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Basil Bunting – Briggflatts

Basil Bunting - Briggflatts - puntoacapo editore, 2025Basil Bunting – Briggflattspuntoacapo editore, 2025

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La prima volta che ho incontrato i versi di Basil Bunting è stato nel 1982, sulla rivista/volume Poesia Due, edita da Guanda e diretta all’epoca da Franco Buffoni. Erano testi appunto da Briggflatts, tradotti per la prima volta in Italia da uno dei grandi dimenticati della poesia nostrana, Dario Villa, traduttore anche di Sonatas, uscito postumo per Flussi Edizioni nel 1998 (Villa era morto nel ’96). Quei versi mi fecero allora una grande impressione ed ecco ora che Bunting riappare, e mi pare davvero una bella notizia, nella traduzione della sua opera capitale curata da Mauro Ferrari, con la prefazione di Edoardo Zuccato.

Briggflatts è il lavoro che dette una fama definitiva a Basil Bunting (1900 – 1985), campione di un modernismo che tuttavia, come avverte Zuccato, non appartiene tanto a quello britannico (che arriva fino a Larkin) ma è piuttosto vicino a quello internazionale (e segnatamente americano) poiché “mister Bunting” era amico e frequentatore, specie in Italia nel periodo tra le due guerre, di Pound, suo vero mentore, che lo cita per nome nei Cantos, insieme a Cummings, come uno di coloro che lottano “contro ottusità e grasso”. In realtà Bunting era noto solo in ambienti ristretti e infatti fu solo nel 1966, quando uscì Briggflatts, che diventò punto di riferimento della poesia anglosassone, impressionando – mi piace ricordare – con “parole che splendono come brina” critici come Connolly e Macdiarmid e poeti come Robert Creeley.

Briggflatts è, come recita il sottotitolo originale, un’autobiografia in versi che prende le mosse proprio dalla località della Northumbria, in cui tra l’altro il poeta è sepolto. Divisa in cinque sezioni più una coda, che rappresentano stagioni dell’anno e della vita, l’opera (a tutti gli effetti un poema epico) spazia da una evocazione della giovinezza e dei primi amori (a Briggflatts il giovane Basil, quacchero, frequentava una meetinghouse di quella religione), alla storia della sua regione nel medioevo, alle antiche saghe del Nord, all’Oriente, specie in Persia dove Bunting operò come agente segreto per l’Inghilterra durante il secondo conflitto, a considerazioni sull’arte e la storia così care ai modernisti, fino alle finali considerazioni poetiche sul ciclo della vita, la mortalità e la trasformazione.  Il poema si chiude con un senso di pace e accettazione, un ritorno all’essenza della vita e della natura, che trascende il tempo e la memoria individuale. Inutile dirlo, niente di più eliotiano, di più modernista. Al di là delle accuse che ricevette a suo tempo di passatismo o di epigonismo poundiano, quest’opera costituisce un pilastro della poesia novecentesca, poiché, come scrisse Dario Villa, “Bunting pietrifica la pagina e usa la penna come uno scalpello, scolpisce statue verticali e bassorilievi così intricati da far pensare a una secca e caustica calamita che attira immagini nitide in un labirinto a più piani”.

Aggiungo solo una nota personale, una sorta di reminiscenza di un altro pilastro della poesia modernista. Parlo del Paterson di William Carlos Williams. Anche lì autobiografia e luogo, struttura e forma, memoria e identità, interazione con la Storia, riflessione sulla natura stessa della poesia. Non certo un’ipotesi di influenza, forse possibile (Paterson è del 1946-58, ed. def. 1963), ma un terreno che sarebbe davvero interessante esplorare.

Un libro, Briggflatts, da leggere. Ferrari, oltre ad un accurato saggio introduttivo, ne fa una “coraggiosa traduzione”, come ha scritto sul “Manifesto” uno che se ne intende, Massimo Bacigalupo, il quale a suo tempo propose a Ferrari, che in apertura lo ringrazia, una tesi proprio su Bunting. (g.c.)

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Stefano Guglielmin – Vaporizzazioni

Stefano Guglielmin - Vaporizzazioni - Puntoacapo Editrice, 2025Stefano Guglielmin – VaporizzazioniPuntoacapo Editrice, 2025, postfazione di Giacomo Cerrai

Alcuni testi tratti dall’ultimo lavoro di S. Guglielmin, con in calce la mia postfazione al libro

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Lirica/Antilirica

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Ora, dico, è necessario mortificare l’io, demonizzarne il canto

            [o per converso

riprodurne la luminosa fragranza? È un po’ come chiedere,

          [risponderebbe Pagliarani,

parafrasandolo, se lo Zeppelin in volo sia sgonfio (e anche

          [chi lo diriga, dico io,

e se sia possibile leggere il futuro nel frullo della polvere

          [in cielo, navigando).

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Credo nei gradini che portano in nessunluogo e ovunque

(e in alcune poesie di Zanzotto).

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Poeti dalla Romania 4: Aura Christi

Aura Christi - Giardini austeri - Puntoacapo, 2024Aura Christi – Giardini austeriPuntoacapo, 2024

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Alcuni testi tratti dal volume – tradotto e curato da Cinzia Demi, con postfazione di Alessandro Pertosa – che in lingua originale fu pubblicato per la prima volta nel 2010. Aura Christi, nata nel 1967 a Chișinău (ora Repubblica di Moldova), è una poetessa e scrittrice rumena autrice di diverse raccolte e saggi, tradotta nelle maggiori lingue, cantrice di una mistica squassata dal dubbio (Aura Christi del resto è un puro pseudonimo, anzi un eteronimo per così dire di “devozione”, un omaggio cristologico – ma con un filo di presunzione – di Aurelia Potlog, il suo nome di origine), di una religiosità, per quanto problematica, mai dismessa nei paesi dell’Est nemmeno durante il regime comunista, autrice di una poesia che va “accolta” o semplicemente accettata, almeno nelle sue manifestazioni più simboliste o metafisiche. Il dubbio (“vado verso casa con il dubbio nel sangue”) è quello di una ricerca del sacro non dato per certo o per assiomatico, di un dio (o Dio) di cui in fondo si ignora il nome mentre il mondo, nella sua indecifrabilità, segue il suo corso, affacciando domande senza risposta. Come annota Pertosa “c’è l’eco di Nietzsche in questi versi. C’è la morte di Dio. Non solo del Dio biblico, ma anche di quello filosofico. Se muore Dio, muore la verità, muore la pretesa di dire, di rintracciare qualcosa di incontrovertibilmente vero. E se muore la verità, cosa ha più diritto di esistere? E perché? E in quale misura? Qui il Dio che muore è il Dio che sa come stanno le cose. E le cose ora stanno: di questo la Christi è consapevole. Stanno. Ma nessuno è più in grado di dire come”. Per questo l’altro versante della vita, la morte, appare senza conforto (“un senso di sfaldamento voraginoso”, dice Pertosa) perché senza risposte che non siano meramente fideistiche, tranne le risposte (anzi le speranze, anch’esse del resto pura attesa) che possano pervenire da figure mediatrici come gli angeli, troppo simili al sogno. Nessuna rivelazione, alla fine, se non quella dell’umana solitudine, nel disordine che la morte di Dio, almeno nel senso morale e valoriale di “catastrofe” che intendeva Nietsche, ci consegna. (g.c.) Continua a leggere

Letizia Polini – Subsidenza

Letizia Polini – SubsidenzaPuntoacapo, 2024

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Opera vincitrice di Bologna in Lettere 2024, sezione Opere inedite, questo libro di Letizia Polini rientra nella categoria delle raccolte poetiche problematiche, poco “confortevoli”, nel senso che ti danno sempre da pensare più di quanto ti confermino in qualche logora aspettativa da lettore. È quello che dovrebbe fare la poesia, spostare, magari di poco, un limite o, come dico sempre, darti un’idea dell’aria che tira.

Un libro dalla rigorosa struttura, un percorso con poche deviazioni, un’idea di fondo forte e convinta che parte da un’immagine principale, una visione “geologica” dell’esistenza e dell’io (il nucleo drammatico dell’opera, per quanto astratto e un po’ sine causa manifesta, è questo), una surmetafora che principia con il concetto del titolo, la subsidenza, fenomeno che consiste nel lento e progressivo sprofondamento del terreno, per via antropica o naturale, per cause interne o esterne. Una sorta di proemio, cinque sezioni, alcune “tregue”, alcune “intrusioni” (altro termine geologico), qualche “fossile” scandiscono una inusuale mise en abyme, non tanto narratologica quanto intrametaforica, intersoggettiva e multilivello. Il punto di partenza, come ricorda l’amico Daniele Poletti nella sostanziosa prefazione, è il corpo, corpo rappresentato “che parte da una condizione più estrema, in senso nichilistico, quella dell’annientamento causato dalla gravità. Che poi sia una “gravità” declinabile come denuncia politica o esistenziale o entrambe le cose, starà al lettore deciderlo”. Va bene, accetto il legato. Intanto, condizione più estrema rispetto a che cosa? Come acchitto ideale mi paiono giusti i richiami, sempre del prefatore, sia al Bernard Noël dei clamorosi – anche perché era il 1956/8 – Extraits du corps, dove la carne è “la carne del mondo”, il suo prolungamento come dice mi pare Merleau-Ponty e il corpo, secondo Noël, è “l’imbuto interno” che introietta, distrugge, soffre e produce scorie, metafora e “correlativo oggettivo, di pura marca modernista, di quelle figure dell’ansia che presiedono al senso di finitudine dell’uomo contemporaneo” (Poletti); sia rispetto, negli anni Sessanta, al corpo antagonista “con[tro] le modalità di rappresentazione del soggetto nella nostra tradizione poetica” (sempre Poletti), ovvero come spostamento dell’io in una posizione decentrata e recessiva (ma potremmo ricordare, tra gli esempi, il corpo feroce di Bataille e quello come doloroso campo di battaglia della poesia femminista e post – ma certo si parla di un’altra generazione). Naturalmente non si tratta di stabilire confronti o paralleli, essendo che ogni opera, poi, è prodotto del tempo e del talento individuale e perciò bisogna unicuique suum tribuere. Continua a leggere

Gabriella Grasso – Sciott

Gabriella Grasso – SciottPuntoacapo Editrice 2024

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Mi è capitato di riflettere, ultimamente, su (certa) poesia come non luogo. Un concetto che non mi sono ancora ben chiarito, ma che ha a che fare con una produzione poetica in qualche modo “indifferenziata”, che cioè non pertiene a nessun luogo né fisico né dell’anima, che potrebbe essere dappertutto e in ogni dove e forse appartenere a chiunque e quindi non essere coniugabile con il suo autore né con le sue radici. Una poesia cioè che – per varie cause che qui non indaghiamo ma che non hanno a che fare con stile, tendenza, forma, estetica – disegna “uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico”, usando le parole di Marc Augé. E nella quale il lettore, in varia misura, si sente solo.

Quindi è stata una coincidenza (ma non una rarità) imbattersi in un libro come questo, perché è una buona rappresentazione di un atteggiamento poetico ostinato e contrario, un libro che in primis stabilisce una sua cittadinanza non solo in un luogo (con quanto comporta in termini diciamo così di koiné, di appartenenza) ma anche e soprattutto in una realtà. In effetti il luogo è ben definito dalle parole introduttive della stessa autrice: è lo sciottu, nome di origine araba di una piazza di forma irregolare al centro della cittadina di Linguaglossa, ai piedi del Mongibello (l’Etna). Tralascio, come Grasso ci fa notare, la tautologia di questi due toponimi, negli incastri linguistici che vivificano il siciliano, prendiamola, al di là della curiosità, come emblema della malinconica e tuttavia passionale ridondanza che anima tanta letteratura dell’isola. Mi piace invece immaginare il set di questo libro di poesie, le piazze, le strade, le facce, qualcosa che ricorda il taglio chiaroscurale di certe foto di Ferdinando Scianna (es.: Villalba, 1983) o Melo Minnella o Enzo Sellerio, fotografo prima che editore. La piazza, naturalmente, è fulcro e pivot, o il bandolo di una matassa (spesso di microeventi) che tende a riavvolgersi in un moto tendenzialmente centripeto. Voglio dire, se molto parte da lì molto ritorna, o si spera che torni, o si aspetta che questo avvenga, soprattutto per una poetica ricerca di sicurezza. Che sta, appunto, nel luogo, nelle storie, nelle facce (“una faccia, una razza”, ma forse oggi, con i tempi che corrono, Salvatores non userebbe più questo vecchio detto greco), una comfort zone non ostante i brontolii del vulcano poco lontano (“siamo pronti a scappare / ma noi lo faremo?”). Sarebbe facile fare di queste facce dei personaggi, fare dei fatterelli dei bozzetti, ma diciamo che Grasso schiva molto bene questi rischi, come quello di uno strapaese alla Arminio, dato che mi pare riesca a sfuggire al momento cristallizzato, unico e “memorabile”, a favore di un tratteggio emblematico e plurale, che lascia spazio, tra i versi, al tipo di immaginazione a cui accennavo prima. Il mondo di Grasso sembra immarcescibile e invariabile come la morte, “tutto è qui dentro / tutto è stato / sempre / se chiudo gli occhi / tutto resterà” scrive in Commiato (Casa) per la sorella defunta, guardandosi intorno, descrivendo “arredi sempiterni”, elencando un po’ di gozzaniane buone cose di pessimo gusto. Questo mondo, come scrive, le sopravviverà? Non è detto, o meglio sì, sopravviverà nella misura in cui questo tipo di scrittura, di poesia (e chi la esercita), si farà carico di cantarlo e ricantarlo, di darne una comprensione che sfidi la surmodernità, o la semplice invasione dei turisti (v. sotto Zoom), di farne memoria, di “negoziare” con l’oblio, come direbbe Paul Ricoeur, quel che vale ricordare. Che potrebbe essere un fatto o semplicemente un carattere, un genius loci – elemento che mi è capitato di evocare annotando altri autori, come il messinese Enrico De Lea (v. QUI) o il comisano Fernando Lena (v. QUI) – o un “parlari” colto o non colto. Certo, la resa qualitativa dei testi qui raccolti non è uniforme, diverge tra brani molto buoni e altri molto molto semplici (es.: Il forno, o Rovesci) e però sempre sentiti, ma in tutti c’è una singolare corrispondenza tra questa materia “locale” (nel senso accennato in apertura) e lo stile o forma, come se certe storie non potessero che essere appunto “cantate” (o cuntate, e qui si torna a una vena popolare, anche siciliana) o cantilenate, con una curiosa predilezione per i settenari (“sembrerebbe lontano / ma il gigante vulcano / ha la bava alla bocca / e la sagoma nera”) e soprattutto, cosa rara, per cascate di decasillabi anapestici (“Lui cammina tenendola stretta”), che a volte si frangono in una risacca di inequivocabili endecasillabi o sono alternati con i citati settenari (“Il suo cuore ha ceduto stanotte / come carta velina / si è franto, e i frantumi hanno rotto / quella volta del cielo…”). A rimarcare, anche per questi segnali, che operazioni poetiche come questa, per aderenze o ossequi a una “tradizione”, non possono che passare per strade (o per piazze) ribattute, magari con un certa spontaneità e naturalezza come nel caso di Grasso. (g. cerrai)

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Alessandro Assiri – Abitarmi stanca

Alessandro Assiri - Abitarmi stanca - Puntoacapo ed., 2023Alessandro Assiri – Abitarmi stancaPuntoacapo ed., 2023

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Un titolo pavesiano, e fin qui è facile. Potremmo domandarci, partendo da qui, se sia un libro dedicato all’uomo che abita l’autore che abita una sua realtà, una coabitazione che, come questo presente, ha le sue difficoltà ed è un luogo (e un topos) della stanchezza del mondo. Assiri (già presente sulla vecchia IE), è anch’egli un cantore di questo presente che disanima (sic) molta della poesia italiana attuale, riflesso di una condizione umana che sarebbe semplice addebitare ad un post-post modernismo di difficile definizione. Voglio dire, il malessere esistenziale è sempre esistito, almeno nell’era letteraria che noi conosciamo, e certo fa bene Ivan Fedeli, nella prefazione, a tirare in ballo il tema generale dell’assenza assoluta, citando Montale e più avanti Milo De Angelis. Il titolo insomma ci avvicina a una (almeno) doppia evidenza, di una certa fatica (e proviamo ad usare questa parola in termini ingegneristici, “materiali”, corporei) e di un certo “dentro”, entrambi direi molto personali, molto privati e tuttavia comuni, nell’era attuale quasi endemici. La differenza, tutta odierna, con quell’inesausto novecentesco malessere esistenziale a cui accennavo è che gli strascichi di esso sono diventati solipsistici e insieme collettivi, personali e insieme sociali, e in qualche modo egoticamente esposti. E perciò la poesia che li incarna è (vuole essere) dell’autore e di tutti, così come i leit motiv principali, di modo che quello che fa la differenza è l’espressione, la scrittura, la ricerca sul linguaggio, o se preferite lo stile, insomma la capacità autoriale di rinnovare, di dire meglio qualcosa che sappiamo o crediamo, come lettori, di sapere. Assiri si muove in queste acque, salvaguardando un’identità fatta anche di cose, di quotidianità, di microeventi che ne danno un senso e un perimetro, che tuttavia non pare essere rassicurante né protettivo, assomigliando molto ad un hortus sbrecciato. Da questo punto di vista la sua è una scrittura cosciente, non solo perché certa dei propri mezzi tecnici ma anche perché, senza girarci tanto intorno, sa che l’unico soggetto possibile, in queste acque, è un io che persiste senza soluzione di continuità, lirico e presente, a volte dialogante con un canonico tu/noi, a volte pensoso e introverso. Continua a leggere

Gabriele Pepe – L’inferno del nostro portento

Gabriele Pepe - L’INFERNO DEL NOSTRO PORTENTO - Puntoacapo Editrice, 2019

Gabriele Pepe – L’INFERNO DEL NOSTRO PORTENTO – Puntoacapo Editrice, 2019

Gabriele Pepe ama i titoli “giocati”, come ad esempio il precedente L’ordine bisbetico del caos (2007), che in un witz contengono già un indizio della sua poetica, o quanto meno del tipo di rapporto poetico/strumentale che ha con la sua visione del mondo e con il linguaggio. Che, come il suo estro, è “libero ed eclettico, magniloquente ex contrario“, come rammenta Plinio Perilli nella sua esorbitante introduzione. Lo (pseudo)shakespeariano “Inferno del nostro portento” potrebbe perfino vagamente richiamare certi ironici titoli o testi di gente come Corrado Costa (“Inferno provvisorio”), Gianni Toti, Emilio Villa, Paolo Gentilomo, ma la somiglianza si ferma lì. Costruito in tre sezioni (Urbi et orbi e la Teoria del tutto; Distanze vicinanze ed altre vie di fuga; Gli inganni del traguardo) i cui titoli celano  tre poemetti (l’ultimo assai corto), in realtà ulteriormente e diversamente titolati, articolati in parti, a loro volta costituite da spezzoni aperti e chiusi  talvolta da una punteggiatura (…) sospensiva (nella prima sezione), il libro appare un ambizioso canovaccio del mondo e della Storia, dell’individuo con i suoi accidenti e del cosmo,  tratteggiato con un piglio a tratti epico/oratorio (grazie anche alle numerose citazioni classiche e non, e all’emergere di una ipermetrica altrettanto epica), a tratti aforistico, e nel quale il poeta si tiene da parte come un descrittore interessato e coinvolto ma sufficientemente disilluso, quasi – per quanto possa apparire contraddittorio – esterno alla faccenda. In  realtà c’è materia per più di un libro, materia qui abilmente concentrata in una sessantina di pagine e trattata soprattutto con una lingua il cui tono principale è polemico/sarcastico, e con la quale  Pepe, secondo Perilli, costruisce la sua “disquisizione”. Se dico materia per più di un libro vuol dire anche però che si ha a volte l’impressione di un veloce excursus a volo d’uccello, quello che Perilli chiama bonariamente un “passare agilissimo…dal Mito alla Storia, dall’Arcano al Culto sempiterno”, nel quale si toccano temi svariati e di per sé complessi, come la società dei consumi, il malessere del pianeta, la contemporaneità veloce, l’uomo in essa coinvolto ecc., e lo si fa spesso con flash fulminanti e assai significativi, a volte con aforismi secchi prima di passare oltre.

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Giacomo Leronni – Scrittura come ciglio

Giacomo Leronni – Scrittura come ciglio – Puntoacapo editrice, 2019Giacomo Leronni - Scrittura come ciglio
Un libro di poesie che ha il titolo di un saggio, questo di Giacomo Leronni. Scrittura come ciglio, esercizio, lavoro, professione di un’arte dall’orlo (e come limitare) di un abisso che solo quello stesso esercizio ha qualche possibilità di sondare. La scrittura dunque come mezzo di espressione del noto e di indagine del percepito, o almeno questa è l’aspirazione di chi scrive, ma bisogna affacciarsi parecchio a quell’orlo (ed è il ciglio a cui allude Cesare Viviani un uno degli eserghi).
Ricordo di aver già parlato di Leronni nel 2012 (v. QUI ), in occasione dell’uscita del suo Le dimore dello spirito assente (Puntoacapo). E anche allora la parola “limite” era spuntata fuori più di una volta, anche per definire qualcosa, in quel caso “nella sua accezione meno eroica. E’ quello cioè in cui sbatti il naso e ti fermi, guardandoti in giro irrelatamente, e NON quello in cui invece getti il cuore oltre l’ostacolo e scali la montagna come Messner. E’ il limite quindi oltre il quale la parola, come un diamante su cui si tenta l’ennesima sfaccettatura, perde la sua funzione e si sbriciola”. E’ il problema fondamentale di una poesia che si muove in ambiti elettivi, in ambienti anche culturali che marcano stretta la scrittura entro certi confini, la “suggeriscono”, la sfumano, e con essa operano una “estrazione dell’essenza” (dicevo allora). Si tratta di un influsso culturale che l’autore porta con sé, quello letterario francese, e cioè, mi pare di aggiungere sinteticamente, tutto un areale simbolista in cui l’oggetto, ma anche l’evento o il dato esperienziale, perdono (anzi devono perdere) i loro lineamenti, i loro tratti distintivi, in un certo senso il loro “fuoco”. Certo, bisogna fare i conti con un’aria rarefatta, le altezze simboliche e metafisiche sono considerevoli, l’ossigeno potrebbe non essere sufficiente se si partisse, come lettori, da un pre-concetto normativo o canonico (qui comunque il canone c’è ed agisce, stante che, come ricorda anche il prefatore Daniele Maria Pegorari, i riferimenti, non solo stilistici, sono a quella cultura) o dalla semplice risultante, di cui occorre tener conto per capire, di una scrittura “disinteressata nei confronti dell’oggettività del mondo” che agisce “su un piano di pensiero puro che lascia del tutto in ombra la realtà” (ancora il prefatore). Sono d’accordo, ovviamente, ma da qui bisogna ripartire, traendone qualche conclusione. Certo, il “ciglio” di questo titolo metapoetico può essere anche quello di uno sguardo celato ma non precluso, filtrato ma non miope, quello sornione e smagato di chi tenta di superare la realtà oggettuale per avvicinare quella più intima, ma per l’autore non meno concreta, delle cose, che, come ci insegna Remo Bodei, sono oggetti materiali o immateriali caricati delle nostre idee, di contenuti simbolici o affettivi (del resto, gli “oggetti” comunemente intesi, elementi che denotino una materialità del mondo o un aggancio ad esempio alla natura, in questi versi sono rari). Il mondo di Leronni è densamente spirituale, in almeno due accezioni: la prima sicuramente è quella di uno spirituale rinvenibile all’interno del sé poetico, quella cioè che Leronni esplora in quasi ogni testo, anche ove non sembri palese, quasi come se, mi pare, fosse alla ricerca di una conferma di quella “immagine e somiglianza” con qualcosa di trascendente che l’uomo accarezza nella mente, ancorché non gli sia stata assegnata fin dalla creazione, insomma un pensioero “universale”; l’altra è quella di un confronto non dichiarato (e forse non importante) con il divino di un Dio raramente nominato, anzi visto con un occhio un po’ dubitoso (“l’onda cupa che tutti chiamano Signore”; “un Cristo di livore”) soprattutto perché, mi pare, c’è sì da qualche parte ma rappresenta una ardua sfida, un tema troppo impegnativo per le parole, che viceversa sono le cose in cui il poeta crede maggiormente. Alla fine dobbiamo ammettere che stiamo parlando più di spirito che di spiritualità, o di una spiritualità tutta laica, nella quale appunto è la parola, la sua potenzialità evocativa/astratta, ad officiare. In effetti la lettura di questo libro mette di fronte all’evidenza di quanto lo stesso Leronni afferma, proprio nella sezione Il ciglio: “Tutto è piegato alla parola”, e più avanti, “Tutto è sedotto dalla parola” (ma anche: “nella luce impervia reclutavo / parole isolate, topazi”). Siamo al centro, è ora ovvio, di un universo che l’uomo si è creato da sé, con la parola, e questa “parola” è come se avesse una maiuscola omessa dall’autore per modestia. Un universo che tuttavia presenta, come tutti, i propri abissi e i propri margini, non è esplorabile del tutto. Ma, cosa importante che avevo già sottolineato a proposito de Le dimore dello spirito assente, Leronni non bara sul linguaggio con cui affronta i suoi temi, non è volutamente oscuro per quanto astratto, e se talvolta lo è dipende forse dal fatto che, come avviene anche nei simbolisti ma anche negli ermetici, l’immagine che il poeta persegue è troppo “privata”, come racchiusa in una intima stanza. In altre parole, non è detto che io e il poeta leggiamo in questi versi le stesse cose, evochiamo le stesse immagini. In effetti ogni singolo testo presenta un problema di interpretazione, nello stile di Leronni è arduo già identificare, nell’astrattezza dei temi, la vaghezza delle “persone”che si incontrano, a cui talvolta il poeta si indirizza, un “tu” a volte riflessivo a volte ignoto, altri sfocati destinatari, alcuni “noi” accomunati nella riflessione su quel nulla (e l’oscuro, e il buio e tutti i correlati) che si intravede oltre il ciglio e che costituisce forse il tema principale della visione laica di Leronni. Che sembra sempre, come il Montale di “Forse un mattino andando in un’aria di vetro”, in procinto di sorprendere una verità sfuggente, cogliendola però non con lo sguardo ma con la rete di parole che Leronni è assai abile a tessere. E quella verità, come accennato, è che nel tramaglio delle parole – che alla fine, di tutto ciò che interseca il vissuto di un uomo, affetti, amori, dolori, raccoglie soprattutto la convinzione che l’uomo (e il poeta specialmente) è ciò su cui riesce a riflettere – resta un’idea di impermanenza, o di essere uomo “singolare” che sperimenta il suo essere “libero” di fronte al nulla (un’idea un po’ di marca esistenzialista). In un certo senso, se si accettano questi presupposti e quel che di apodittico (ma forse dovremmo parlare di oscura assertività) portano con sé compresa l’ “esclusività” dell’esperienza del poeta, anche gli aspetti più criptici della poesia di Leronni si illuminano di lampi, e l’interesse che ne emerge è proprio l’ “intravisto”, una sorta di “vuoto che fruscia // lampo su lampo, scossa dopo scossa”, poiché anche “il vuoto più distante dispone / del favo che lo rischiara”. E spesso, proprio nell’economia della parola, della sua “libera” circonvoluzione intorno al “ciglio”, è l’uso di potenti artifici come metafore, analogie, similitudini, accostamenti dinamici e creativi (talvolta un po’ forzati) tra soggetti e/o oggetti e predicati (gli esempi sono moltissimi) ecc., che conferisce al testo un’autorevolezza di “senso”, per quanto ellittico esso possa essere. Un libro complesso, come lo era Le dimore, in cui si intravedono sviluppi forse più di stile che di temi (e le cose di gran lunga migliori in entrambi i sensi mi paiono nella sezione Una verità impensabile), e in cui mi pare permanga ciò che allora avevo definito come “una poesia ‘percettiva’ orientata sui riverberi degli eventi sulla psiche”, alimentata “da un pensiero analitico insonne e a volte impietoso, da uno spirito tutt’altro che ‘assente’ “. (g. cerrai)

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