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Luca Bresciani – Linea di galleggiamento, nota di Claudia Mirrione

Luca Bresciani - Linea di galleggiamento - Lietocolle & Pordenonelegge, 2020Luca Bresciani – Linea di galleggiamento – Lietocolle & Pordenonelegge, 2020

.Nota critica di Claudia Mirrione

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La raccolta Linea di galleggiamento di Luca Bresciani è stata pubblicata quest’anno per LietoColle e pordenonelegge.it nella prestigiosa Collana Gialla che, come detto nella nota che precede la silloge, ha lo scopo “di promuovere e diffondere l’opera di alcuni autori già conosciuti (…), accompagnandoli nell’edizione di una loro prova significativa”.

In effetti, con Linea di galleggiamento abbiamo a che fare con una prova poetica significativa, una voce cristallina tendente all’equilibrio e alla salvazione esistenziale, psicologica ma anche spiccatamente morale, messaggio che è già implicito nel titolo della raccolta.

Tanti elementi colpiscono in Linea di galleggiamento. Il primo che ha colpito me è l’interazione tra soggetto, oggetti e situazioni, ma soprattutto il messaggio che il poeta ne trae e cede al lettore come restituzione della propria riflessione. Come dice Paolo Maccari nella Postfazione, in Linea di galleggiamento “la realtà è perlustrata nelle sue emergenze più minute – piatti, tovaglie, ciabatte – ma il catalogo che ne deriva non è abbandonato all’implicita luminescenza semantica del singolo oggetto: nel giro breve dei testi si assiste sempre a una interferenza meditativa (…): il pensiero si cala tra le cose, ne partecipa con la sua provvisorietà e con l’ardore delle sue interrogazioni”. Quello che dice Maccari è pienamente rispondente a quanto avviene nella poesia di Bresciani. Non possiamo commentare le singole liriche, ma possiamo offrire qui una riflessione critica per dare un’idea di come esse per lo più si svolgano. Prendiamo ad esempio la prima lirica, splendida, che ci offre la struttura-base da cui si sviluppa la poesia di Bresciani:

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Le mani accecate dal sapone

non sanno chi andranno a salvare

se un coltello o una tazza

l’appetito o la pienezza.

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Meglio una fitta nell’equilibrio

che la fermezza nell’abbandono

e si deforma lo scolapiatti

per accogliere tutti. Continua a leggere

John Taylor – Oblò / Portholes

John Taylor - Oblò / Portholes - Pietrevive editore, 2019John Taylor – Oblò / Portholes – Pietrevive editore, 2019, postfazione di Franca Mancinelli

 
Apro con un certo ritardo (ma faute) il libriccino che John Taylor mi ha inviato alla fine dello scorso anno. Libriccino solo nelle dimensioni, come si conviene a certe botti piccole ma preziose (e John, che vive nell’Anjou, sa di cosa parlo). Il libro, come ricorda Franca Mancinelli nella postfazione, è la raccolta di frammenti di ricordi di un viaggio nell’Egeo fatto negli anni ’70 da Taylor, giovane studente di matematica, prima di decidere di vivere definitivamente in Europa e di darsi alla letteratura. Ricordi che sono emersi grazie ad una collaborazione artistica con l’amica Caroline François-Rubino, autrice di una serie di dipinti (“Hublots”) tra cui gli acquerelli (gli “oblò”) che illustrano la raccolta. Parlare di frammenti tuttavia è fuorviante. Giacché si tratta indubbiamente di una sequenza che andrebbe apprezzata senza soluzione di continuità, come un rullo di pellicola, sia nella traduzione di Marco Morello, sia se possibile nella versione originale in inglese. Una sequenza di sguardi gettati all’esterno di una “apertura” non meno di quanto il poeta li rivolga o li ritorni all’interno di un pensiero che quello stesso “esterno”, fatto di cangiare di luce e di elementi primordiali come il mare e il cielo, corrobora e sostiene. E per quanto il ricordo sia sempre un’emergenza affiorante, una sorta di scrematura del vissuto, tuttavia esso fa parte, anche nella poesia di Taylor ove spesso si addensa in bagliori fulminanti come un haiku, di una storia che inizia e si chiude, come ogni viaggio che si rispetti. E in effetti il libro è la sintesi di un viaggio per mare e insieme non lo è, nel senso che quanto intravisto dall’oblò non è tanto materico quanto metaforico, il cielo, la luce, i riflessi sull’acqua sono e non sono, tendono piuttosto ad essere un sublimato alchemico di una trasformazione che poi, come sappiamo dalla biografia di Taylor, si è concretizzata in una scelta di vita, in una rivoluzione dei suoi interessi personali (sono infatti “frammenti di un viaggio decisivo”, come mi ha scritto). C’è un tema e una visione, quindi. Riguardo ai quali si possono dire cose diverse. Ad esempio che ci sono certamente in questi frammenti delle “intermittenze tra vedere e visione”, come scrive Mancinelli (usando un termine proustiano certo non a caso), proprio nel senso materico/metaforico a cui accennavo prima, ma non sono tanto sicuro che si possa definire una “poesia fenomenica, che si attiene alle percezioni”. Credo, soprattutto alla distanza di anni da quegli anni ’70, che Taylor abbia operato in maniera più ragionata eppure creativa di quanto appaia, assumendo su di sé, come direbbe Paul Ricoeur, la responsabilità di immettere l’immaginazione del poeta nella distanza del tempo, superando i limite stessi della memoria, che è sempre “sfocata”, blurred. Scegliendo mezzi, segni, simboli, stile: la luce e l’arco che essa disegna nella notte (il cedere all’oscurità – il dubbio, forse l’angoscia -, il riemergere dall’oscurità – luce che torna, anche simbolicamente, forse decisione e svolta); gli elementi della natura (la cui visione è focalizzata dall’oblò) tratteggiati come primordiali, “nuovi” per il nuovo; la prosodia franta come un respiro corto e tuttavia ostinato che ben rappresenta lo sforzo che deve fare la parola, seppure poetica, per verbalizzare il pensiero, farne immagine raffinata. Ma senza la paura di non farsi comprendere dal lettore: John ormai da anni appartiene ad una cultura letteraria in cui il sottinteso non è affatto un non detto, un’omissione, ma l’offerta di una scelta di senso. Avevo già parlato di Taylor riguardo al suo libro L’oscuro splendore (v.  QUI), che tra l’altro comprende una sezione, “Onde” che mi pare proprio imparentata con quest’ultimo lavoro. In quell’occasione mi pareva di aver rilevato degli elementi che qui sono ulteriormente decantati, a cominciare da una intima accoglienza di tutta una tradizione poetica novecentesca, soprattutto francese, che rende familiari i suoi versi al nostro orecchio. “Come in un cerchio creativo – scrivevo allora – quell’ “incerto” nebuloso (che è in ultima istanza ricerca di senso) che John cerca di diradare con i suoi versi, è lui stesso che lo tratteggia per mezzo di una scelta appropriata di termini “blurred”, sfumati, deittici “vaghi” (…) che concorrono a dipingere questo “incerto” (vago, indefinito) e che, soprattutto a un lettore italiano, richiamano inevitabilmente certi stilemi, questi sì, del decadentismo, che tuttavia devono essere ricompresi in una matrice simbolista a cui tutta la poesia francese e europea attinge”. Da qui lo stile e lo sguardo di Taylor si sono ulteriormente affinati, procedendo verso una scrittura che tende ad essere assoluta (ab-soluta, sciolta) da sé stessa (un esempio: “stivare possibilità / sotto // la prospettiva”) cioè estremamente selettiva come lo sguardo stesso, pur essendo corpo inseparabile del corpo del racconto, parte di quella sequenza a cui ho accennato all’inizio (basta, nell’esempio citato, prendere in esame le tre parole chiave – stivare, sotto, prospettiva – e meditare su di esse per rendersene conto). Una scrittura di parole essenziali, “focali”. Lo scopo del viaggio, la sua risposta: “trovare la parole / un punto focale // ciò che hai imparato dall’oblò”. (g. cerrai)

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Gabriele Gabbia – L’arresto

Gabriele Gabbia – L’arresto – L’Arcolaio, 2020Gabriele Gabbia - L'arresto - L'Arcolaio, 2020

Un libro minuto, fatto di pochi testi, confezionato tra due note non lunghe ma di vaglia (apre Giancarlo Pontiggia, chiude Flavio Ermini, a cui è dedicato), che evito di leggere preventivamente. Minuto ma di buona fibra, lo dico subito, testi che sembrano “toccarla piano”, che si esauriscono per lo più in pochi versi, ma sono come quelle asserzioni che pesano, sono dettati la cui rilevanza significante sembra accrescersi ad ogni nuova lettura. Gabbia intanto è uno che pensa e pesa accuratamente e a lungo quello che scrive, tanto che mi accorgo che in questo libro sono presenti (con variazioni anche rilevanti di cui magari parleremo) tre  inediti che avevo ospitato e commentato sul blog già nel 2015, dopo che nel 2012 avevo commentato brevemente la sua opera prima La terra franata dei nomi  (v. QUI), sempre edita da L’Arcolaio, di cui questa silloge è una naturale continuazione, specie dell’ultima sezione. Potrei in qualche modo e in qualche parte rimandare a quelle note, in qualche punto mi pare ancora valide, ma in realtà qualcosa, non poco, è cambiato da allora. Gabriele è un giovane uomo che ascolta, non tanto le critiche che gli vengono rivolte (sarebbe ingiusto), ma semmai – da una parte – le consonanze che esse hanno con quanto va maturando, diciamo i riscontri; dall’altra il suo linguaggio, così come si sviluppa, col rispetto che esige, con la necessità che avanza di essere liberato (uso un termine generico) dal superfluo, confidando nella capacità di esprimere molto con poco, senza che tuttavia quel poco lasci tracimare quel “nulla” che continua ad essere un tema fondamentale della poesia di Gabbia (un titolo: Dal nulla da cui vedo). Insomma, ascolta sé stesso e quella cassa di risonanza che è la realtà in cui vive (che poi è il mestiere del poeta). In questo senso lo smottamento delle parole che  denunciava (mi cito) che “il legame tra le cose e la loro identità di nomi è spezzato per il poeta fin dalla nascita (fin dall’ “impasto ventrale”)”, sembra essersi assestato, forse non senza inquietudini, insomma un armistizio nella incessante lotta per la definizione del mondo tramite la sua nominazione, in cui il linguaggio, con le sue necessarie rimodulazioni o “sperimentazioni”, è il solo recinto di contenimento del nulla. Questo maggior controllo, che è segno inequivocabile di una maturazione “naturale”, libera la poesia di Gabriele quanto meno dell’esigenza, tutta giovanile, di dover dimostrare qualcosa, in termini di stile, di forzatura della lingua, di experimentum. Anche il semplice accostamento dei testi di allora che qui ritroviamo ci offre qualche indizio, che non è solo stilistico: l’eliminazione di certi corsivi assertivi e ammiccanti, la riduzione drastica di enjambements che mimavano in maniera non utile un discorso franto e singhiozzante, l’eliminazione di inserti linguistici alloctoni, l’ampliamento di testi, almeno nel caso di Mancante figura (due strofe), l’inclusione degli apporti culturali senza la reverenza di note aggiuntive/esplicative, insomma una maggiore consapevolezza di sé. Gabriele continua ad essere il cantore dell’inesplicabile senso della vita e di quel nulla di cui la morte è segnacolo (“soglia”) e alter ego più inesplicabile, in testi di rilievo come quelli che già avevo segnalato e altri come il citato Dal nulla da cui vedo. In questa perlustrazione poetica i morti sono titolari di una “eternità aggressiva”, e perciò ineludibile  ex ante, come pensiero prefigurante da cui non ci si può difendere abbastanza, lo sguardo è laico, con radi ma evidenti riferimenti cristologici (avventocalvariocorona di spine, che certo qualcuno avrà notato) che tuttavia sono elementi, più che di appartenenza, di una cultura “ereditaria”, introiettata come l’altrettanto cristiano senso di colpa (o di umana impotenza, che qui c’è), o come l’eterno debito dei viventi. Che è un debito di comunicazione, prima di tutto: con la morte non c’è “nessuna parola più da pronunziare”. E’ questo l’arresto (gli arresti sono una serie di lutti, mi confida l’autore), il liminare sul quale – ed è un attimo – da una parte c’è la libertà di chi se ne è andato (“Tu sei libera”, citando De Angelis), dall’altra la prigione esistenziale di chi resta, entrambi – sia detto per inciso – concetti universali che vanno dagli orfici a Platone e S.Agostino. E però, in una visione del tutto agnostica, i lutti sono un precipitare nel nulla. Il poeta, qui, è l’osservatore impotente del mistero, affascinato da una conclusione che è il nulla. E’ inevitabile che in una poesia che esplora certi confini scompaia o quasi ogni riferimento ad una realtà oggettuale o mondana, sia in pratica inesistente un affaccio sull’infinito di tipo leopardiano, un confronto con la natura. Se c’è un accenno ad essa, subito spietatamente richiama alla mente un quadro di Arnold Böcklin (“Un primo temporale: t’intercetta / il suo testamento. Tu / solo vi fai approdo”, L’istanza). E’ un discorso privato, in un certo qual senso, un dialogo muto, un interloquire principalmente con sé stessi, i ricordi, le angosce di quel medesimo mistero.  Ma va aggiunto che questo sguardo sul nulla sembra a sua volta provenire da un nulla rimuginato, esistenziale, in qualche modo “vissuto” o temuto non come futuribile ma come presente, attuale, intriso alla propria vita stessa, quasi una dimensione “altra” separata da un velo che la poesia tenta di squarciare. Forse, se possibile, il discorso poetico si è ancor più rarefatto, ancor meno “popolato da ‘frammenti, lacerti, lembi, brani’ “, come avevo scritto a suo tempo. Da un certo punto di vista è inevitabile, e niente affatto in contraddizione con la sua unità tematica. In questa poesia ci sono due colonne d’Ercole con cui bisogna fare i conti: il “nulla” con tutti i suoi relativi isotopici, e le “cose”, così spesso nominate nei testi. “Nulla” e “cose” sono due opposti contro cui cozza il linguaggio (e la sua potenza), l’indefinibile per definizione, se mi si perdona l’ossimoro, elementi impenetrabili dal linguaggio, che può solo nominarli. E’, in altre parole, un limite di arte, se non li rappresenti, aggirandoli, se non li trasfiguri trascendendoli anche linguisticamente. Non a caso due muri contrapposti: l’uno è l’assenza, il vuoto, il buco nero; le altre la presenza indefinita, potenzialmente il tutto esprimibile, potendo. E sono, indiscutibilmente, i limiti di demarcazione di una poesia che potremmo chiamare (non solo Gabbia ma in generale) “speculativa”, nella quale cioè l’elemento fattuale (una morte, un distacco, una assenza) dà luogo ad una domanda tanto irrinunciabile quanto inevasa. In altre parole, al dolore. In effetti non è infrequente (ed ha il suo interesse) trovare formulazioni di stampo intrinsecamente filosofico, il cui esemplare, come avevo già annotato a suo tempo, è una apparente tautologia alla Wittgenstein  (“di quel che non è / potuto essere / non può dire”, Mancante figura) o asserzioni come “ma la bellezza / non si stringe non si possiede: / si contempla si contiene si lascia” (Nulla che non sia ombra alla luce), perché – mi viene da notare – indivisibile o priva di scopo o rappresentazione come in Kant. E proprio in termini di rappresentazione, come dicevo sopra, c’è per Gabriele ancora margine di lavoro.
Ma al di là di queste aporie – che poi sono l’incessante ricerca di senso – Gabbia si assume i suoi rischi e lo fa bene,  ricerca una sua “sapienza” sapendo che si vive di contraddizioni e di incertezze, e che la poesia non è altro che una sonda appassionata lanciata in spazi oscuri. (g. cerrai)

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Gabriele Pepe – L’inferno del nostro portento

Gabriele Pepe - L’INFERNO DEL NOSTRO PORTENTO - Puntoacapo Editrice, 2019

Gabriele Pepe – L’INFERNO DEL NOSTRO PORTENTO – Puntoacapo Editrice, 2019

Gabriele Pepe ama i titoli “giocati”, come ad esempio il precedente L’ordine bisbetico del caos (2007), che in un witz contengono già un indizio della sua poetica, o quanto meno del tipo di rapporto poetico/strumentale che ha con la sua visione del mondo e con il linguaggio. Che, come il suo estro, è “libero ed eclettico, magniloquente ex contrario“, come rammenta Plinio Perilli nella sua esorbitante introduzione. Lo (pseudo)shakespeariano “Inferno del nostro portento” potrebbe perfino vagamente richiamare certi ironici titoli o testi di gente come Corrado Costa (“Inferno provvisorio”), Gianni Toti, Emilio Villa, Paolo Gentilomo, ma la somiglianza si ferma lì. Costruito in tre sezioni (Urbi et orbi e la Teoria del tutto; Distanze vicinanze ed altre vie di fuga; Gli inganni del traguardo) i cui titoli celano  tre poemetti (l’ultimo assai corto), in realtà ulteriormente e diversamente titolati, articolati in parti, a loro volta costituite da spezzoni aperti e chiusi  talvolta da una punteggiatura (…) sospensiva (nella prima sezione), il libro appare un ambizioso canovaccio del mondo e della Storia, dell’individuo con i suoi accidenti e del cosmo,  tratteggiato con un piglio a tratti epico/oratorio (grazie anche alle numerose citazioni classiche e non, e all’emergere di una ipermetrica altrettanto epica), a tratti aforistico, e nel quale il poeta si tiene da parte come un descrittore interessato e coinvolto ma sufficientemente disilluso, quasi – per quanto possa apparire contraddittorio – esterno alla faccenda. In  realtà c’è materia per più di un libro, materia qui abilmente concentrata in una sessantina di pagine e trattata soprattutto con una lingua il cui tono principale è polemico/sarcastico, e con la quale  Pepe, secondo Perilli, costruisce la sua “disquisizione”. Se dico materia per più di un libro vuol dire anche però che si ha a volte l’impressione di un veloce excursus a volo d’uccello, quello che Perilli chiama bonariamente un “passare agilissimo…dal Mito alla Storia, dall’Arcano al Culto sempiterno”, nel quale si toccano temi svariati e di per sé complessi, come la società dei consumi, il malessere del pianeta, la contemporaneità veloce, l’uomo in essa coinvolto ecc., e lo si fa spesso con flash fulminanti e assai significativi, a volte con aforismi secchi prima di passare oltre.

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Carla Paolini – Moti moventi, nota di G. Cerrai

Carla Paolini - Moti moventi - Controluna ed., 2019Carla Paolini – Moti moventi – Controluna ed., 2019

 

Carla Paolini continua, dalla sua postazione defilata, un lavoro sulla parola, soprattutto su quello che la parola, anche singola e apparentemente celibe, produce, all’interno del testo da una parte, all’interno del corpo che la emette dall’altra. Ne avevo già parlato qualche anno fa QUI e QUI, in relazione soprattutto, all’epoca, a una poesia in cui “il linguaggio coagula ulteriormente attorno a parole affini o parenti” e dove la parola stessa è un oggetto manipolabile, concettualmente, fino a farne una sorta di installazione, un testo cioè in cui il senso non è necessariamente conclusivo senza che, come in tutte le installazioni che si rispettino, il lettore “intervenga”, ci metta del suo, il suo “senso” o almeno la sua perplessità. Tuttavia, rimanendo nel campo del significato, sia in “Elettroshock” che in “Installazioni”, l’aura criptica del testo era abbastanza agevolmente perforabile, il senso, per dirla con Eco, abbastanza univoco, era cioè minore il grado di discrezionalità (in senso etimologico del termine) lasciato al lettore. Là si partiva, insieme all’autrice e secondo le sue parole, da “questo embrione energetico, [la parola da cui] il pensiero struttura e specializza nuove sintassi. La sostanza espressiva si diffonde, disseminando segmenti come linfonodi messi a difesa delle sue intenzioni. L’organismo poetico addensa fisicità singolari, s’installa sulla pagina e accetta l’urgenza di esistere”.  Era perciò possibile e intrigante scoprire queste nuove sintassi (e nuovi sensi), cosa non facile senza una lettura “attiva”, che in fondo è ciò che bisognerebbe pretendere dalla poesia. Come si vede da certi termini isotopici (embrione, linfonodi, organismo, fisicità) centrale è il corpo emittente e anche ricevente forse vittima o succube, del linguaggio, ma comunque individuale, un corpo d’artista. Continua a leggere

Luciano Pagano – Soluzioni fisiologiche, nota di Claudia Mirrione

Luciano PaganoSoluzioni fisiologiche (Vydia 2020), Premio Lucini 2019Luciano Pagano – Soluzioni fisiologiche (Vydia 2020)

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XXXII

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prima o dopo tutto passa e ti dimentica

un anno fa c’era il sole come d’estate

quasi nevica adesso – è novembre

un ragazzo ogni mattina porta i fiori

sui resti della madre

morta a cinquant’anni e cinque chilometri

dalla fabbrica – era magra –

dicevano – un uccellino –

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tu mi chiedi di cosa deve parlare una poesia

io ti dico che basta il cadavere di un

passero – nelle mani di una

che si fa chiamare Lesbia

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Questi versi, dobbiamo dire così amari, di Luciano Pagano pongono un interrogativo rilevante nell’ambito della poesia, soprattutto della poesia contemporanea (e da cui sgorga poi gran parte dell’originalità e attualità del poeta): cosa è o non è oggetto di poesia? Continua a leggere

Ilaria Boffa – About sounds about us (Di suoni e di noi)

Ilaria Boffa – About sounds about us (Di suoni e di noi) – Samuele editore, 2019Ilaria Boffa - About sounds about us (Di suoni e di noi) - Samuele editore, 2019

Un libro interessante, questo di Ilaria Boffa, che pone delle questioni rilevanti (e anche dei problemi) che cercheremo di vedere. In versione bilingue, con testo a fronte  in inglese, composto dalla stessa autrice e dalla medesima tradotto in italiano (con altre collaborazioni per alcuni brani), il libro parte dall’idea-progetto di una “poesia sonora”, come ricorda Patrick Williamson nella prefazione, ovvero di testi in cui l’elemento fonico, sonoro sia parte preponderante, sebbene non esclusiva, del significato, del livello comunicativo, almeno tanto quanto ciò che possiamo definire come “tema” o motivo dello scritto stesso. Dovrebbe  essere, il libro, il punto di coagulo o di affioramento di un percorso artistico in cui è coinvolta l’autrice, che come si legge in una nota “dal 2018 produce lavori che uniscono poesia e field recording in collaborazione con musicisti italiani e stranieri”. Come avverte il prefatore, si tratta di mettere in opera una “forma poetica nello spazio sonoro tra i suoni, i versi e le lettere”, là dove “le parole sono macro strutture che contengono informazioni ma le unità verbali sottostanti agiscono semplicemente come elementi sonici”, raggiungendo (o tentando di raggiungere) “una messa in atto poetica di uno stato di consapevolezza non-duale che collassa la suddivisione soggetto-oggetto” (quest’ultima affermazione, per la verità, appartiene a Timothy Morton, teorico degli iperoggetti e della realtà “viscosa”). E’ questa l’ambizione di fondo del libro, anche se mi pare che alcuni di questi concetti in realtà appartengano da sempre alla poesia. Dico subito che in questa raccolta non c’è niente, nemmeno a livello di citazione, della poesia sonora come storicamente la intendiamo in Italia, almeno non quella che ruota intorno a nomi come Giovanni Fontana, Arrigo Lora Totino, Julien Blaine, Adriano Spatola, Gian Pio Torricelli e altri. Il suono in questa poesia deriva, come rimarca anche Williamson, in gran parte dall’uso abile di certi strumenti retorici e pararetorici, dalla selezione verbale per la quale “il suono si adagia su precisi schemi di vocali e consonanti tramite assonanze, allitterazioni, quasi rime e ripetizioni”, come annota Williamson, che di seguito porta l’esempio del primo testo del libro (The sounds of language/I suoni del linguaggio – v. sotto). A questo va aggiunto un uso esteso di “‘s’ sibilanti come suoni iniziali o terminali quasi ad incollare insieme i propri testi, in particolare in Sustain/Sostieni (v. sotto), e una terminologia sonora” (terminologia quale lo stesso sustain, come sa qualsiasi musicista. Andrebbe comunque marginalmente osservato che la citazione di terminologia sonora non è poesia sonora, è semmai metapoesia). Continua a leggere

Roberto Ariagno – L’eredità di un occidente, tre poesie e una nota

Roberto AriagnoPubblico anche qui sul blog la motivazione del premio ricevuto da Roberto Ariagno come secondo classificato a BIL 2020 per le poesie singole inedite. L’ho stilata come membro della giuria ed è già apparsa sul sito di Bologna in Lettere, ma rispetto al sito qui c’è il vantaggio, per chi non le conoscesse, di leggere le tre poesie presentate al premio, che danno qualche ragione di quanto ho scritto. (g.c.)

Roberto Ariagno – L’eredità di un occidente
Un interessante impasto stilistico, non necessariamente nuovo, ma con una evidente attenzione all’aspetto fonico del verso, peraltro articolato tra diverse modalità, tra verso lungo e disteso e emergenze di metri tradizionali come qualche endecasillabo che più italiano non si può, e addirittura qualche calco che rimanda, senza star lì a fare nomi, direttamente al primo Novecento (“nell’oro d’una vinta giovinezza”, si legge in chiusura del secondo testo presentato).
Un uso interessante di una liricità che fa finta astutamente di no, applicata a temi che sono con ogni evidenza personali e quotidiani ma che si fanno anonimi, come uno spettatore che frequenta questi paesaggi come tutti gli altri, solo con un occhio un po’ più smagato o disilluso, uno insomma che si è preso l’incarico – come Montale – di svelare un po’ di quel che c’è dietro l’apparenza, conscio del fatto che (cito) “l’ambiguità del reale sta nella sua esattezza”, e tuttavia (cito ancora) “esattamente, o dove ripeti le cose in falsi nomi” (e qui, in questo ossimoro concettuale, viene in mente Guy Debord). Quel reale che forse ha le sue manifestazioni “oggettuali”, i suoi ancoraggi, proprio in quelle “cose”: i palazzi, il traffico, la spesa, il cielo, l’alba, i ponti, i tigli, un cancello arrugginito, un verde inspiegabile. Ma nominarli (cito di nuovo) “in elenchi indifferenti sotto le nubi di un’imminenza” è appunto un depistaggio, anche nel senso francese di rintracciamento, perché l’obbiettivo è un altro, un inizio di qualcosa (che, scrive Ariagno, forse “ci sarà stato”, “una spiegazione a questo andare svelto incontro alla resa”). Ma, da notare, tutti i finali dei tre testi sono marcati dall’apertura di una parentesi che non si chiude, il testo si conclude tipograficamente, ma l’imminente di Ariagno (o forse l’immanente) è ancora lì, da qualche parte, pronto ad assillare una nuova poesia, ed anche in buona misura chi legge. E’ il segno anche che il discorso, sia quello generale sia quello all’interno del testo stesso, rimane aperto, è composto cioè principalmente di domande più o meno esplicite, senza risposte. Siamo a pieno titolo nella poetica dell’incertezza (peraltro nominata) che ci portiamo dietro dal secondo Novecento, forse con meno “io” specifico, un’incertezza dibattuta intorno a metafore cognitive guerresche (si parla di resa, di assedio, di consegnarsi, di fuga, di vinta giovinezza, di odore del ferro, di congiura ecc.) che si attagliano bene al tempo corrente, ma l’interesse di questa poesia sta in una certa abilità nel mettere insieme gli ingredienti a beneficio del quadro nella sua interezza, con una tecnica un po’  a spot,  saltando i nessi logici o analogici come per un’avidità di leggere la realtà (tipico l’inizio della prima poesia: “c’è una vita intera nel dubitare, / la sveltezza degli autunni, la pace scarna / alle finestre, il bosco che risale la collina…”, insomma un pensiero astratto lasciato lì e ripreso un po’ dopo), oppure, come ho già detto, innestando nel testo tonalità e metri diversi, oppure ancora offrendo al lettore suggerimenti tematici (a quello servono le metafore) più che dichiarazioni assertive, senza contare le apparenti digressioni (un esempio: l’uomo dal cappello piumato che spunta alla fine del terzo testo, “se ne va nell’incuranza roca delle cornacchie” e appare come qualcosa di sibillino, una carta di tarocchi rovesciata sul tavolo). E alla fine, quest’aria di inquieta incertezza, questa “aria in armi” come dice l’autore, arriva dritta a chi legge. (g. cerrai)

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Christian Sinicco – Alter, nota di Claudia Mirrione

Christian Sinicco – Alter – Vydia editore, 2019Christian Sinicco - Alter - Vydia editore, 2019

Nota di Claudia Mirrione

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Christian Sinicco nasce a Trieste nel 1975, ha una lunga carriera poetica alle spalle. Attualmente dirige il blog “poesia del nostro tempo – poesiadelnostrotempo.it”, è redattore di “Midnight Magazine” e “Argo” e dirige il festival “Ad alcuni piace la poesia“ (Montereale Valcellina, PN). Quest’anno è stato finalista al Premio Bologna in Lettere per le opere edite.

Del 2019 è quest’ultima plaquette dal titolo Alter la quale, come dice il prefatore Giancarlo Alfano, “è la composizione di due esperienze non del tutto omogenee”: lo stesso autore, nella nota finale, chiarifica come i due processi di scrittura non sono stati analoghi, in quanto la prima parte della raccolta “La città esplosa” è stata scritta in pochi mesi, mentre la seconda parte “Alter“ in diversi anni di lavoro poetico.

Leggendo i testi non si può che essere d’accordo, anche se bisogna sottolineare che i due nuclei sono intimamente legati tra loro e vengono a costituire un unicum unitario in quanto la prima ampia sezione, “La Città esplosa“, è una lunga pars (fere) destruens e la seconda, più breve sezione, “Alter“, è una pars (maxime) construens.

“La città esplosa“ è il racconto poetico di una deflagrazione atomica (anfibolicamente riferentesi sia ad una dissoluzione di infinitesimi minima atomici sia, più storicamente, all’esplosione della bomba H). L’ekpyrosis, cioè la fine di un ciclo del mondo, il passaggio stoico dal fuoco al fuoco nella teoria elementare, viene però descritta come una corsa di generazioni, un’accelerazione di energia e cioè in termini che attingono al futurismo novecentesco. In questa “grande arena”, che è l’universo e che è in continua espansione e non è altro che alternarsi di generazione e corruzione („di materia indissolubile in materia indissolubile“, in Oltre le nevi ghiacciate delle montagne più alte), dominano le “reazioni a catena” (Raggiunta la Città) vibra “il ronzio rotante di motori” (E se la realtà dovesse frantumarsi del tutto) o le loro „corse luminose“ (Quando fra i ruscelli), rumoreggiano le „rotaie che portano indietro di nuovo all’abisso (La rotaia curva degli abissi) ove nuotano „pesci sferraglianti“ (La lunga via).

Di fronte a questo panorama turbato e anzi disturbato, non tutto è perduto. Come dice il prefatore „un soggetto che si proclama ultimo avanza sulla scena per affermare la propria condizione“. È Alter, non Alius, cioè l‘altro tra molti, ma Alter, l’altro fra due poli, come trapela dal suffisso -ter. Alter di certo mostra più somiglianze con l’Übermensch nietzschiano di fronte al nichilismo della morte di Dio, che con il tronfio superuomo dannunziano (cui però sicuramente si riconnettono le immagini vitalistiche di Sinicco che hanno come contrappunto un senso di marcescenza e di decadenza). Come dicevamo, Alter è l’altro fra due. Ma in che senso? È qui che sta uno dei punti di estrema originalità e di riflessione della raccolta e che permette a Sinicco di sfondare la rete del Novecento e di proiettarsi a pieno titolo nel sistema della poesia e del mondo contemporaneo egemonizzato dall’inesorabile avanzata dell’intelligenza artificiale e dei robot umanoidi. Alter urla agli anni Duemila, è l’evoluzione del vecchio uomo del Novecento (l’altro dei due) ormai superato dall’ultra-uomo di Sinicco: „sono l’ultimo della specie / ordinato dal centro di controllo / sarò l’ultimo con bioniche membra / in giunture vertebrali: / l’ultimo che sente i profumi / trasmette pensieri, / chi ordina la mente non progetta / più il corpo“ [ALTER].

Le soluzioni stilistico-formali sono il secondo punto di originalità dell’opera che è concepita, per gran parte, dall’autore come operante in uno stato di trans (di passaggio, di travalicamento da uno stato all’altro), come una creazione nel suo farsi e dispiegarsi e i cui esiti non sono per nulla prevedibili e “dati“. I versi nelle loro varie disposizioni spaziali entro la pagina, nella loro sintassi decisamente franta e nelle loro immagini distoniche e discordanti, talvolta producono anche un senso di straniamento, di alienazione, di esclusione dalla mente del poeta. Il poeta, (neo)dannunzianamente anche in questo aspetto (cfr. Lungo l’affrico vv. 37-38 Tutta la terra pare / argilla offerta all’opera d’amore), agisce come un demiurgo e fa delle parole una creta da modellare attraverso un’azione inesausta e inesauribile. (claudia mirrione) Continua a leggere

Fernando Lena – Black Sicily, nota di Giacomo Cerrai

Fernando Lena – Black Sicily – Arcipelago Itaca, 2020Fernando Lena - Black Sicily - Arcipelago Itaca, 2020
Black Sicily, Sicilia nera. Avrebbe potuto essere Sicily blues, legittimamente, per sottolineare ciò che è questo libro, ovvero una raccolta pubblica e privata di dolori, malinconie, accuse, invettive, rimpianti, perdite, assenze, fallimenti, errori che trovano ristoro e assoluzione nella scrittura, nella “qualità della scrittura, che si traduce in un linguaggio teso e vivido ma non privo di epifanie sorprendenti e di dolcezze improvvise”, nel suo “valore di verità” (Francesco Tomada, nella prefazione). La Sicilia è sfondo e trama, potremmo definirla come presenza principale se non avesse la peculiarità, qui, di essere per così dire una sostanza endemica, una materia intridente eppure sfumata, indissolvibile da sé stessa, dagli uomini e donne che la popolano, dal poeta che la descrive e descrive in essa la propria “nerezza”, le proprie private ombre, la propria discesa ad inferos (“anch’io scrivo il mio nome all’inferno”). Forse, diciamo, la Sicilia come contenitore ideale e insieme concreto di questo nero esistenziale, che qui non è (il “vissuto”) un modo di dire perché, da quel che è dato sapere, Lena parla di quel che conosce, di quello che ha vissuto e sofferto, del suo passato di tossicodipendente e dei suoi lutti, e se c’è spazio qui per l’immaginazione è quella quota di essa che la poesia porta con sé, nel momento in cui metamorfizza il reale o lo colora con quel tanto di lirico/elegiaco che in queste poesie rinveniamo (le “epifanie sorprendenti” e le “dolcezze improvvise” che Tomada segnala) e che rafforza quel valore di verità già citato. Scrive l’autore in una nota: “Questo libro è stato pensato e scritto come un breve romanzo in versi. C’è la storia di un dialogo tra il figlio e il padre dentro la storia di un’isola che vanifica una quantità di esistenze incapaci di essere tali oppure felici nella diversità d’esistere”. E tuttavia, scrive altrove, “dalla mia voce eppure / arriva lo sguardo di un estraneo / che cerca un’isola e vede / una croce di parole”. E’ questo forse il rapporto definitivo, di una singolare simbiosi, che innerva, anche là dove quella terra non è nemmeno nominata o è solo un’aura serotina, il “romanzo breve” di Lena. Mentre invece il padre scomparso è palese, un evidente deuteragonista con cui il dialogo è vivo ancora e ancora intensamente poetico, una presenza palesemente identificata da un forte “tu” allocutivo in testi segnati graficamente dal corsivo, a sua volta paradigmatico di un livello colloquiale, intimo e pensoso, di un discorso entre nous (al padre è dedicata una sorta di struggente lettera, Buon compleanno, in chiusura del libro). L’andamento narrativo invece è assegnato ai fatti, alle storie, ai ricordi di giornate vissute velocemente, ai personaggi che attraversano questi brani di racconto, servono da pivot ad un rimuginare sulla vita come una serie di svolte prese o non prese, e che sono un po’ specchio un po’ emblemi di quella stessa vita (“Antonio il mangiagatti”; “Lucio / che già dalle tre del pomeriggio mente / sulla morte che ha ingurgitato”; “Elisa [che] / sarò come quel Rimbaud / che abbiamo studiato”; “Matteo [che] le passa così / quelle ore sottratte alla scuola / davanti a un bowling di lattine / con una 7,65 caricata a dovere”; “tuo fratello Luciano, / per un finocchio nascere tra questi ingorghi di degrado / è un viaggio d’ematomi”; o Erminia, a cui è dedicata una delle poesie più significative – v. sotto). Quello che interessa di Lena è da una parte lo sguardo smagato ficcato sulle cose e sulla gente, su una assenza di paesaggio ovvero di una natura che non sia quella complessa e insieme elementare dell’umano; dall’altra una scrittura serrata, che nota anche Tomada, che è così perché è una copia a contatto del tempo veloce e serrato che la sostiene, del tempo/vita che non concede troppa requie né di concedersi, nell’immediatezza della comunicazione, troppe retoriche (ed è quindi anche una questione di ritmi, di costruzione di scene per frammenti iconici ecc.). Cose quest’ultime che ci portano anche ad un preciso carattere di “presenza” dell’autore, che potremmo definire di tipo “altruistico”: anche dove emerge l’accento lirico/elegiaco Lena non si pianta al centro del testo, evita che esso ruoti su di lui, il suo non è il lamento per un dolore esclusivamente privato, è semmai un compianto (con quello che di etimologicamente collettivo comporta) sull’assenza, sulla cesura della morte (“dopo ogni morte / la frattura è un tramonto / che non puoi condividere”) o sulla sconfitta. E’ in questo sentimento del tragico, a suo modo classico, che troviamo in molti testi significativi di questo libro, che sta forse il suo carattere più forte. (g. cerrai) 

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