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Glauco Piccione – Il tempo evolve, posticcia l’umanità

Glauco Piccione - Il tempo evolve, posticcia l'umanità - Transeuropa ed., 2021Glauco Piccione – Il tempo evolve, posticcia l’umanità – Transeuropa ed., 2021
Un libro interessante con un brutto titolo, uno dei titoli più brutti che abbia visto negli ultimi anni, preso da un verso di una delle poesie della raccolta (ma perché non sceglierne un altro?). Tralascerei però  di indagarne il senso e il significato,  forse didascalico (e questo già un po’ mi inquieta), che cioè vuole rimandare fin da subito ad un paio di temi centrali del libro, la finitezza dell’uomo sociale (nel mentre che fa danni) nel tempo e soprattutto nel luogo, cioè questo mondo che ci è dato, e che riempiamo di “scarti”, materiali, affettivi, identitari; la collocazione dell’uomo/poeta, come individuo, all’interno di quella stessa complessa realtà e delle dinamiche anche personali che genera, e una forse conseguente forse marginale rinascita di un uomo politico.

Non ci si entra subito, in questo libro, pur con i buoni auspici dell’autore, il quale in effetti spande generosamente una sua idea di poesia, ma soprattutto una sua idea di che cosa la poesia dovrebbe parlare. In breve: libro di invettive e riflessioni, con una cifra stilistica a volte esorbitante, come vedremo, in cui però non si entra subito  perché la scrittura di Piccione non è e non vuole essere immediatamente decifrabile, aspirando ad una certa “oscurità” creativa del linguaggio, ad una certa sperimentazione verbale che però tende a “complicare”, sempre con volontà di sperimentare, una più o meno acquisita tradizione, riconosciuta e dichiarata dall’autore come serbatoio. “Un’opera in versi che trae le proprie influenze dalla poesia italiana degli anni Settanta e da un particolare vissuto personale, che tenta di rielaborare le esperienze della cultura beat, della cultura psichedelica e della cultura hobo” mi dice l’autore in un messaggio privato. Quindi, forse, un antico che tenta di ritornare nuovo, e qualcosa di insolito per un autore nato nel 1990. Influenze di temi, o renovatio di essi, gestione della “rabbia” giovanile o meno, contenuto che quasi inevitabilmente genera o richiama la forma e insieme ne è generato, una certa distopia (nel senso di  una qualche discrasia tra l’attuale e il linguaggio che lo rappresenta, che lo pone per così dire fuori dal tempo)? No, non è tutto qui, naturalmente, seppure – comun denominatore di tutto il predetto – una scrittura generalmente magmatica, effusiva, richiami  una notevole passione – abbastanza inusuale ormai in giovani di questa generazione – che cerca nella scrittura stessa un espressionismo d’impatto, un peso specifico da consegnare al lettore. Passione che a tratti sembra voluta, autoimposta, in qualche modo autodescritta, proprio mentre l’autore tenta di oggettivarla, chiamandosene antiliricamente fuori. E sì, anche se Piccione non me lo avesse scritto, c’è in molti di questi testi, anche linguisticamente, una specie di dito puntato verso una realtà che possiamo far finta di guardare criticamente da fuori ma di cui invece siamo – certo drammaticamente  – intrisi. E questo è un fatto linguistico, come dicevo, molto più di quanto possa essere, oggi come oggi, politico, un recupero appunto di modalità espressive che è vero che trovavano la loro motivazione in un bisogno diciamo antagonista, ma che non sarebbe male recuperare applicandole però ad una realtà molto più complessa e “liquida” di quanto fosse allora. Se c’è qui qualcosa di post moderno in questo tipo di poesia (di Piccione e di altri) è un disincanto non aggressivo, una consapevolezza della fine di qualsiasi delle “grandi narrazioni” di cui parlava Lyotard (sostituite in poesia da due concetti fissi come “presente” e “frammentarietà”). Senza contare, qui come altrove nel panorama – ed è quasi ovvio -, l’espulsione dell’io/poeta, rarissimo in questo libro, quasi un mero elemento del paesaggio, un deittico che mi pare, quando c’è,  corrisponda ad una autochiamata in correo, più che a una testimonianza. Non che la presenza dell’autore difetti, tutt’altro, diciamo che la presenza, qui, è piuttosto peso stilistico, scelta programmatica di tonalità e, come s’è visto, di numi tutelari. Queste scarne considerazioni però non ci sviino, noi o il lettore, dall’affermazione iniziale, l’essere cioè il libro interessante, di esserlo, in un certo senso, comunque, al di là cioè di certa (faccio un esempio) ansia che a volte trapela, di mettere in testo tutti gli ingredienti a disposizione. Ne consegue, a tratti, un certo barocchismo della parola (specie nelle poesie diciamo più “impegnate”, cioè con più “foga”): un surplus  di significanti che da una parte conducono all’assemblaggio, all’accostamento enunciativo di termini in apparenza alieni (1) che (ipotesi) potrebbero aspirare lodevolmente alla creazione di metafore/metonimie/similitudini innovative, oppure (ipotesi) tentare sperimentalmente di fare un uso iconico/mimetico del linguaggio per designare il caos, il complesso, l’indicibile per quanto sia – per ossimoro –   poeticamente descrivibile. Gli elementi ci sono quasi tutti, enumerazione, accumulazione, elenchi, innesti linguistici, associazioni, visione del mondo oggettuale onnivora, polimorfica, sinestetica, sguardo inquieto e quindi pluriprospettico e quindi non poche volte tagli del testo per frames, inquadrature, salti di luogo e di campo visivo, insomma cinematografia. Tutte cose non nuovissime, ma va bene così, perché al di là delle sue dichiarazioni Piccione una renovatio l’ha fatta, è riuscito a costruirsi un suo stile che certo ha bisogno a mio avviso di qualche aggiustamento ma che riesce a dominare alla fine la materia poetica di cui dispone, i temi che gli stanno a cuore. In altri termini è riuscito, direi rubando  parole all’autore, ad esercitare spesso “la sorveglianza nel progettar confuso / del lasciare andare”. Del resto come si fa, trattando ad esempio de “L’acrobatismo incantevole del disastro” (come titola la prima sezione del libro), cioè quella specie di ballo sul Titanic che è l’attuale situazione del mondo, a non costruire testi che rassomiglino ad un ammasso di materiali, ad una discarica di scarti in cui l’uomo non è scarto da meno, e nei quali tuttavia vige un’estetica se non del brutto  certo di un certo horror pleni che ci sovrasta. Voglio dire che è inevitabile (nel senso di un rapporto efficiente tra forma e contenuto) che questi testi siano tra le altre cose, quando funzionano al meglio, una  sorta di  “lista profetica dei significati”, per citare l’autore. Nella quale cioè non vale tanto la parola in sé, quanto la massa critica della sua evocazione complessiva, non il suo valore storico ma quello dinamico-predittivo, proprio in forza di alcuni di quegli accostamenti alieni di cui parlavo nei quali gli enunciati si danno energia  a vicenda. Vale lo stesso, per forza di cose, se il tema è l’uomo scarto, l’uomo ambiente, l’uomo perdente all’interno di un ecosistema  suicidario perché autoinflitto, non solo come abitante di una terra devastata  ma anche come attore di rapporti spesso difficili (dove magari “l’altruismo è una sorta di narcisismo imperterrito, non illuderti”) o affetto da una “mancanza di comunitività” (così nel testo) o per il quale l’avvenire è una “stupida crisalide” cioè forse non destinato a compiersi per l’uomo che vive in un mondo che urla. Se da un certo punto di vista il gioco dell’autore è scoperto, se la sua fame nervosa di comprendere il tutto è evidente, è vero che alla fine la pressione dei significati e  dell’ evocazione espressa è importante e bisogna tenerne conto al di là di piccoli o grandi dejà vu e di una qualche ricorsività indotta da uno stile, una tonalità, una voce che tende sempre e comunque a replicarsi, perché evidentemente l’autore ne è soddisfatto. Non occorre dire che cosa passa tra soddisfazione e sperimentazione, a lungo andare. Ma il libro è di sicuro interesse, con diversi testi anche molto belli, e sono curioso di vedere i futuri lavori di Piccione. (g. cerrai)

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Elisa Donzelli – Album, nota di Giulia Bolzan

L’album di Elisa Donzelli (nottetempo 2021) fin dalle prime pagine ci riporta all’infanzia, a quei raccoglitori di scuola, in cui tutti provavano a fare gli artisti, tra pittura e collage vari. In parte, la raccolta di componimenti in questione si riappropria di questi ricordi, momenti pieni di luce e colore che portano nella sezione introduttiva all’opera il titolo Esercizi di disegno, come nella poesia omonima. In queste prime liriche che aprono la raccolta, le linee e le forme che Donzelli traccia sul foglio compongono una sorta di paesaggio a se stante rispetto al resto dell’album; qui ad esempio la poetessa traspone simbolicamente il jardin en mouvement in parti del corpo femminile che cambiano nel corso degli anni. Le liriche successive vengono suddivise in quattro sezioni più una sorta di appendice chiamata Aprendo la notizia; nel complesso l’autrice pare seguire una doppia linea tematica e cioè da una parte tratteggia profili di donne che appartengono al suo ed anche al nostro passato in quanto figure storicamente, politicamente rilevanti e dall’altra descrive con grazia e delicatezza un profilo della nostra penisola che appare profondamente dissestato, dolorante e in divenire. Così appare per esempio in viaggio di nozze dove un safari in Africa diviene occasione di scoperta che mediante il viaggio si apre ad una verità ben più drammatica: «Questo nostro continente / in lotta per i diritti di un solo / mare che da sempre io studio / amo, così antico istruito non sa / sporgersi farsi ombra, / qualche volta morire». Continua a leggere

Danilo Mandolini – Anamorfiche, nota di Claudia Mirrione

Anamorfiche di Danilo Mandolini

Nota di lettura di Claudia Mirrione

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Danilo Mandolini (Osimo, AN, 1965) è noto nel mondo della poesia contemporanea italiana sia per il suo lavoro di editore sia per aver affiancato al suo lavoro editoriale quello di autore di produzione letteraria in prosa e in versi, apparsa su antologie, riviste, blog letterari e per cui ha ottenuto diversi riconoscimenti e premi letterari italiani. Anamorfiche, di cui parliamo in questa breve nota di lettura, è la sua ultima opera letteraria, uscita per i tipi di Arcipelago Itaca nel 2018.

Anamorfiche a tutta prima appare come un libello proteiforme. Ha, infatti, come tema la realtà, che proteiforme, in effetti, è e lo stesso titolo allude, come leggiamo in una nota posta al termine della raccolta, «alla tecnica denominata “anamorfosi” che nelle arti figurative è la rappresentazione di una scena in deformazione prospettica; questo per far sì che la visione corretta della stessa scena possa avvenire solo da un punto di osservazione diverso da quello frontale». Di conseguenza, come sostiene l’autore nella suddetta nota, l’uso del termine Anamorfiche è da motivare con la convinzione che la realtà e gli eventi di cui essa consta abbiano infinite interpretazioni, infinite sfaccettature, infinite prospettive. Tale varietas, che ci sembra la cifra che meglio identifica l’intera opera, è sia tematica che compositiva e permea entrambe le parti di cui si compone l’opera. Dopo il preambolo, Altrove, abbiamo infatti due macro-sezioni: Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi e Altre psichedelie, le quali sono anche corredate da un itinerario fotografico costituito da nove immagini che rappresentano sprazzi di realtà urbane in costruzione, scampoli di street art, manifesti pubblicitari, interlocutorie scene di quotidiano in b/n.

Da un punto di vista tematico, Mandolini si muove tra due versanti estremamente diversi ma complementari in quanto, se da un lato sviluppa riflessioni filosofiche e concettuali sui fondamenti senza tempo dell’esistere, d’altro canto rimandi alla storia più recente ed attuale si intrecciano a tali riflessioni, si fanno spazio e guadagnano così ampi margini tra i componimenti. Continua a leggere

Paolo Cosci, intervista e inediti a cura di Francesca Marica

Paolo CosciEPPURE LA BESTIA È RIFLESSIVA, L’ISTINTO NON C’ENTRA.

SORELLE STELLE e LA MODULAZIONE DELL’URLO. UN RAGIONARE PER FRAMMENTI.

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INTERVISTA AL POETA PAOLO COSCI

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A CURA DI FRANCESCA MARICA

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1. Sorelle stelle uscito per Effigie nel 2019, rappresenta il tuo esordio poetico. Possiamo definirlo un esordio maturo e consapevole e forse, proprio in virtù di tale maturità e consapevolezza, il libro ha una matrice identitaria molto chiara e forte. Sin dalle prime pagine emerge nitidamente quella che il caro Francesco Brancati in postfazione definisce «una forte fiducia riposta nelle possibilità comunicative e etiche concesse alla parola». E, aggiungo io, concesse alla poesia, inevitabilmente. Iniziamo dunque con una domanda semplice: Che cos’è per te la poesia, Paolo? Cosa rappresenta? Il poeta assume per davvero su di sé il ruolo di manipolatore del fantasma, come sosteneva Adriano Spatola?

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Sorelle stelle è un libro scritto nel corso di una decina d’anni, ho iniziato a scriverlo a 20 anni. È stato pubblicato che ne avevo 35. È quindi un libro stratificato: il grado di consapevolezza è andato via via maturando. Ho aspettato qualche anno prima di proporlo, rivedendolo compulsivamente per tre o quattro anni almeno, e solo dopo che mi era parso di avere chiaro cosa significasse per me scrivere poesia. Ho vissuto spesso uno strano senso di colpa, pubblicare l’ennesimo libro di poesia in mezzo a numerosissimi altri. Mi sono deciso soltanto quando mi è parso fosse (almeno per me) necessario. Credo che ogni libro importante nasca da una necessità che lo regoli, da un’urgenza della scrittura svincolata da qualunque teoresi dominante. Non è semplice scrivere nero su bianco cosa sia per me la poesia. In una lettera presente nel mio prossimo libro, La modulazione dell’urlo, scrivo che la poesia è contraddizione; credo sia una definizione accettabile perché assomma insieme molte definizioni parziali. È nella contraddizione che possiamo tentare di capire la complessità del mondo e dunque scriverne in poesia. Sono però consapevole di quale sia il ruolo oggi della poesia nella società, un ruolo quasi insignificante. Ciò non toglie che sia possibile influenzare il singolo, stordirlo con la parola poetica che è sempre una parola di verità quando è vera poesia. Non penso alla poesia come a una dimensione rivelatrice né credo possa ridursi a semplice testimonianza o ad una miscela psichedelica di linguaggio. Per me significa indagare a fondo le realtà del mondo e le potenzialità del linguaggio, significa sintetizzare queste due dimensioni: linguaggio e umanità, con tutto ciò che un simile connubio implica. Continua a leggere

After BIL 2021: Giorgio Rafaelli – Ritorni, motivazione secondo classificato sez. C

Giorgio Rafaelli – Ritorni (motivazione secondo classificato BIL 2021 sez. C)

 

Si leggono tre poesie di uno sconosciuto, come avviene in questa sezione, poi un po’ ci si ragiona, si giunge a qualche convinzione, come nel caso di Giorgio Rafaelli. Nella cui poesia, mi è parso di capire, le evidenze, i fenomeni, i fatti, le circostanze dell’essere e così via non sono tanto spunti dello scrivere quanto riprove del pensare, giustificazione ed essenza, che in quello scrivere trovano semmai determinazione. Come se, insomma, la poesia preesistesse al caso, oppure, per usare una terminologia di Rafaelli, “presentisse” l’arrivo di qualcosa, fosse pure infinitesimale, che la renda necessaria, anzi giusta in una sua (cito) “sintassi del giorno”, in una sua – quindi – sistemazione nel tempo.

La poesia, in questi versi, dà ordine a qualcosa che – direbbe l’autore – coglie impreparato, certo, magari l’inatteso di un oggetto, ma nel senso di una meraviglia intelligente in cui spesso tempo e luogo si coagulano   in qualcosa  qualche volta di “inadatto”, oppure in mancate corrispondenze tra cose o persone (presenti o assenti o solo ricordate), non tra di loro ma rispetto, come dire, ad una loro collocazione esistenziale o meglio ancora, all’interno della storia particolare di ciascuno, oppure (cito) in “relazioni mai del tutto verosimili”, o là dove “le strade che si incrociano dei morti e dei vivi” lo fanno “con parole indistinguibili per gli uni e per gli altri”. Al fondo della poesia di Rafaelli mi sembra ci sia proprio un “fuori posto”, che non è quello dell’ incoerente disagio che si rinviene in tanta poesia letta in questo concorso, ma a me appare piuttosto una poetica, ovvero la convinzione che fuori posto convenga stare, che convenga sempre guardare alle cose da un punto decentrato ed ellittico, sfruttando il salto di potenziale poetico che c’è tra certo e incerto, tra ordinario e ordinato e dis-ordinario, tra atteso e subitaneo. Perciò nei testi che abbiamo letto troviamo certo dei momenti, limitati nel tempo e nel luogo, però non occasionali o statici o raffreddati nel ricordo, ma circostanze in qualche modo critiche, che cioè sarebbero di per sé banali se non comprendessero in nuce l’ispirazione (ma sì, usiamo questo termine desueto) di un qualche “segreto” che montalianamente debba essere custodito. Così l’arrivo in una stazione ferroviaria, un cambio stagionale degli armadi, una cornice fotografica appesa al muro non sono rivelazioni altro che del loro esistere, forse non epifanizzano nulla e non importa poi tanto, tuttavia la loro presenza è una soglia che va attraversata, è necessaria ad un tentativo di “mettere a posto”, fa da concreta sponda al poeta nella ricerca di un senso consonante, ricerca  che non è detto che vada – e anche questo forse non importa – a buon fine.

A tutto concorre la scrittura di Rafaelli, parole che non si compiacciono, parole tutt’altro che indistinguibili, anzi che si prendono una per una il loro spazio all’interno di testi a cui non importa l’estensione, il registro, la prosodia ma piuttosto la completezza, il compimento dell’idea. O meglio ancora la piena esplicitazione dell’interrogativo di cui è fatta molta buona poesia, secondo un percorso – forse non originale ma certo efficace – reattivo di fronte ai segnali, in cui cioè quel che c’è di oggettuale, quello che si percepisce come reale non è che pre-testuale rispetto ad un successivo sviluppo di un pensiero che  “sincronizza la ragione” alla poesia, e a cui importa non certo asserire quanto  esserci, essere qui in questi versi. Se poi conciliare in versi il disordine dell’ordinario non sempre è realizzabile, è un rischio che deve essere accettato e che fa parte di quell’angoscia (cioè di quel sentimento di fallacia) che è anche una sfida e che è insito in ogni scrittura di qualche valore. (g.cerrai – nota già pubblicata senza testi sul sito di BIL)

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After BIL 2021: Anna Stella Poli

Dopo Giacomo Vit, parlando brevemente di alcuni poeti di BIL 2021, sezione C, che a me sono sembrati di un qualche interesse al di là della graduatoria finale, eccone un altro:  #2, Anna Stella Poli.

Anna Stella Poli – Titolazione
Anna Stella Poli è un’altra autrice che ha sommato una buona votazione complessiva, sebbene non sufficiente, poi, per entrare tra i finalisti. Non saprei dire che cosa sia piaciuto agli altri membri della giuria, o che cosa sia piaciuto in relazione a quanto proposto da altri autori (sì, il confronto in questo genere di cose ha il suo bel peso). Ma per quanto mi riguarda si è trattato, diciamo, di una buona impressione, cioè in primo luogo della capacità di dire diverse cose, dare diverse informazioni con un uso parco (ma non tirchio) dei mezzi a disposizione. In altre parole Poli è una che ci mette poco a dirti ecco, la situazione è questa, il momento è non solo rimarchevole (certo per lei, ma anche un po’ per noi) ma anche replicabile, perchè l’immagine evocata è abbastanza univoca, non necessita di grandi manovre ermeneutiche, è immediata, e perciò immediatamente fruibile, ovvero godibile. A parte l’ultimo testo, inevitabilmente ingenuo e che poteva essere lasciato nel cassetto, direi che con pochi versi il quadro è completo, la scena inquadrata – per dirla col cinema – come un mezzo primo piano dove infatti ci sono o c’erano due personaggi, è conchiusa  in un fatto/effetto che la totalizza, sceneggiata con poche parole necessarie e sufficienti distribuite in versi sintatticamente completi, che non abbisognano di un gran fiato per essere letti. Tutta roba in sostanza che dà a chi legge una impressione di invito al privato sì, ma con leggerezza e senza voyeurismi. Certo, come ho già detto altrove tre poesie sono poche per avere un’idea un po’ meno superficiale del lavoro di Poli, ma alcuni  elementi sono interessanti, come  quell’ uso parco di cui parlavo sopra, e ad esempio si vedano gli incipit (Penso alle mandorle delle architetture medievali. e anche Avevo il tuo sangue attorno alle unghie.) che non solo sono perentoriamente assertivi (e chiusi da un punto), ma anche già saturi del senso che verrà (la mandorla, la vesica piscis, è antica figurazione mistica di inclusione, di unione anche sacra, anche in senso lato amorosa; il sangue attorno alle unghie invece trova ulteriore forza e senso in quel venire del penultimo verso). Mentre il resto del testo, e specie il finale, gode di una specie di understatement (quindi anch’esso parco), una sorta di noncuranza che da l’idea di un voluto approccio antilirico ma anche, per così dire, antieroico, teso cioè ad una poesia non eccezionale, nel senso che per l’autrice trova il suo essere nelle normalità delle cose. (g. cerrai)

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After BIL 2021: Giacomo Vit

Giacomo VitC’è chi vince e chi non vince, si sa.  Ed è la democrazia dei premi letterari, la regola del Tvg / Ng = n: a me alcuni piacevano ad altri no, tutto qui. Ma immagino che questo sia successo ad ogni altro giurato, e ad onor del vero devo dire che i giudizi finali sono stati nel complesso equilibrati. C’è qualcuno che mi sarebbe piaciuto che avesse vinto, o che almeno si fosse qualificato meglio di quanto è avvenuto, tra i moltissimi che ho letto come membro di giuria anche quest’anno a Bologna in Lettere. Ma tant’è.  Facciamo qualche esempio: #1, Giacomo Vit.

Diciamolo subito, chi manda poesie in dialetto a premi generalisti (che non siano cioè programmaticamente orientati, inutile fare nomi) parte svantaggiato. Per varie ragioni, alcune delle quali extraletterarie. C’è intanto una oggettiva difficoltà di lettura, se non siamo proprio di quella area linguistica, c’è la necessità cioè di recuperare un po’ di tempo (sempre tiranno) per scandagliare innanzitutto i suoni, per fare appello poi, se si hanno, alle proprie cognizioni glottologiche, per comparare la resa poetica, stilistica, estetica, metrica e significativa tra la versione originale e quella (sempre presente) in italiano (ma qui bisognerebbe aprire la questione, già sollevata da Pasolini, della traducibilità, letterale e musicale, del dialettale). E così via.

E poi di solito sono lirici, mai  variamente sperimentali, inevitabilmente lineari, ma alla ricerca di una lingua non impoverita, quando quella comune è diventata frusta, o sembra esserlo in rapporto alla propria poetica, spesso radicata in un territorio quanto la lingua stessa, spesso (absit iniuria verbis) provinciale ma – secondo me – nel senso di così universale che potrebbe risiedere ovunque. Proprio perché i dialettali di oggi sono uomini moderni che usano mezzi antichi, gente cioè che investe una più moderna sensibilità sullo “strumento”, artigianale o tradizionale che sia. Mi pare che ci sia sempre qualcosa di “resistente” nella scelta del dialetto, non necessariamente la purezza e l’emotività di cui parlava Pasolini, e forse nemmeno un sentimento antiglobalista, ma forse – anche – la “rassicurazione” di essere di un luogo, certamente, di beneficiare in qualche modo del riflesso di un genius loci o di lari antichissimi che in quel linguaggio risiedono, e che certificano una certa “verità” del dettato, come aveva ipotizzato ancora Pasolini: ma non è detto che si tratti di una comfort zone, che cioè in quella nicchia rimuginino un modulo, una maniera facile, forse anche una certa “innocenza”, una fase pre culturale, meno sovrastrutturata diciamo così. Potremmo fare infinite ipotesi a cui solo gli autori interessati potrebbero dare una risposta consapevole. Continua a leggere

Davide Lucantoni – Mem, nota di Claudia Mirrione

Davide Lucantoni - MemDavide Lucantoni – Mem  – Nota critica di Claudia Mirrione

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Davide Lucantoni nasce a Sant’Omero (TE) nel 1992 e ha già pubblicato con Arcipelago Itaca Eccesso di Forma (2018), mentre di quest’anno è la sua seconda raccolta di poesie Mem (pubblicata sempre per i tipi di Arcipelago Itaca) su cui, in questa nota, vorrei soffermarmi proponendo un percorso di lettura. Premetto che non conoscevo Davide Lucantoni, complice la giovane età e l’ancora esigua produzione poetica contemporanea, ma, tra le diverse sillogi poetiche di cui mi sto occupando in questo momento, mi ha colpito soprattutto il titolo. Mem. Mentre leggevo le pagine della raccolta, mi chiedevo in cosa fossi incappata. E, progressivamente, ho realizzato di trovarmi di fronte ad una micro-catabasi, ad una descensio ad inferos formato tascabile, ma con dei tratti, del tutto originali, che cercherò di mettere in luce.

Lucantoni, privatamente, mi scrive: “l’idea della raccolta mi è venuta a un funerale, in pratica passeggiavo per il cimitero e mi sono trovato davanti questa lapide su cui era scritto in epigrafe “sarai per sempre vivo nei nostri cuori”. Tutta la raccolta credo abbia luogo in questo equivoco della prospettiva da cui si legge (vedi: L’uomo personificato I – p.20, cf. infra). Mem, appunto, è la lettera dell’alfabeto ebraico che sta per “Il luogo”, e che nella carta XIII dei tarocchi (vedi: XIII. La morte – p.64) la morte scrive in terra con la falce. Nella raccolta ho cercato di sviluppare le suggestioni e le implicazioni di questi elementi. Quindi direi che il luogo è il libro, il quale entrando in analogia con la lapide è anche il punto di arrivo del viaggio compiuto dai vari personaggi della raccolta (e anche il punto di arrivo del nostro viaggio), infatti mi sembra che non ci sia mai un vero spostamento nelle poesie sul camminare e sul procedere. Quello che sperano è di restare vivi nei nostri cuori, oppure noi lettori speriamo di poter vivere in loro, questo è l’equivoco, e dipende da dove ti trovi quando leggi l’iscrizione (dentro la tomba, davanti, a casa tua leggendo l’iscrizione dal mio libro?)”. Continua a leggere

Carlo Tosetti – La crepa madre

Carlo Tosetti – La crepa madre – Pietre Vive Editore, 2020Carlo Tosetti - La crepa madre - Pietre Vive Editore, 2020

Trovo sempre curiosi i libri in cui l’autore in qualche modo mette le mani avanti – o in fondo al libro, come in questo caso. Magari con un “Ammonimento” come il seguente:

 

A chi pensi che la Crepa
sia metafora, allegoria,
l’ammonisco che si inganna:
peculiare è che sia viva,
il suo istinto – che ho vissuto –
non fu sogno, né malia.

D’accordo. Inutile cercare di convincere l’autore che sarebbe come mettere in guardia sul linguaggio medesimo, sulla sua capacità eidetica anche al di là delle intenzioni di chi scrive. E del resto, oltre a questo, il lavoro di Tosetti già si presenta, fin dalla prime righe, come un singolare prosimetro narrativo, nel quale l’occasione è un fatto vero o veritiero avvenuto in un luogo vero (o – narrativamente – veritiero), là dove – cito dall’ Avviso che apre il libro – “le vicende narrate sono intreccio di fantasia e convinzioni attecchite nel substrato dei miei ricordi”. Ecco qua, con qualche piccola contraddizione. In altre parole, se non è metafora è, in certa misura, mito. La mitostoria di una crepa “viva” che nel tempo attraversa una casa, una città, un territorio (siamo dalle parti di Erba, vicino al Lago di Como), sembra tornare indietro sui propri passi, in un certo senso “guarire”, imparentata alla lontana ma con qualche significato con una brutta ferita che l’autore si è procurato da ragazzo e che in qualche modo li apparenta. La crepa, che poi appunto miticamente diventerà la Crepa, ovvero qualcosa con una sua propria identità, manifesterà il suo essere in un’estate con un frastuono dalla casa di fronte, quella dei vicini: “trovammo uno squarcio tremendo nel muro: partiva dal primo piano e irrompeva di sotto, nella spaziosa sala da pranzo”. Da questo evento parte la storia, della Crepa e della Casa (anch’essa mito – in buona misura  e per proprietà transitiva – in quanto ospitante l’evento).   Tra Storia e folklore (la Casa che è antica, la Crepa che ripara i suoi danni nelle notti di luna, entrambe destinatarie di inutili esorcismi, la Crepa che rumoreggia ma non fa danni, si muove per la Casa, la Crepa che si attiva col malumore degli abitanti della Casa, che rumoreggia, che è viva, “dotata di una sua petrosa e peculiare sensibilità”, che terrorizza i nuovi proprietari ecc.) la storia, intesa come narrazione, si dipana. Il tentativo di mettere mano ad una ristrutturazione della Casa  che la ospita scatena una reazione della Crepa che guadagna l’esterno, come in fuga, attraversa il paese risparmiando le case e la Chiesa ma non condutture, tubi, fogne, fili elettrici, si inoltra in campagna fino a giungere a pochi metri dal lago, dove si arresta, recede un po’, “dopo uno sbuffo da locomotiva esausta”. La Crepa, ci dice l’autore, è qualcosa di vivo e ancestrale collegato alla vita, perché fin dalla creazione del mondo è ciò che ha unito, più che separare, sigillando la crosta. La ricostruzione del paese e la riparazione dei danni relegano in seguito la Crepa madre nell’oblio, per tutti ma non per l’autore, memore di una misteriosa parentela tra di essa e la brutta ferita al ginocchio della sua infanzia, convinto del simbolo, la “forma” che essa rappresenta delle infinite ramificazioni della vita. Così col tempo alla fine chi racconta ritrova la Crepa, sicuro ormai che essa “è la manifestazione di una forza, una volontà necessaria, il motore di ogni taglio, segno, struttura”, la ritrova e la riconduce come un docile animale, ripercorrendo a ritroso il vecchio cammino, riscrivendo le vecchie ferite, alla sua antica dimora.  Forse un movimento geologico, forse una manifestazione di una natura non necessariamente deterministica, ma comunque qualcosa non avulsa dall’uomo, che come ogni aspetto del mondo agisce il suo riflesso con esso.

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Sergio Bertolino – La sete

Sergio Bertolino – La sete – Marco Saya EdizioniSergio Bertolino - La sete - Marco Saya Edizioni
La sete è il secondo libro di poesie di Bertolino e il primo che leggo, se ricordo bene. Una prima lettura non facile, per ragioni che vedremo. Una seconda lettura che apre qualche finestra su un circoscritto universo privato, molto intimo, una realtà su cui esperienza e percezione sembrano aver lasciato tracce sfumate, segnali emergenti da una bruma infittita dalle parole. La relazione con il mondo e con le cose, rarissime da un punto di vista oggettuale, sembra generare il pensiero, che a sua volta genera la poesia di cui è soggetto, una poesia “pensata”, come in un anello di Moebius. In altre parole in questa poesia la realtà recede velocemente fino a frantumarsi in parti finissime, e a farsi elemento di una riflessione su impressioni di un io ben presente e centrale anche quando non è espresso grammaticalmente.  E’ per questo che ho parlato di privatezza, anche estrema, del mondo dell’autore. L’immersione in profondità abissali che si percepisce sperimentata da Bertolino ha un suo fascino, anche di musica arcana, ma resta il fatto che l’abisso talvolta ha bisogno di una qualche luce che scontorni le presenze che lo abitano, cioè di una parola non “innamorata” che dia identità all’amore, alla morte o a qualsiasi altra cosa che inquieti questi versi. Gli estremi della poesia di Bertolino stanno qui, in questa verticalità dell’ascolto tra luce e oscurità, tra visibile e invisibile, tra dicibile e indicibile che si riflette sulla scrittura, a tratti affollata, a tratti tesa alla ricerca di una metafora astratta, che non “pone dinanzi agli occhi”, come diceva Aristotele, cioè non mostra l’ “azione” in transito da un concetto all’altro. Perché a volte il problema della poesia è la ricerca del poetico, se mi si passa il paradosso.

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