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Brevi di cronaca: Ksenja Laginja e i suoi lupi

Ksenja Laginja - Chiamali ancora per nome - Arcipelago Itaca, 2025Ksenja Laginja – Chiamali ancora per nomeArcipelago Itaca, 2025

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Alcuni testi tratti dalla raccolta più recente di Ksenja Laginja. Una poesia rarefatta, simbolista, privata, “misteriosa, a tratti ermetica, oscura”, una poesia in cui “quando sembra di poter ghermire questo frammento di memoria e coglierlo in pieno, esso svanisce”, in cui i versi “restano soffusi, in un crepuscolare sfasamento” ecc. D’accordo, i virgolettati sono parole di Alex Tonelli, dalla prefazione a questa raccolta, parole che sostanzialmente condivido (ma chi mi conosce sa che cosa penso delle prefazioni). Perché lo spirito di fondo del libro è questo, l’idea di poesia che Laginja ha è mitico e mistico, alla poesia viene accreditato, al di là della scrittura e degli stili che hanno mutato – evolvendo – nel corso del Novecento, un ruolo sciamanico e salvifico che forse ebbe in una società ben diversa dalla attuale. È in sostanza una “ideologia” di speranza, in cui il poeta assegna a sé stesso il ruolo di tramite (“sacerdotessa e maga” – dice Tonelli – con i suoi animali totemici, come il lupo qui molto presente), di messaggero, di evocatore di significati “altri” e “oltre”, quasi esoterici, di quelle “vibrazioni” a cui allude anche Tonelli, quando parla (però come qualcosa di positivo che “libera” il lettore) di “una dialettica negativa che distrugge un senso compiuto senza voler (poter?) mai costruire un nuovo significato”, poiché “la poesia di Ksenja Laginja distrugge e, facendolo, libera il senso nelle sue infinite forme”. D’accordo ancora, ma a me pare il climax del crepuscolare, direi, il simbolo (l’astratto personale, alchemico) che sfratta la metafora (l’idea condivisa, il concetto, il conoscibile).

Posso capirlo. Il mondo ha perso da tempo la sua magia. E Dio è morto, come ci ricorda Nietzsche, almeno nel senso della fine della grande narrazione etico morale del mondo stesso. Che come se non bastasse è diventato di una complessità tale da mettere in discussione il concetto stesso di realtà, percepibile solo per frammenti (di vero, forse…) o in bolle in cui è ancora possibile vivere, angoli in cui sia più facile rassicurarci come umani, perfino cullare il nostro dolore, gli affetti, le relazioni complesse, osservare la nascita e la morte, e la stessa scrittura come sublimazione identitaria. È in questo ambito – privato e insieme eterno, nascosto e simbolico – che Laginja tenta di ricreare la magia che manca, di evocare l’impalpabile, lo “spirito” che aveva aleggiato negli eventi vissuti, là dove esistiamo. In questo tipo di poesia l’unico vero rischio è che quello che perviene alla luce (o a una misterica penombra) sia diversamente significativo: per chi scrive, in cui l’immagine evocata è per così dire precostituita e presente, quanto un ricordo per fare un esempio; per chi legge, in cui l’immagine deve essere “immaginata” in mezzo alla stessa penombra, e non è detto che ci azzecchi (sempre Tonelli parla di “cattiva messa a fuoco”, di “miopia poetica”, anche se, ancora, per lui in senso positivo). Da questo punto di vista la scrittura di Laginja, fatta per lo più di testi conchiusi di pochi e densi versi, va in quella precisa direzione, è una scelta consapevole e mirata di stile, atmosfera, andamento, tonalità, assolutamente coerente con quell’idea di poesia a cui ho fatto cenno all’inizio. (g. cerrai)

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Brevi di cronaca: Aldo Galeazzi e i suoi gabbiani

Brevi di cronaca: Aldo Galeazzi e i suoi gabbiani

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Alcuni testi tratti dalla raccolta di Aldo Galeazzi Piovono gabbiani alti (Ed. Erasmo, 2016), giuntami per sollecitudine di un amico solo ora.

Poesia “giusta”, quella di Aldo Galeazzi. Giusta come scrittura, abile nelle sue capacità espressive, ben misurata in ritmo e respiro. Giusta come temi, nel senso di una attenzione a un presente reale in cui si muove un io immaginario (o forse è il contrario?), in cui si dà la giusta attenzione ma un po’ sullo sfondo a certi fenomeni dell’oggi così com’è, non descrivendoli, non essendo necessario poiché, come si legge nel “manifesto” della collana che lo ospita, “l’atto poetico squarcia l’indistinta e rutilante cortina fumogena del Reale. Lo sguardo delibera un altro caos ordinato emerge la cosità della cosa”. D’accordo.

Che sia sorretta da una buona scrittura l’ho detto, anche intelligente, a volte impreziosita da buone intuizioni, da invenzioni metonimiche, a volte incrinata da luoghi comuni, una poesia a tratti pensosa, a tratti ariosa come la Terrazza Mascagni, a tratti malinconica, a tratti narrativa, a tratti riflessiva, a tratti intimista, a tratti politica, a tratti ammiccante, a tratti arguta, a tratti astuta, a tratti… Il suo autore è un flâneur direi postmoderno (ma chi non lo è?), attraversa per lo più la città, la sua Livorno come da molti indizi (per caso nasce però a Pisa), ci porta con sé, anche piacevolmente, ci indica col dito cose o avvenimenti che hanno o potrebbero avere un significato ulteriore, fatti, film visti che fanno capolino dai versi, a volte ci scherza sopra, con un suo esprit livournois, ma, sempre per via dello stesso spirito, fino a un certo punto. Poesia locale, poesia universale, non importa, Galeazzi ha il suo stile, che potrà anche avere i suoi difetti (e le sue ingenuità, ce n’è qualcuna) ma che certo è libero e un po’ beat e un po’ chissenefrega essendo tutt’altro che “ispirato dalla poesia contemporanea che ci circonda in streaming” (parole di Galeazzi). Stile che però non si è dimenticato di buone letture (potremmo fare nomi ma si fa prima a citare Piero Ciampi perché molte di queste poesie sono cantabili) né del suo genius loci, che in quella città di mare è peculiare come in poche altre, come uno maestralino che attraversa i testi, si porta malinconie e delusioni, ma rinfresca anche una visione della vita in cui ci si può pure ritrovare e che ha i suoi alti e bassi. Proprio come questa poesia. (g.c.)

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Alessandro Assiri – Abitarmi stanca

Alessandro Assiri - Abitarmi stanca - Puntoacapo ed., 2023Alessandro Assiri – Abitarmi stancaPuntoacapo ed., 2023

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Un titolo pavesiano, e fin qui è facile. Potremmo domandarci, partendo da qui, se sia un libro dedicato all’uomo che abita l’autore che abita una sua realtà, una coabitazione che, come questo presente, ha le sue difficoltà ed è un luogo (e un topos) della stanchezza del mondo. Assiri (già presente sulla vecchia IE), è anch’egli un cantore di questo presente che disanima (sic) molta della poesia italiana attuale, riflesso di una condizione umana che sarebbe semplice addebitare ad un post-post modernismo di difficile definizione. Voglio dire, il malessere esistenziale è sempre esistito, almeno nell’era letteraria che noi conosciamo, e certo fa bene Ivan Fedeli, nella prefazione, a tirare in ballo il tema generale dell’assenza assoluta, citando Montale e più avanti Milo De Angelis. Il titolo insomma ci avvicina a una (almeno) doppia evidenza, di una certa fatica (e proviamo ad usare questa parola in termini ingegneristici, “materiali”, corporei) e di un certo “dentro”, entrambi direi molto personali, molto privati e tuttavia comuni, nell’era attuale quasi endemici. La differenza, tutta odierna, con quell’inesausto novecentesco malessere esistenziale a cui accennavo è che gli strascichi di esso sono diventati solipsistici e insieme collettivi, personali e insieme sociali, e in qualche modo egoticamente esposti. E perciò la poesia che li incarna è (vuole essere) dell’autore e di tutti, così come i leit motiv principali, di modo che quello che fa la differenza è l’espressione, la scrittura, la ricerca sul linguaggio, o se preferite lo stile, insomma la capacità autoriale di rinnovare, di dire meglio qualcosa che sappiamo o crediamo, come lettori, di sapere. Assiri si muove in queste acque, salvaguardando un’identità fatta anche di cose, di quotidianità, di microeventi che ne danno un senso e un perimetro, che tuttavia non pare essere rassicurante né protettivo, assomigliando molto ad un hortus sbrecciato. Da questo punto di vista la sua è una scrittura cosciente, non solo perché certa dei propri mezzi tecnici ma anche perché, senza girarci tanto intorno, sa che l’unico soggetto possibile, in queste acque, è un io che persiste senza soluzione di continuità, lirico e presente, a volte dialogante con un canonico tu/noi, a volte pensoso e introverso. Continua a leggere

Stefano Guglielmin – da Un regno di ciechi senza doni (in attesa di parlarne)

In attesa di parlarne domani con lui (Pisa, Libreria Erasmus in Piazza Cavallotti, ore 17.30) pubblico un paio di testi tratti da Un regno di ciechi senza doni di Stefano Guglielmin (Marco Saya Edizioni, 2023). Come forse è noto l’ossatura del libro – insieme ad altri fili come il fare teatro e metateatro, il fare poesia e metapoesia, la scrittura, la biografia personale – è la trama dell’Amleto di Shakespeare, come emblema (anche) del rapporto tra realtà e finzione, quella letteraria compresa, e della inanità del singolo di fronte alla complessità del mondo. (g.c.)

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Teschio

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Qualcuno mette il teschio in mano al principe nel monologo

famoso, anzi glielo posa sul palmo: bianco su bianco, nel fango

intorno.

Nell’Amleto del ’55, tuttavia, l’eroe Gassman sta supino,

a mani vuote, poi si solleva e, seduto, recita in preda alla noia;

quando arriva Ofelia, si alza e le va incontro, senza dare tregua

alla parola né al tono.

Non dissimile Laurence Olivier: dopo una vertigine di scale,

su una melodia hollywoodiana spalanca un mare a precipizio,

cui guarda con dolore, una lama in mano pronta a porvi fine,

nel film che vinse l’Oscar, nel ’48. E Zeffirelli?

A mani nude, Gibson scende in una camera funebre, la voce

splendida di Giannini ne intona lo sconforto mentre monologa

col marmo di una fanciulla morta. Tutto è pietra e penombra.

Amleto-Alice nello specchio, invece, nel monologo di Kenneth

Branagh, inamidato in un candido palazzo, si misura i passi,

additando col pugnale i malanni universali; anche a lui

l’Oscar nell’America dei record del ’96, prima della grande

Recessione.

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Il teschio arriverà alla fine, forse il terzo in ordine di emersione:

dalla terra consacrata esce Yorick, il burlone, l’indifeso, il libero

battitore di Elsinore. Amleto lo coccola come un figlio prossimo

a sparire.

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Amleto e Yorick

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Due occhi su due orbite cave,

il vivo vi si specchia: vede il futuro

e le spalle di un uomo buono

strette a cavalcioni;

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che il buffone sia suo padre?

Brevi di cronaca*: Iacopo Ninni e i suoi animali

Iacopo Ninni – Animalie (con illustrazioni di Marta Carraro) – Seri Editore 2023Iacopo Ninni - Animalie (con illustrazioni di Marta Carraro) - Seri Editore 2023

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Tra la metafora e il simbolo, tra il serio e il faceto, tra la realtà e il fantastico è questo libro di Iacopo Ninni in cui, come pure nelle belle illustrazioni che lo corredano, l’uomo e l’animale si confrontano e non poche volte si confondono, riconoscendosi una somiglianza, una comunanza, un destino spesso in mano all’arbitrio di altri. Tutto in questi versi è leggero, eppure non lo è, anche là dove l’ironia o il calembour sono ben presenti come cifra dominante, anche dove – certo – il gioco di parole sembra più scontato o addirittura superfluo. In fondo, come in certi epigrammi, c’è sempre una nota amara, sia essa per l’uomo o per l’animale, e se non proprio una morale almeno un pensiero, una piccola riflessione che sfugga per un momento al rumor bianco della contemporaneità.

Ninni in effetti sceglie un campo metaforico relativamente semplice e tuttavia antico quanto la letteratura, almeno dal tempo di Esopo, senza mai dimenticarsi, nel tono dominante, di divertirsi. Ne esce spesso un andamento favolistico, fragile come tutte le favole se dovessimo metterle alla prova del totalmente disilluso mondo attuale (ma qui basta, come ho detto prima, rallentare, prendersi il giusto tempo); altre volte l’attributo animale (come un ronzio) diventa immediatamente un connotato umano, se mai ci fosse bisogno di una riprova che in fondo di umani si parla, come una comunicazione traslata o traslitterata tra di loro, come ad es. qui sotto Effigie lupi, pardorum maculis (proprio perché metafore, qui gli animali non sono certo un tema di tipo ideologico, come per intenderci in Laura Liberale); altre volte ancora l’animale non viene nemmeno nominato, non è necessario, l’oggettività non serve quando il tono lirico-elegiaco parla sentimentalmente del destino di tutti, uomini e animali (v. sotto Lettera da Calidone). In breve, Ninni realizza qui un piccolo bestiario, con l’intento forse di farne un’operetta morale, scegliendo una efficace scrittura tersa e breve, che come già detto tende quasi sempre ad una soluzione finale, che coagula o conclude il significato complessivo, come una musichetta che si ricongiunga in chiusura con la sua tonica. (g. cerrai)

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