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Bernardo Pacini – Fly mode

Bernardo Pacini – Fly mode – Amos Edizioni, 2020Bernardo Pacini - Fly mode - Amos Edizioni, 2020

Stanchi di guardare le cose sempre dalla stessa prospettiva? O meglio, di pensarle, immaginarle o vederle spuntare da un piatto orizzonte? Bene, leggete l’ultimo libro di poesia di Bernardo PaciniFly mode. Un libro interessante, nell’insieme ben scritto e ben confezionato ed anche – e non è cosa da poco – in tante parti divertente da leggere.
Il libro muove da un’idea che è eminentemente narrativa, almeno se si considera l’oggetto a cui lo sguardo  è delegato. Come ormai tutti sanno (del libro si è parlato non poco in giro) lo sguardo lanciato sulla realtà (che ricordiamo è sempre una porzione di sé stessa) è quello di un drone, un oggetto volante comandato a distanza. E’ come se il soggetto (il pilota, il poeta) disponesse di una immaginazione estesa o una visione quanto meno bidimensionale dei fenomeni, come se si esaminasse un edificio con davanti la pianta ed il prospetto insieme, però entrambi dotati di una loro mobilità visiva interagente. L’idea di base appare essere questa e se ho parlato di narrazione è perché secondo me alcuni aspetti devono essere presi in esame, come ad esempio il “punto di vista” di chi scrive, un tratto precipuo di narratologia. Per inciso, sotto questo aspetto quello del drone può essere interpretato anche come un espediente per espellere l’io autoriale dal territorio poetico, per sostituirlo in parecchi testi con un io robotico di drone pensante, che pensa sé stesso come macchina vincolata e prigioniera (“il giroscopio mi serra la testa, ché io non pensi di poter vomitare”), che è “costretta” a guardare le cose. Un alter ego, un’interposta persona, una finzione, nell’accezione nobile della parola. Finzione come estensione, prolungamento, distanza  ma anche una specie di rivincita sugli orizzonti che ci limitano se non fosse per l’immaginazione che li travalica. Ma trattandosi di poesia il narratore non può essere onnisciente (prendetela come una battuta): anche il suo drone non può andare oltre quello che il suo pilota già conosce, non può che esplorarne la memoria, il carico emotivo, l’irrealizzato, la nostalgia, non può che registrare – della realtà oggettuale (le cose) che vede –  altro che la persistenza di qualcosa poeticamente dicibile. Invero c’è una certa abile (e sotto un certo aspetto ovvia) “separazione delle teste”: il drone guarda, il pilota riflette e interpreta. Esattamente come nella figurazione o nella fotografia (Barthes, Sontag et alii docent) la realtà non è mai come la si dipinge o la si fotografa, ma come la si porge al fruitore e come la si influenza nel momento in cui la si coglie, quale “esperienza catturata” di cui si ha una “consapevolezza di tipo acquisitivo” (Sontag), un processo in cui – poi – ha larga parte l’immaginazione, però in vari modi orientata, di chi guarda. Nella poesia di Pacini c’è una – per fortuna – irrisolta volontà di controllo, che è controllo della scrittura, quasi sempre notevole, ma soprattutto, là dove gli riesce, controllo della “trasparenza” delle emozioni, una specie di raffreddamento intellettuale del trasporto, che sia lirico o meno (e qui torna in ballo il calibro del linguaggio), che non può non tenere conto, come l’autore scrive, del “falso peso di una pietà virtuale dello sguardo / che quanto più registra tanto meno guarda”.  E’ un assunto importante che in qualche modo si riverbera sull’intero libro.

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Emilio Capaccio – Canzoniere della biondezza

Emilio Capaccio - Canzoniere della biondezzaEmilio Capaccio – Canzoniere della biondezza – Ed. L’arciere del dissenso, di Emilio Paolo Taormina, 2019, f.c.

Parlare d’amore in poesia è tutt’altro che facile. Il banale, l’ovvio, il già detto, lo scontato sono sempre in agguato in un tema di cui i poeti hanno parlato negli ultimi settemila anni. Ci vuole passione e arte, e soprattutto la convinzione di poter trattare in modo “nuovo” un’esperienza certo comune per la gran maggioranza dei lettori. Emilio Capaccio con un certo coraggio ci prova e lo fa seguendo due direttrici principali: da una parte, trattando di un amore già in qualche modo “accaduto” e quindi già filtrato in parole, già trasportato in un linguaggio che non descrive tanto una realtà contingente quanto un ricordo e la decantazione di un affastellarsi di esperienze, affettive, sessuali. E’ dove il poeta, come “padrone” del linguaggio, in genere prende il sopravvento, afferma una supremazia creativa rispetto all’innamorato (e tuttavia le parole del poeta sono “gravide di te / gravide del tuo pane”), prende una giusta “distanza” dal fuoco, senza tuttavia spengerlo, anzi cercando di trasfigurarlo in qualcosa di universale. Non è necessariamente un procedimento per così dire romantico, di incielamento dell’amata, anzi fin dal primo testo ci si riferisce a questo/i amore/i come a qualcosa che consuma, che ossifica e altrove come a qualcosa di carnalmente ossessivo (“l’ossessione del neo sul tuo seno”, si legge tre volte nello stesso testo), senza contare gli  interessanti accenni all’aleatorietà che a volte caratterizza questa fondamentale esperienza umana (“Estratta a sorte dal vaso della materia / sguardo senza occhi del caso alla mia porta / dado disceso tra le mie mani”).
Dall’altra parte Capaccio lavora ad un depotenziamento, a volte riuscito a volte no, e ad una rinnovazione di tutto l’armamentario metaforico/metonimico che quasi inevitabilmente accompagna la poesia d’amore, le similitudini, le analogie, i paragoni, le sinestesie, le personificazioni dell’oggetto amato e delle situazioni fattuali, insieme ad un lirismo controbilanciato da un ritmo poco musicale, da versi senza sospensioni o enjambments, spesso monofrasali e assenti di interpunzione, dall’uso sporadico ma visibile di accostamenti un po’ “iperbolici” che mi ricordano Marina Pizzi (“io sono eretto al rebus della dissomiglianza”; “il sesso scoperto di una forma aleatoria”; “si scaglia un brivido di vita elefantiaco”, “il biondo passero della rarità”, “la conoscenza planimetrica del salice”, ecc.), tutti artefatti  che contribuiscono – a volte eccedendo in senso contrario verso una involontaria ironia (“anche gli uccelli sul nocciolo / leggono Neruda / col monocolo in bellavista”; “bevo un ricordo / dopo averlo fermentato”) –  ad aggirare i rischi di cui si diceva all’inizio.

Meccanismi in azione, ma forse con meno frequenza, anche nella seconda sezione del libro, “Canzoniere dell’estate”, dove l’amore c’è, è ancora presente ma disperso in un’aria estiva a volte onirica, in un’ambientazione leggera che tuttavia ha maggiori concretezze anche oggettuali, dipinge atmosfere più visibili per quanto qui decisamente più liriche, di un lirismo che Capaccio non teme, anzi esibisce senza infingimenti in tutte le sue tradizionali sfumature (“Vengono all’estate i violini piagnucolanti / delle ore lente dei giorni / inneggiano / alla fiacca sospesa delle mosche”; “Cantano i cappelli dei narcisi / questa rotta canzone”) e forse è proprio questo ricorso senza patemi d’animo a tonalità e registri che ci rimandano direttamente alla prima metà del Novecento a restituirci una certa piacevolezza, anche per così dire “eccessiva” come nella poesia Brandeggiano i loro spadici d’oro o in  Fuori la veranda (v. più avanti) dove la fa da padrone un divertente affastellamento di termini botanici e entomologici, un’accumulazione che invece è piuttosto moderna e a volte ha esiti che sono –  però qui volutamente – scherzosi (“Dimmi che sono io il tuo cochon d’Inde / l’uccello delle tempeste che svilisce nella ragna”). Se si superano steccati del tutto paradigmatici, come quello che divide il resto del mondo poetico dalla poesia lirica, non si fa fatica a dire che questa seconda sezione appare (per diverse qualità, accenti, disposizione e scelta della lingua, leggerezza, forse ispirazione) senz’altro migliore della precedente. Lo dico sulla base di un metro empirico che uso qualche volta, ovvero quanti testi a mio avviso meriterebbero di essere trascritti all’attenzione del lettore, che in questa sezione dovrebbero essere davvero quasi tutti. Forse merito, in sintesi, di una felicità dello scrivere fregandosene di alcune cose, che mi pare traspaia ed arrivi a chi legge da queste poesie di Emilio Capaccio. (g. cerrai) Continua a leggere

Giacomo Cerrai: inediti su La poesia e lo spirito

Oggi su “La poesia e lo spirito” l’amico Enrico DeLea ha curato la pubblicazione di alcuni miei inediti. Lo ringrazio di cuore e ringrazio LPELS dell’ospitalità. Si tratta di testi che risalgono ad un periodo che va dal 2014/15 al 2019 e corrispondono a “sentimenti” di scrittura abbastanza diversi tra loro e anche rispetto a quanto già pubblicato. “Bootleg” è il riflesso di una incazzatura, anche politica. “Soggetto due” (esiste anche un “Soggetto uno”, ne trovate una versione QUI) riguarda il sociale e le relazioni interpersonali. Nel caso dei “dettagli” (titolo del tutto provvisorio) si tratta poi di un lavoro ancora in progress che non è ancora chiaro dove vada a parare, ma che in sostanza dovrebbe rispondere a due direttrici abbastanza definite: mentre l’ascolto di sé e della realtà va verso il profondo, il basso, l’oscuro la scrittura corrispondente tende a riempire d’aria certi spazi vuoti e in qualche modo sollevarsi, alla ricerca di altre correnti in quota. Se vi interessa potete leggere gli inediti su LPELS  QUI. Altri inediti, in parte collegabili a questi, li trovate QUI.

Gabriele Gabbia – L’arresto

Gabriele Gabbia – L’arresto – L’Arcolaio, 2020Gabriele Gabbia - L'arresto - L'Arcolaio, 2020

Un libro minuto, fatto di pochi testi, confezionato tra due note non lunghe ma di vaglia (apre Giancarlo Pontiggia, chiude Flavio Ermini, a cui è dedicato), che evito di leggere preventivamente. Minuto ma di buona fibra, lo dico subito, testi che sembrano “toccarla piano”, che si esauriscono per lo più in pochi versi, ma sono come quelle asserzioni che pesano, sono dettati la cui rilevanza significante sembra accrescersi ad ogni nuova lettura. Gabbia intanto è uno che pensa e pesa accuratamente e a lungo quello che scrive, tanto che mi accorgo che in questo libro sono presenti (con variazioni anche rilevanti di cui magari parleremo) tre  inediti che avevo ospitato e commentato sul blog già nel 2015, dopo che nel 2012 avevo commentato brevemente la sua opera prima La terra franata dei nomi  (v. QUI), sempre edita da L’Arcolaio, di cui questa silloge è una naturale continuazione, specie dell’ultima sezione. Potrei in qualche modo e in qualche parte rimandare a quelle note, in qualche punto mi pare ancora valide, ma in realtà qualcosa, non poco, è cambiato da allora. Gabriele è un giovane uomo che ascolta, non tanto le critiche che gli vengono rivolte (sarebbe ingiusto), ma semmai – da una parte – le consonanze che esse hanno con quanto va maturando, diciamo i riscontri; dall’altra il suo linguaggio, così come si sviluppa, col rispetto che esige, con la necessità che avanza di essere liberato (uso un termine generico) dal superfluo, confidando nella capacità di esprimere molto con poco, senza che tuttavia quel poco lasci tracimare quel “nulla” che continua ad essere un tema fondamentale della poesia di Gabbia (un titolo: Dal nulla da cui vedo). Insomma, ascolta sé stesso e quella cassa di risonanza che è la realtà in cui vive (che poi è il mestiere del poeta). In questo senso lo smottamento delle parole che  denunciava (mi cito) che “il legame tra le cose e la loro identità di nomi è spezzato per il poeta fin dalla nascita (fin dall’ “impasto ventrale”)”, sembra essersi assestato, forse non senza inquietudini, insomma un armistizio nella incessante lotta per la definizione del mondo tramite la sua nominazione, in cui il linguaggio, con le sue necessarie rimodulazioni o “sperimentazioni”, è il solo recinto di contenimento del nulla. Questo maggior controllo, che è segno inequivocabile di una maturazione “naturale”, libera la poesia di Gabriele quanto meno dell’esigenza, tutta giovanile, di dover dimostrare qualcosa, in termini di stile, di forzatura della lingua, di experimentum. Anche il semplice accostamento dei testi di allora che qui ritroviamo ci offre qualche indizio, che non è solo stilistico: l’eliminazione di certi corsivi assertivi e ammiccanti, la riduzione drastica di enjambements che mimavano in maniera non utile un discorso franto e singhiozzante, l’eliminazione di inserti linguistici alloctoni, l’ampliamento di testi, almeno nel caso di Mancante figura (due strofe), l’inclusione degli apporti culturali senza la reverenza di note aggiuntive/esplicative, insomma una maggiore consapevolezza di sé. Gabriele continua ad essere il cantore dell’inesplicabile senso della vita e di quel nulla di cui la morte è segnacolo (“soglia”) e alter ego più inesplicabile, in testi di rilievo come quelli che già avevo segnalato e altri come il citato Dal nulla da cui vedo. In questa perlustrazione poetica i morti sono titolari di una “eternità aggressiva”, e perciò ineludibile  ex ante, come pensiero prefigurante da cui non ci si può difendere abbastanza, lo sguardo è laico, con radi ma evidenti riferimenti cristologici (avventocalvariocorona di spine, che certo qualcuno avrà notato) che tuttavia sono elementi, più che di appartenenza, di una cultura “ereditaria”, introiettata come l’altrettanto cristiano senso di colpa (o di umana impotenza, che qui c’è), o come l’eterno debito dei viventi. Che è un debito di comunicazione, prima di tutto: con la morte non c’è “nessuna parola più da pronunziare”. E’ questo l’arresto (gli arresti sono una serie di lutti, mi confida l’autore), il liminare sul quale – ed è un attimo – da una parte c’è la libertà di chi se ne è andato (“Tu sei libera”, citando De Angelis), dall’altra la prigione esistenziale di chi resta, entrambi – sia detto per inciso – concetti universali che vanno dagli orfici a Platone e S.Agostino. E però, in una visione del tutto agnostica, i lutti sono un precipitare nel nulla. Il poeta, qui, è l’osservatore impotente del mistero, affascinato da una conclusione che è il nulla. E’ inevitabile che in una poesia che esplora certi confini scompaia o quasi ogni riferimento ad una realtà oggettuale o mondana, sia in pratica inesistente un affaccio sull’infinito di tipo leopardiano, un confronto con la natura. Se c’è un accenno ad essa, subito spietatamente richiama alla mente un quadro di Arnold Böcklin (“Un primo temporale: t’intercetta / il suo testamento. Tu / solo vi fai approdo”, L’istanza). E’ un discorso privato, in un certo qual senso, un dialogo muto, un interloquire principalmente con sé stessi, i ricordi, le angosce di quel medesimo mistero.  Ma va aggiunto che questo sguardo sul nulla sembra a sua volta provenire da un nulla rimuginato, esistenziale, in qualche modo “vissuto” o temuto non come futuribile ma come presente, attuale, intriso alla propria vita stessa, quasi una dimensione “altra” separata da un velo che la poesia tenta di squarciare. Forse, se possibile, il discorso poetico si è ancor più rarefatto, ancor meno “popolato da ‘frammenti, lacerti, lembi, brani’ “, come avevo scritto a suo tempo. Da un certo punto di vista è inevitabile, e niente affatto in contraddizione con la sua unità tematica. In questa poesia ci sono due colonne d’Ercole con cui bisogna fare i conti: il “nulla” con tutti i suoi relativi isotopici, e le “cose”, così spesso nominate nei testi. “Nulla” e “cose” sono due opposti contro cui cozza il linguaggio (e la sua potenza), l’indefinibile per definizione, se mi si perdona l’ossimoro, elementi impenetrabili dal linguaggio, che può solo nominarli. E’, in altre parole, un limite di arte, se non li rappresenti, aggirandoli, se non li trasfiguri trascendendoli anche linguisticamente. Non a caso due muri contrapposti: l’uno è l’assenza, il vuoto, il buco nero; le altre la presenza indefinita, potenzialmente il tutto esprimibile, potendo. E sono, indiscutibilmente, i limiti di demarcazione di una poesia che potremmo chiamare (non solo Gabbia ma in generale) “speculativa”, nella quale cioè l’elemento fattuale (una morte, un distacco, una assenza) dà luogo ad una domanda tanto irrinunciabile quanto inevasa. In altre parole, al dolore. In effetti non è infrequente (ed ha il suo interesse) trovare formulazioni di stampo intrinsecamente filosofico, il cui esemplare, come avevo già annotato a suo tempo, è una apparente tautologia alla Wittgenstein  (“di quel che non è / potuto essere / non può dire”, Mancante figura) o asserzioni come “ma la bellezza / non si stringe non si possiede: / si contempla si contiene si lascia” (Nulla che non sia ombra alla luce), perché – mi viene da notare – indivisibile o priva di scopo o rappresentazione come in Kant. E proprio in termini di rappresentazione, come dicevo sopra, c’è per Gabriele ancora margine di lavoro.
Ma al di là di queste aporie – che poi sono l’incessante ricerca di senso – Gabbia si assume i suoi rischi e lo fa bene,  ricerca una sua “sapienza” sapendo che si vive di contraddizioni e di incertezze, e che la poesia non è altro che una sonda appassionata lanciata in spazi oscuri. (g. cerrai)

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Gabriele Pepe – L’inferno del nostro portento

Gabriele Pepe - L’INFERNO DEL NOSTRO PORTENTO - Puntoacapo Editrice, 2019

Gabriele Pepe – L’INFERNO DEL NOSTRO PORTENTO – Puntoacapo Editrice, 2019

Gabriele Pepe ama i titoli “giocati”, come ad esempio il precedente L’ordine bisbetico del caos (2007), che in un witz contengono già un indizio della sua poetica, o quanto meno del tipo di rapporto poetico/strumentale che ha con la sua visione del mondo e con il linguaggio. Che, come il suo estro, è “libero ed eclettico, magniloquente ex contrario“, come rammenta Plinio Perilli nella sua esorbitante introduzione. Lo (pseudo)shakespeariano “Inferno del nostro portento” potrebbe perfino vagamente richiamare certi ironici titoli o testi di gente come Corrado Costa (“Inferno provvisorio”), Gianni Toti, Emilio Villa, Paolo Gentilomo, ma la somiglianza si ferma lì. Costruito in tre sezioni (Urbi et orbi e la Teoria del tutto; Distanze vicinanze ed altre vie di fuga; Gli inganni del traguardo) i cui titoli celano  tre poemetti (l’ultimo assai corto), in realtà ulteriormente e diversamente titolati, articolati in parti, a loro volta costituite da spezzoni aperti e chiusi  talvolta da una punteggiatura (…) sospensiva (nella prima sezione), il libro appare un ambizioso canovaccio del mondo e della Storia, dell’individuo con i suoi accidenti e del cosmo,  tratteggiato con un piglio a tratti epico/oratorio (grazie anche alle numerose citazioni classiche e non, e all’emergere di una ipermetrica altrettanto epica), a tratti aforistico, e nel quale il poeta si tiene da parte come un descrittore interessato e coinvolto ma sufficientemente disilluso, quasi – per quanto possa apparire contraddittorio – esterno alla faccenda. In  realtà c’è materia per più di un libro, materia qui abilmente concentrata in una sessantina di pagine e trattata soprattutto con una lingua il cui tono principale è polemico/sarcastico, e con la quale  Pepe, secondo Perilli, costruisce la sua “disquisizione”. Se dico materia per più di un libro vuol dire anche però che si ha a volte l’impressione di un veloce excursus a volo d’uccello, quello che Perilli chiama bonariamente un “passare agilissimo…dal Mito alla Storia, dall’Arcano al Culto sempiterno”, nel quale si toccano temi svariati e di per sé complessi, come la società dei consumi, il malessere del pianeta, la contemporaneità veloce, l’uomo in essa coinvolto ecc., e lo si fa spesso con flash fulminanti e assai significativi, a volte con aforismi secchi prima di passare oltre.

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Carla Paolini – Moti moventi, nota di G. Cerrai

Carla Paolini - Moti moventi - Controluna ed., 2019Carla Paolini – Moti moventi – Controluna ed., 2019

 

Carla Paolini continua, dalla sua postazione defilata, un lavoro sulla parola, soprattutto su quello che la parola, anche singola e apparentemente celibe, produce, all’interno del testo da una parte, all’interno del corpo che la emette dall’altra. Ne avevo già parlato qualche anno fa QUI e QUI, in relazione soprattutto, all’epoca, a una poesia in cui “il linguaggio coagula ulteriormente attorno a parole affini o parenti” e dove la parola stessa è un oggetto manipolabile, concettualmente, fino a farne una sorta di installazione, un testo cioè in cui il senso non è necessariamente conclusivo senza che, come in tutte le installazioni che si rispettino, il lettore “intervenga”, ci metta del suo, il suo “senso” o almeno la sua perplessità. Tuttavia, rimanendo nel campo del significato, sia in “Elettroshock” che in “Installazioni”, l’aura criptica del testo era abbastanza agevolmente perforabile, il senso, per dirla con Eco, abbastanza univoco, era cioè minore il grado di discrezionalità (in senso etimologico del termine) lasciato al lettore. Là si partiva, insieme all’autrice e secondo le sue parole, da “questo embrione energetico, [la parola da cui] il pensiero struttura e specializza nuove sintassi. La sostanza espressiva si diffonde, disseminando segmenti come linfonodi messi a difesa delle sue intenzioni. L’organismo poetico addensa fisicità singolari, s’installa sulla pagina e accetta l’urgenza di esistere”.  Era perciò possibile e intrigante scoprire queste nuove sintassi (e nuovi sensi), cosa non facile senza una lettura “attiva”, che in fondo è ciò che bisognerebbe pretendere dalla poesia. Come si vede da certi termini isotopici (embrione, linfonodi, organismo, fisicità) centrale è il corpo emittente e anche ricevente forse vittima o succube, del linguaggio, ma comunque individuale, un corpo d’artista. Continua a leggere

Ilaria Boffa – About sounds about us (Di suoni e di noi)

Ilaria Boffa – About sounds about us (Di suoni e di noi) – Samuele editore, 2019Ilaria Boffa - About sounds about us (Di suoni e di noi) - Samuele editore, 2019

Un libro interessante, questo di Ilaria Boffa, che pone delle questioni rilevanti (e anche dei problemi) che cercheremo di vedere. In versione bilingue, con testo a fronte  in inglese, composto dalla stessa autrice e dalla medesima tradotto in italiano (con altre collaborazioni per alcuni brani), il libro parte dall’idea-progetto di una “poesia sonora”, come ricorda Patrick Williamson nella prefazione, ovvero di testi in cui l’elemento fonico, sonoro sia parte preponderante, sebbene non esclusiva, del significato, del livello comunicativo, almeno tanto quanto ciò che possiamo definire come “tema” o motivo dello scritto stesso. Dovrebbe  essere, il libro, il punto di coagulo o di affioramento di un percorso artistico in cui è coinvolta l’autrice, che come si legge in una nota “dal 2018 produce lavori che uniscono poesia e field recording in collaborazione con musicisti italiani e stranieri”. Come avverte il prefatore, si tratta di mettere in opera una “forma poetica nello spazio sonoro tra i suoni, i versi e le lettere”, là dove “le parole sono macro strutture che contengono informazioni ma le unità verbali sottostanti agiscono semplicemente come elementi sonici”, raggiungendo (o tentando di raggiungere) “una messa in atto poetica di uno stato di consapevolezza non-duale che collassa la suddivisione soggetto-oggetto” (quest’ultima affermazione, per la verità, appartiene a Timothy Morton, teorico degli iperoggetti e della realtà “viscosa”). E’ questa l’ambizione di fondo del libro, anche se mi pare che alcuni di questi concetti in realtà appartengano da sempre alla poesia. Dico subito che in questa raccolta non c’è niente, nemmeno a livello di citazione, della poesia sonora come storicamente la intendiamo in Italia, almeno non quella che ruota intorno a nomi come Giovanni Fontana, Arrigo Lora Totino, Julien Blaine, Adriano Spatola, Gian Pio Torricelli e altri. Il suono in questa poesia deriva, come rimarca anche Williamson, in gran parte dall’uso abile di certi strumenti retorici e pararetorici, dalla selezione verbale per la quale “il suono si adagia su precisi schemi di vocali e consonanti tramite assonanze, allitterazioni, quasi rime e ripetizioni”, come annota Williamson, che di seguito porta l’esempio del primo testo del libro (The sounds of language/I suoni del linguaggio – v. sotto). A questo va aggiunto un uso esteso di “‘s’ sibilanti come suoni iniziali o terminali quasi ad incollare insieme i propri testi, in particolare in Sustain/Sostieni (v. sotto), e una terminologia sonora” (terminologia quale lo stesso sustain, come sa qualsiasi musicista. Andrebbe comunque marginalmente osservato che la citazione di terminologia sonora non è poesia sonora, è semmai metapoesia). Continua a leggere

Roberto Ariagno – L’eredità di un occidente, tre poesie e una nota

Roberto AriagnoPubblico anche qui sul blog la motivazione del premio ricevuto da Roberto Ariagno come secondo classificato a BIL 2020 per le poesie singole inedite. L’ho stilata come membro della giuria ed è già apparsa sul sito di Bologna in Lettere, ma rispetto al sito qui c’è il vantaggio, per chi non le conoscesse, di leggere le tre poesie presentate al premio, che danno qualche ragione di quanto ho scritto. (g.c.)

Roberto Ariagno – L’eredità di un occidente
Un interessante impasto stilistico, non necessariamente nuovo, ma con una evidente attenzione all’aspetto fonico del verso, peraltro articolato tra diverse modalità, tra verso lungo e disteso e emergenze di metri tradizionali come qualche endecasillabo che più italiano non si può, e addirittura qualche calco che rimanda, senza star lì a fare nomi, direttamente al primo Novecento (“nell’oro d’una vinta giovinezza”, si legge in chiusura del secondo testo presentato).
Un uso interessante di una liricità che fa finta astutamente di no, applicata a temi che sono con ogni evidenza personali e quotidiani ma che si fanno anonimi, come uno spettatore che frequenta questi paesaggi come tutti gli altri, solo con un occhio un po’ più smagato o disilluso, uno insomma che si è preso l’incarico – come Montale – di svelare un po’ di quel che c’è dietro l’apparenza, conscio del fatto che (cito) “l’ambiguità del reale sta nella sua esattezza”, e tuttavia (cito ancora) “esattamente, o dove ripeti le cose in falsi nomi” (e qui, in questo ossimoro concettuale, viene in mente Guy Debord). Quel reale che forse ha le sue manifestazioni “oggettuali”, i suoi ancoraggi, proprio in quelle “cose”: i palazzi, il traffico, la spesa, il cielo, l’alba, i ponti, i tigli, un cancello arrugginito, un verde inspiegabile. Ma nominarli (cito di nuovo) “in elenchi indifferenti sotto le nubi di un’imminenza” è appunto un depistaggio, anche nel senso francese di rintracciamento, perché l’obbiettivo è un altro, un inizio di qualcosa (che, scrive Ariagno, forse “ci sarà stato”, “una spiegazione a questo andare svelto incontro alla resa”). Ma, da notare, tutti i finali dei tre testi sono marcati dall’apertura di una parentesi che non si chiude, il testo si conclude tipograficamente, ma l’imminente di Ariagno (o forse l’immanente) è ancora lì, da qualche parte, pronto ad assillare una nuova poesia, ed anche in buona misura chi legge. E’ il segno anche che il discorso, sia quello generale sia quello all’interno del testo stesso, rimane aperto, è composto cioè principalmente di domande più o meno esplicite, senza risposte. Siamo a pieno titolo nella poetica dell’incertezza (peraltro nominata) che ci portiamo dietro dal secondo Novecento, forse con meno “io” specifico, un’incertezza dibattuta intorno a metafore cognitive guerresche (si parla di resa, di assedio, di consegnarsi, di fuga, di vinta giovinezza, di odore del ferro, di congiura ecc.) che si attagliano bene al tempo corrente, ma l’interesse di questa poesia sta in una certa abilità nel mettere insieme gli ingredienti a beneficio del quadro nella sua interezza, con una tecnica un po’  a spot,  saltando i nessi logici o analogici come per un’avidità di leggere la realtà (tipico l’inizio della prima poesia: “c’è una vita intera nel dubitare, / la sveltezza degli autunni, la pace scarna / alle finestre, il bosco che risale la collina…”, insomma un pensiero astratto lasciato lì e ripreso un po’ dopo), oppure, come ho già detto, innestando nel testo tonalità e metri diversi, oppure ancora offrendo al lettore suggerimenti tematici (a quello servono le metafore) più che dichiarazioni assertive, senza contare le apparenti digressioni (un esempio: l’uomo dal cappello piumato che spunta alla fine del terzo testo, “se ne va nell’incuranza roca delle cornacchie” e appare come qualcosa di sibillino, una carta di tarocchi rovesciata sul tavolo). E alla fine, quest’aria di inquieta incertezza, questa “aria in armi” come dice l’autore, arriva dritta a chi legge. (g. cerrai)

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Fernando Lena – Black Sicily, nota di Giacomo Cerrai

Fernando Lena – Black Sicily – Arcipelago Itaca, 2020Fernando Lena - Black Sicily - Arcipelago Itaca, 2020
Black Sicily, Sicilia nera. Avrebbe potuto essere Sicily blues, legittimamente, per sottolineare ciò che è questo libro, ovvero una raccolta pubblica e privata di dolori, malinconie, accuse, invettive, rimpianti, perdite, assenze, fallimenti, errori che trovano ristoro e assoluzione nella scrittura, nella “qualità della scrittura, che si traduce in un linguaggio teso e vivido ma non privo di epifanie sorprendenti e di dolcezze improvvise”, nel suo “valore di verità” (Francesco Tomada, nella prefazione). La Sicilia è sfondo e trama, potremmo definirla come presenza principale se non avesse la peculiarità, qui, di essere per così dire una sostanza endemica, una materia intridente eppure sfumata, indissolvibile da sé stessa, dagli uomini e donne che la popolano, dal poeta che la descrive e descrive in essa la propria “nerezza”, le proprie private ombre, la propria discesa ad inferos (“anch’io scrivo il mio nome all’inferno”). Forse, diciamo, la Sicilia come contenitore ideale e insieme concreto di questo nero esistenziale, che qui non è (il “vissuto”) un modo di dire perché, da quel che è dato sapere, Lena parla di quel che conosce, di quello che ha vissuto e sofferto, del suo passato di tossicodipendente e dei suoi lutti, e se c’è spazio qui per l’immaginazione è quella quota di essa che la poesia porta con sé, nel momento in cui metamorfizza il reale o lo colora con quel tanto di lirico/elegiaco che in queste poesie rinveniamo (le “epifanie sorprendenti” e le “dolcezze improvvise” che Tomada segnala) e che rafforza quel valore di verità già citato. Scrive l’autore in una nota: “Questo libro è stato pensato e scritto come un breve romanzo in versi. C’è la storia di un dialogo tra il figlio e il padre dentro la storia di un’isola che vanifica una quantità di esistenze incapaci di essere tali oppure felici nella diversità d’esistere”. E tuttavia, scrive altrove, “dalla mia voce eppure / arriva lo sguardo di un estraneo / che cerca un’isola e vede / una croce di parole”. E’ questo forse il rapporto definitivo, di una singolare simbiosi, che innerva, anche là dove quella terra non è nemmeno nominata o è solo un’aura serotina, il “romanzo breve” di Lena. Mentre invece il padre scomparso è palese, un evidente deuteragonista con cui il dialogo è vivo ancora e ancora intensamente poetico, una presenza palesemente identificata da un forte “tu” allocutivo in testi segnati graficamente dal corsivo, a sua volta paradigmatico di un livello colloquiale, intimo e pensoso, di un discorso entre nous (al padre è dedicata una sorta di struggente lettera, Buon compleanno, in chiusura del libro). L’andamento narrativo invece è assegnato ai fatti, alle storie, ai ricordi di giornate vissute velocemente, ai personaggi che attraversano questi brani di racconto, servono da pivot ad un rimuginare sulla vita come una serie di svolte prese o non prese, e che sono un po’ specchio un po’ emblemi di quella stessa vita (“Antonio il mangiagatti”; “Lucio / che già dalle tre del pomeriggio mente / sulla morte che ha ingurgitato”; “Elisa [che] / sarò come quel Rimbaud / che abbiamo studiato”; “Matteo [che] le passa così / quelle ore sottratte alla scuola / davanti a un bowling di lattine / con una 7,65 caricata a dovere”; “tuo fratello Luciano, / per un finocchio nascere tra questi ingorghi di degrado / è un viaggio d’ematomi”; o Erminia, a cui è dedicata una delle poesie più significative – v. sotto). Quello che interessa di Lena è da una parte lo sguardo smagato ficcato sulle cose e sulla gente, su una assenza di paesaggio ovvero di una natura che non sia quella complessa e insieme elementare dell’umano; dall’altra una scrittura serrata, che nota anche Tomada, che è così perché è una copia a contatto del tempo veloce e serrato che la sostiene, del tempo/vita che non concede troppa requie né di concedersi, nell’immediatezza della comunicazione, troppe retoriche (ed è quindi anche una questione di ritmi, di costruzione di scene per frammenti iconici ecc.). Cose quest’ultime che ci portano anche ad un preciso carattere di “presenza” dell’autore, che potremmo definire di tipo “altruistico”: anche dove emerge l’accento lirico/elegiaco Lena non si pianta al centro del testo, evita che esso ruoti su di lui, il suo non è il lamento per un dolore esclusivamente privato, è semmai un compianto (con quello che di etimologicamente collettivo comporta) sull’assenza, sulla cesura della morte (“dopo ogni morte / la frattura è un tramonto / che non puoi condividere”) o sulla sconfitta. E’ in questo sentimento del tragico, a suo modo classico, che troviamo in molti testi significativi di questo libro, che sta forse il suo carattere più forte. (g. cerrai) 

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Giacomo Cerrai – Alcuni inediti su La dimora del tempo sospeso

Iroojrilik, Isole Marshall, foto Julian CharrièreQuesta volta parlo di me, su questo blog. Lo faccio assai raramente, come sa chi mi segue, preferisco parlare di altri poeti, ospitarne altri. Invece l’occasione questa volta è che l’amico (amico davvero) Francesco Marotta ospita qualche mia poesia più o meno inedita sul suo sito, La dimora del tempo sospesoblog storico e archivio imponente di poesia italiana e straniera. Se volete potete trovare i testi raccolti sotto questo titolo, Luoghi scarsamente popolati, che in realtà è da riferirsi ad una sezione precisa di un ipotetico futuro libro che forse, speriamo, si farà. Altre volte in passato ero stato ospitato da Francesco, cosa di cui gli sono davvero grato (ad es. v. QUI  e anche QUI). Gli amici che vorranno farlo sono pregati di lasciare eventuali commenti lì.  (g.c.)