma”, come gentile e calma è la viola. E poiché non vive da sola, ma insieme alle sue “consorelle”, essa è anche simbolo della fratellanza, e quindi, di una società di uomini/fratelli che vivono in un mondo nel quale, come Rita afferma nel testo di pag. 44, “porti in rovina e chiusi come porte / rendono l’acqua inutile e il tramonto povero”, dove l’acqua non è un elemento che unisce porti lontani, ma addirittura elemento divisivo e campo di battaglia per meschini interessi politici. Ancora: la viola è anche simbolo puramente ed esplicitamente ecologico nella sua significanza più alta, come simbolo di quella natura alla quale noi uomini dovremmo essere più fedeli. Lo testimonia l’accorato messaggio di pag. 6: “Vi prego, usiamo buone maniere e tenerezza quando siamo di fronte a un albero, accarezziamolo…”.

Ma nella vita si trovano aspetti negativi, turbamenti che sconvolgono chi ha un suo mondo morale fatto di valori positivi. Le persone più sensibili avvertono profondamente, e a volte in modo lacerante, questa conflittualità. I poeti in modo particolare, dei quali si può dire tutto quello che si vuole, tranne che essi non abbiano una sensibilità particolare, antenne più pronte a captare le onde magnetiche che vengono dal mondo, oppure quello che De André chiama il “terzo occhio invincibile e speciale”, che consente di penetrare più a fondo di altri all’interno delle cose della vita e del mondo.

E Rita coglie nel mondo “incuria, abbandono, assenza, miseria umana” (p. 5). Sono cose alle quali ci si può abituare e accomodare. Ma davanti alle quali un poeta sente dentro di sé un moto di ribellione, ma non sorda ribellione passiva e improduttiva. Infatti Rita indica una via, un’altra possibilità, un’alternativa concreta e reale che possa dare un senso alla propria vita e a quella di tutti gli uomini.

Allora? L’alternativa che Rita sente di seguire e che indica anche agli altri, è quella dell’amore nella sua dimensione più generale, amore che si potrebbe definire “simpatia cosmica”: capacità di vivere con gli altri e per gli altri, ma soprattutto consapevolezza di vivere insieme agli altri. Sì, soprattutto: “insieme”, come la nostra poetessa suggerisce richiamando alla memoria, a pag. 7, la canzone della nonna: Le viole come fanno? / Stanno tutte insieme”: che diventa anche la proposta della nostra poetessa.

Certo, il richiamo alla leopardiana “social catena”, alla solidarietà universale contro lo strapotere della Natura, sembra ovvio, ma Rita indica in quell’“insieme” la necessità non solo della umana solidarietà, ma anche di combattere contro la malvagità degli uomini, contro il negativo dei loro comportamenti e contro i danni che essi provocano alla nostra casa comune.

Questo può essere il semplice sentimento dell’individuo, un amore empatico, una simpatia cosmica che lo proietta in una dimensione di vita associata avvertita come ineludibile necessità del vivere e del realizzarsi. Ma al poeta, a Rita, non può bastare, e difatti non basta: di qui la necessità, il bisogno di esprimere e comunicare sentimenti e idee affiché diventino patrimonio comune degli individui: bisogno di fissarli sulla carta, per mezzo dell’espressione poetica, quella fatta con le parole, che non devono essere le parole degli altri, le parole di tutti, usurate da un uso spesso disattento e spesso improprio, ma le parole del poeta, che hanno una loro originalità e perciò stesso suscitano in chi le legge o ascolta un’attenzione particolare perché creano in lui uno stravolgimento inatteso che lo spinge alla meditazione e, magari, alla condivisione di esse.

Allora? Necessità di una espressione consapevole, e quindi di una selezione linguistica adeguata ad esprimere i concetti elaborati. È lì la sostanza del lavoro del poeta, e quindi la sostanza stessa delle cose. Non per niente Heidegger diceva che “il linguaggio è la casa dell’essere”, la casa dove abita la lingua del poeta, cioè quella lingua senza la quale il poeta vagherà nelle sue incertezze o nella sua inutilità. E Rita cerca un linguaggio poetico come strada alternativa alla degradazione umana. È proprio nel linguaggio poetico quella che io ritengo la più importante connotazione della vita del poeta: la parola originale, nella quale si invera la “libertà” come forma del vivere non condizionato da ciò che risulta incompatibile con noi.

E il linguaggio di Rita corrisponde alla scelta ideologica, cioè alla struttura contenutistica della sua poesia: ha cercato, come lei stessa afferma a pag. 5, la risposta alla “bruttura della vita” nella “semplicità e nella dolcezza di un piccolo fiore”, la viola, da amare e coltivare con cura; e così ha scelto, e ha trovato, un linguaggio corrispondente, un linguaggio “semplice” e “dolce” (che non significa linguaggio “facile”), un linguaggio semplice e dolce che le consentisse di dire, senza inutili tortuosità e senza quella ricercata oscurità cara a molti poeti di oggi, ma nelle forme più esplicite possibili, i suoi contenuti ideologici. E difatti si può dire, come Rita stessa afferma, che qui, in questa raccolta, davvero “maneggia la parola poetica per trovare la strada possibile da percorrere quando non ci si arrende all’incuria, all’abbandono, all’assenza, alla miseria umana” (p. 5). (raffaele urraro)
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Philippe Soupault: Le ultime notti di Parigi, le ultime notti del mondo – a cura di Emanuele Pini

 

Philippe Soupault, Paris, 1928 -by Berenice Abbott

LE ULTIME NOTTI DI PARIGI, LE ULTIME NOTTI DEL MONDO

La notte e la città di Parigi: due elementi suggestivi che possiedono una forza quasi magica, per nulla estranea al primo Surrealismo. Si può dunque dire che sia stato un processo naturale per Philippe Soupault stendere nel 1928 questo racconto.

La città di Parigi e la notte: due elementi fascinosi che si incarnano nella figura di Georgette, prostituta e femme fatale del mistero, perché tutte le immagini e le ricerche serrate del protagonista ruotano intorno a questo mistero dal dolce nome, Georgette.

“Un non so che non ha alcun nome in alcuna lingua. […] Georgette è una donna”

La notte e la città di Parigi, e se l’inizio delle vicende appare immerso in una nebbia densa di enigmi e menzogne, di fantasie e fantasmi, lungo le pagine i personaggi, come Volpe e Octave, trovano psicologie più nitide, gli incontri una spiegazione più razionale, le indagini arrivano a una soluzione, che si può riassumere con una sola parola: Georgette.

“Non avevo paura dell’oblio. Lentamente la primavera si avvicina. Il cielo sembra più giovane e le nuvole si scontrano come dei bambini”

 

Brassaï - Paris de nuit, 1933

Brassaï – Paris de nuit, 1933


La città di Parigi e la notte: in quest’atmosfera onirica l’autore inserisce la potenza delle sue immagini, che ricalca in parte il modello del romanzo Nadja di André Breton: la presenza di questa donna dal significato cosmico, il tormentoso vagabondare per le piazze e le vie della Ville Lumière, l’introspezione tanto smaccata da apparire follia; probabilmente proprio questi stessi elementi lo rendono uno dei romanzi surrealisti più autorevoli e di riferimento.

“Parigi, dicevano, si stende come il sole e il sole è una macchia d’olio, divora ciò che la circonda come lo farebbe il più bell’incendio del secolo perché ama rivestirsi di fiamma mentre canta, come sanno farlo in certe stagioni tutte le campane del mondo. […] Noi eravamo annegati nel vento […] La pioggia formava un’enorme canzone”

La notte e la città di Parigi divengono così lo scenario in cui inserire una figura femminile tanto antica nella letteratura e tanto nuova per gli orizzonti ottocenteschi, un profilo che conserva le tracce di quella Beatrice dantesca, poiché è da lei che tutto nasce ed è a lei che tutti aspirano, Georgette che muore scomparendo nel mistero e poi è capace di risorgere nella meraviglia, come se conservasse il segreto di quella salus, di quel saluto che può donare la salvezza alla miseria di quest’essere umano.

“Lei sorrideva in modo così buffo che non potevo trattenermi da guardare il suo volto lunare e forse, malgrado me, rispondevo al suo sorriso come si risponde a uno specchio”

La notte è la città di Parigi, in cui Georgette può stendere tutto il suo dominio, poiché “il caso”, cita Soupault, “non è che la nostra ignoranza delle cause”, come se finalmente l’uomo potesse avere ritrovato quel principio, quella divinità di cui piangeva la morte.

 

Brassaï - Fille de joie, circa 1932

Brassaï – Fille de joie, circa 1932


Le ultime notti di Parigi
, le chiama l’autore, proprio perché senza di lei non ce ne sarebbero potute essere altre, né altra vita, né un senso a tutto questo: è il momento in cui tutto sembra saldarsi in un unicum che ha il profumo di un abbraccio: Georgette, Parigi, la notte e il lettore, al di là della pagina.

“E Georgette entrò. Il freddo la seguiva e il mattino. “Siete voi?” fece qualcuno. “Sono io” rispose lei. E sorrise. Parigi era davanti i nostri occhi. Noi non aspettavamo più nessuno. […] Il giorno e la notte riprendevano la loro girotondo”

Di seguito si offre la lettura di uno dei passi più poetici e significativi dell’opera, quando il protagonista, conversando con un personaggio, comprende l’effettiva necessità di Georgette, non solo nella propria vita ma in un orizzonte di portata universale: è così che arriva a contemplare il Caso, su un ponte parigino, di fronte allo scorrere della Senna.

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Alfonso Cortès – Poesie, a cura di Emilio Capaccio

alfonso cortèsIl sogno è una roccia solitaria

dove l’uccello dell’anima fa il nido.

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A. C.

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Alfonso Cortés (León, 9 dicembre 1893 – 3 febbraio 1969) è considerato, dopo Rubén Darío, con il quale trascorse gran parte della sua adolescenza, uno dei più grandi poeti nicaraguensi, insieme a Salomón de Jesús Selva ed Azarías de Jesús Pallais.

Collaborò con molte riviste e giornali del Centroamerica, soprattutto con “El Excélsior” e con “El Eco Nacional”, di cui fu redattore, inoltre, studiò e tradusse poesia italiana, francese e inglese. I suoi lavori di traduzione furono inclusi nel volume: Por Extrañas Lenguas.

Il legame con Rubén Darío segnò indelebilmente la sua esistenza e il suo talento artistico. Nel 1922 l’ultima compagna di Rubén Darío, Francisca Sánchez del Pozo, giunse a León dalla Spagna per prendere gli ultimi scritti del marito e i documenti del loro unico figlio, Rubén Darío Sánchez. Cortés accolse la donna e le diede un aiuto fondamentale nella ricompilazione degli inediti, ricevendo in dono, come segno di riconoscenza, la piccolissima casa in cui Rubén Darío era cresciuto e nella quale, cinque anni più tardi, Cortés cominciò improvvisamente a essere soggetto ad attacchi di schizofrenia, ma non per questo cessò di scrivere versi, al contrario, in questi anni diede vita ai suoi componimenti più noti.

I suoi familiari, nel corso delle sue violenti crisi, lo tennero rinchiuso e a volte incatenato a una trave del soffitto per evitare che potesse nuocere a sé stesso e agli altri. Nel 1944 fu internato nell’ospedale psichiatrico di Managua.

Trascorse tutta la vita in molti sanatori, tra Nicaragua e Cile, alternando momenti di pazzia a momenti di lucidità.

La sua poesia, visionaria, esoterica e metafisica, è considerata appartenente alla corrente postmodernista, con chiari influssi del simbolismo di Mallarmé, pur conservando un’eccezionale singolarità espressiva.

Tra le sue opere più importanti, si ricordano: Poesías (1931), Tardes de Oro (1934), Poemas Eleusinos (1935), Las Siete Antorchas del Sol (1952), Las Rimas Universales (1964). (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio)

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Il varco nel muro – una nota su Afa epifanica dello steccato di Marina Pizzi

Marina Pizzi - Afa epifanica dello steccato

Pubblico qui l’articolo che appare sul n.4/2020 della rivista Menabò di prossima uscita, con il quale credo davvero di avere esaurito il mio  lavoro su Marina Pizzi, autrice di cui mi sono occupato svariate volte nel corso del tempo (v. QUI e QUI). La nota riguarda il suo ultimo libro, Afa epifanica dello steccato – Terra d’ulivi ed., 2019.

Il varco nel muro

Conosco Marina Pizzi da un bel po’ di tempo, in tanti suoi libri, tanto da coltivare alcune convinzioni. Ad esempio, mi ero persuaso che l’acquisizione da parte sua di una voce e uno stile duraturi nel tempo fosse anche una sua maniera, un modo per radicarsi nel mondo con almeno qualche certezza. Ma con lei mica puoi sapere. Così, quando ero arrivato alla constatazione di stare contemplando una specie di monolite kubrikiano della poesia italiana, ecco che lei se ne esce con un libro che, sì, ripropone certi suoi stilemi, una sua ancora accanita propensione a mettere in mora le parole, discreditarle e riaccreditarle, a decontestualizzarle piantandole come menhir smemorati in mezzo al verso o facendole slittare di senso, a strapazzare la sintassi, tendere all’oscurità del dettato; ma qui, in questo ultimo libro, trovo anche una discontinuità, una specie di varco nel muro, la possibilità di gettare uno sguardo su uno spazio privato che per molto tempo era rimasto nascosto, non tanto o non solo perché custodito da un naturale riserbo, ma perché sommerso in profondità abissali della psiche, di un dolore dell’anima e un horror vitae su cui si scagliava il linguaggio duro e puntuto di Marina. Avvisaglie certo ce n’erano già state, ad esempio in Segnacoli di mendicità (CFR, 2014), ma anche, per indizi palesi, altrove. Tanto che qui non solo si evidenziano esplicitazioni del privato  (“Ebbi un amore giovanile / Più giovane di me di sette anni”; “…Mia madre se ne andò / Con le preghiere in gola nel mormorio / Dei gatti nel cortile”), ma anche, come quasi richiede la materia, affioramenti di una liricità di assoluto livello, magari anche solo per pochi ma illuminanti versi (“In un registro di crisantemi t’amo / Vetusta andata della giovinezza”; “Aureole di baci ultimi sonnambuli / Nature fossili i tramonti”). Certo il nucleo centrale è ancora quello di una dolorante esistenza, nel quale i vuoti vengono colmati (o si tenta di colmarli) con un iperlinguaggio la cui principale caratteristica sono gli accostamenti radicali e apparentamente insensati, con una iperdescrizione di porzioni di realtà la cui esuberanza è direttamente proporzionale alla consapevole impossibilità di raggiungere una qualche pacificazione. In questo senso il linguaggio di Marina è una medicina amara ma irrinunciabile – e perciò il lavoro di Pizzi è potenzialmente infinito, proliferante, come ho scritto altrove – un inevitabile pharmakon, insieme cioè un curativo e un veleno (esattamente come, nel Fedro platoniano, è per Socrate il testo scritto). Lo è anche, ovviamente, per il lettore, al quale è richiesto di mettere in discussione quella parte di ordinarietà da cui è affetto il linguaggio di ciascuno e di accingersi ad una lettura non passiva, per quanto seduttivo possa essere il mero abbandonarsi anche al solo impulso sonoro che questa poesia, dove sspuntano metri classici, irradia. Insomma, come scrivevo in altra occasione, “la poesia di Pizzi pretende uno sforzo supplementare da parte del lettore, una specie di immersione nei propri riferimenti culturali, nel proprio bagaglio semantico, perfino nella propria psiche. E’ una specie di viaggio esoterico, di riconquista di codici”. Da questo punto di vista forse quest’ultimo libro, in qualche misura e nei limiti del possibile, è più “leggero”, anche per le ragioni suddette. Ma è indubbio che certi punti oscuri, che spesso assomigliano a quelli della poesia  della Rosselli che reputo essere uno degli “antenati” di Pizzi, certe immagini perturbanti come un quadro di Max Ernst (non mancano tratti surrealisti in lei) debbano essere assimilati e accolti, come pure certi termini feticcio come “gerundio” (“gerundio di fallacia il mio tramonto”), che rimanda direttamente a qualcosa di indefinito, ad un processo o un sentire sempre relazionato ad “altro” o singolari metafore (“gheriglio amanuense il mio ceervello / vellutato dal soffio di amore”). Insomma il consiglio che mi sento di dare è cercare sempre, nel testo, di individuare un nucleo,  una associazione per quanto astratta, una metafora in genere più concettuale o cognitiva che meramente retorica o analogica. E’ lì che tutto si svela. (g. cerrai)
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Maria Allo – Solchi, nota di Patrizia Sardisco

Maria Allo - SolchiPost-it all’autrice

Di fessure, di crepe, di segni, di in-segnamenti ancestrali: in una terra-mondo devastata e resa opaca dal dire di un “fiato che non pesa”, in cui le sole trasparenze sono “le fessure scampate alle parole”. Di rivoli e calanchi e di altri suggestivi Solchi, ci dona saggio in poesia questo bel libro di Maria Allo, percorrendo la polisemia particolarmente fertile di un termine in cui si intrecciano e si ibridano piani semantici spesso antinomici che oppongono immagini di apertura e di riparo, di linee d’impluvio e di cavità subacquee, di tracce e di incisioni, e ancora di innesti e di uscite, di vie di fuga.

Di solchi e di direzioni arcaiche e arcuate, di assi curve si dice in questo misterico libro di Maria Allo, di piste entro cui dimora un’appartenenza dalla quale, ci avverte la voce poetica, non può darsi scampo, poiché “Non c’è rimedio alla curva/Dell’appartenenza”; di molteplici, di multiformi crepe e del pertinace radicamento nell’alveo non pacificato di quelle crepe; di aperture e lacerazioni, dalle quali tuttavia soltanto, sembra suggerire la seconda parte del titolo del libro, può darsi la sporgenza nella compiuta forma della parabola, nella sua duplice e coincidente accezione di traiettoria-parola che intercetta e adombra “Verità inattese”. È in figura di parabola, infatti, la sola traiettoria-tragitto tracciabile e percorribile per chi, non senza fatica e dolore (“Avanzare è anche soffrire”), assegni al vivere e al dire poetico direzioni equidistanti da uno stesso fuoco.

E il fuoco di questo continuum tra vita e poesia è, maestosamente, quello di un vulcano-padre che si erge solenne, possente e a proprio agio tra storia e mito, è ferita di fuoco nel cuore di un’isola-madre, “corpo immenso del perdono”, luogo di nascita e convintamente suolo d’elezione in cui “resiste nel suo calore un grande cuore”, isola crocevia essa stessa di storia e di mito nel cuore di un mare che tiene in ostaggio e che sembra non mostrarsi mai nella sua parte più profonda. L’Etna: ma insistentemente in minuscolo, nome comune innervato nel diuturno quotidiano: l’etna è il solco primigenio dal quale morte e vita hanno violenta e non sdipanata scaturigine, solco ancestrale che plasma, forgia a propria immagine prima della prima parola, “prima di respirare”, solco che intorno a sé traccia una sorta di spazio sospeso e assimilante, un limbo assorbente rispetto al quale ciò che resta “È gomitolo precipite di devastazione” che toglie nervo al transeunte e, soprattutto, sospende la luce e ogni altra voce sotto il peso del proprio fragore: “Con un pugno arcigno di silenzio”, “Non si ha più voce”.

E in effetti, come poter dire del groviglio di radici e “fessure nel deserto” di questi esseri–albero che siamo, di quello gnommero gaddiano di sovradeterminazione che l’occorrenza di termini come “gomitolo”, “grumi”, “ragnatele”, “tralci” “nodo”, mi riporta in mente, come poter dire il nostro essere “Memorie sommerse”, il nostro essere “carne e vuoto”, “soli e senza un grido”? Come, se si oscura alle spalle la “sola testimone”, la parola, e se “non c’è sintassi che traduca” ? Come dire la dissidenza, la dissonanza?

Occorrerà consegnarsi, restituirsi interi, “Senza afasie”, far di se stessi “segno senza ambiguità”, strapparsi dal volto “La maschera dell’ombra”, “Distillare l’essenza”, sorprendere Verità, dischiuderne il mistero alla nominazione.

Nella rarefazione della veglia/vigilia che impregna la poesia ininterrotta di questo poema franto, un tempo-Tempo si apre, si disallinea, scivola, piange colto nella sua nudità e “I nomi prendono forma dalla perdita o dal vuoto” : è una potente immagine, quella restituita da questo verso, che richiama gli studi dello psicanalista britannico Wilfred Bion, secondo il quale il pensiero nasce dalla frustrazione, dalla mancanza: nella riflessione bioniana, è l’assenza della cosa che diviene pensiero della cosa. Allo stesso modo, mi pare di poter affermare, nella percorrenza dolorosa e tensiva della propria curva spaziotempo, coincidenza di percorso lirico e vitale, la voce poetica penetra il vuoto dei Solchi e vi abita il silenzio, vi abita il fondo vitale del proprio radicamento: trae la linfa della “parola antica e nuova”, e spalancate le braccia compie la propria parabola. È un risveglio, ma è ben più di un risveglio di fede, è un’identificazione con essa: “Sii la fede che tiene un’idea”. È un’identificazione con la luce che veglia sulla memoria, ma non più nell’abbaglio accecante del giorno bensì con la coda dell’occhio, per visione laterale, periferica, quella dei recettori sensoriali attivati nella luce del crepuscolo mattutino, “nell’ora incerta/Che precorre il giorno” quando il Sole illumina per diffusione e riflessione. In questo Tempo nuovo, la tensione si attenua, come acutamente osservato da Anna Maria Curci in chiusura della sua puntuale Prefazione al volume, “ma resta irriducibile”. Lo scioglimento è delle braccia, finalmente spalancate, e nel canto, quasi senza più corpo né confine, e “Sarà un unico respiro atemporale/a farci adempimento e condivisione”: ma il nodo, il groviglio, non conosce distensione, gli gnommeri sembrano anzi ripiegarsi a formare strutture di superiore complessità, con la ricorrenza di versi e interi brani di poesie precedenti e riflettendo a ben guardare anche nella costruzione del testo una concezione curva e aperta, in-finita, del mondo e di questa poesia, con il suo procedere in assenza di segni di interpunzione e per a capo e maiuscolo, come nel tentativo di afferrare ogni volta tra pollice e indice il bandolo di un nuovo inizio, il prodigio sull’orlo del ricominciamento, alla vigilia della risurrezione: “La parabola si compie nei risvegli dentro ogni inizio”. (Patrizia Sardisco) Continua a leggere