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Brevi di cronaca: Ksenja Laginja e i suoi lupi

Ksenja Laginja - Chiamali ancora per nome - Arcipelago Itaca, 2025Ksenja Laginja – Chiamali ancora per nomeArcipelago Itaca, 2025

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Alcuni testi tratti dalla raccolta più recente di Ksenja Laginja. Una poesia rarefatta, simbolista, privata, “misteriosa, a tratti ermetica, oscura”, una poesia in cui “quando sembra di poter ghermire questo frammento di memoria e coglierlo in pieno, esso svanisce”, in cui i versi “restano soffusi, in un crepuscolare sfasamento” ecc. D’accordo, i virgolettati sono parole di Alex Tonelli, dalla prefazione a questa raccolta, parole che sostanzialmente condivido (ma chi mi conosce sa che cosa penso delle prefazioni). Perché lo spirito di fondo del libro è questo, l’idea di poesia che Laginja ha è mitico e mistico, alla poesia viene accreditato, al di là della scrittura e degli stili che hanno mutato – evolvendo – nel corso del Novecento, un ruolo sciamanico e salvifico che forse ebbe in una società ben diversa dalla attuale. È in sostanza una “ideologia” di speranza, in cui il poeta assegna a sé stesso il ruolo di tramite (“sacerdotessa e maga” – dice Tonelli – con i suoi animali totemici, come il lupo qui molto presente), di messaggero, di evocatore di significati “altri” e “oltre”, quasi esoterici, di quelle “vibrazioni” a cui allude anche Tonelli, quando parla (però come qualcosa di positivo che “libera” il lettore) di “una dialettica negativa che distrugge un senso compiuto senza voler (poter?) mai costruire un nuovo significato”, poiché “la poesia di Ksenja Laginja distrugge e, facendolo, libera il senso nelle sue infinite forme”. D’accordo ancora, ma a me pare il climax del crepuscolare, direi, il simbolo (l’astratto personale, alchemico) che sfratta la metafora (l’idea condivisa, il concetto, il conoscibile).

Posso capirlo. Il mondo ha perso da tempo la sua magia. E Dio è morto, come ci ricorda Nietzsche, almeno nel senso della fine della grande narrazione etico morale del mondo stesso. Che come se non bastasse è diventato di una complessità tale da mettere in discussione il concetto stesso di realtà, percepibile solo per frammenti (di vero, forse…) o in bolle in cui è ancora possibile vivere, angoli in cui sia più facile rassicurarci come umani, perfino cullare il nostro dolore, gli affetti, le relazioni complesse, osservare la nascita e la morte, e la stessa scrittura come sublimazione identitaria. È in questo ambito – privato e insieme eterno, nascosto e simbolico – che Laginja tenta di ricreare la magia che manca, di evocare l’impalpabile, lo “spirito” che aveva aleggiato negli eventi vissuti, là dove esistiamo. In questo tipo di poesia l’unico vero rischio è che quello che perviene alla luce (o a una misterica penombra) sia diversamente significativo: per chi scrive, in cui l’immagine evocata è per così dire precostituita e presente, quanto un ricordo per fare un esempio; per chi legge, in cui l’immagine deve essere “immaginata” in mezzo alla stessa penombra, e non è detto che ci azzecchi (sempre Tonelli parla di “cattiva messa a fuoco”, di “miopia poetica”, anche se, ancora, per lui in senso positivo). Da questo punto di vista la scrittura di Laginja, fatta per lo più di testi conchiusi di pochi e densi versi, va in quella precisa direzione, è una scelta consapevole e mirata di stile, atmosfera, andamento, tonalità, assolutamente coerente con quell’idea di poesia a cui ho fatto cenno all’inizio. (g. cerrai)

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Simona Menicocci – Si fa per dire

Simona Menicocci - Si fa per dire - Arcipelago Itaca, 2025Simona Menicocci – Si fa per direArcipelago Itaca, 2025

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Già, si fa per dire. Titolo azzeccato, senza dubbio, da diversi punti di osservazione. Nel linguaggio colloquiale “si fa per dire” corrisponde a un mettere le mani avanti, chiede in anticipo una manleva su quanto verrà detto, poiché l’enunciato sarà, per tacito accordo tra emittente e ricevente, variamente attendibile e non certo ultimativo. Questo assegna alla locuzione già un senso che non è detto abbia davvero, in questo contesto può darsi invece che indichi semplicemente un vuoto comunicativo, che sia – letteralmente – un’azione puramente enunciativa, cioè facciamo qualcosa per dire qualcosa (o nulla). Sono ipotesi, se ne potrebbero fare altre, e già il fatto che ne esistano è interessante, un interesse diciamo un po’ specialistico, che forse sta un po’ fuori dalla lettura del libro stesso, da quello che ci restituisce immediatamente.

L’ultima cosa di Menicocci che ho letto è Saturazioni (Diaforia, 2019, saggio introduttivo di Luigi Severi, ne ho parlato QUI), un libro molto diverso da quello di cui stiamo parlando, in cui avevo trovato leggendolo non poche implicazioni, suggestioni feconde di sviluppi anche personali. Un libro addirittura “aurorale”, secondo il condivisibile giudizio di Luigi Severi. Qui siamo un po’ distanti da quella esperienza (non conosco la raccolta pubblicata nel frattempo, H24. materiali per un film – Blonk 2022) e lo siamo proprio a partire dal linguaggio, non tanto dalle sue articolazioni, nel suo uso eidetico o retorico (in senso buono), in cui comunque Menicocci si muove egregiamente; quanto nelle sue funzioni comunicative, di veicolo di idee discrete, di messaggi, di valori “politici”. A suo tempo parlai di “una lingua non arbitraria nemmeno nelle sue disarticolazioni più estreme e nel contempo non lascia[ta] apolide, priva [cioè] di radici e di destini, o autotelica, cioè rivolta ad un proprio ombelico segnico, in una strada a fondo chiuso”, mentre Severi, giustamente, annotava che “la ricerca nel corpo della lingua è ricerca dentro la presenza storica dell’essere umano, alle radici della sua costruzione di legami: letteratura come memoria narrativa di gruppo, legge come ipotesi di regolazione sociale, economia come dottrina di sopravvivenza”. E ciò dipendeva dal fatto che tutto il libro ruotava intorno a un’idea fondamentale: “un’inchiesta sulla storia umana. Ogni testo, infatti, centripeta sulla pagina uno o più eventi della cronaca umana contemporanea, affrontati obliquamente; non esprime un’esperienza privata del male, ma problematizza le possibilità di costruire e organizzare, a partire dai materiali del mondo (eventi e discorsi), esperienze linguistiche e affettive che possano essere comuni” (Menicocci). Il linguaggio dunque. L’accoglimento in esso di una dimensione del reale che lo alimenti e lo sviluppi, la Storia non soltanto come oggetto da dire, ma anche come fonte delle parole per dirla e dire il complesso oggi. Continua a leggere

Laura Giuliberti – Paraìso

Laura Giuliberti – ParaìsoArcipelago Itaca Ed., 2024Laura Giuliberti - Paraìso - Arcipelago Itaca Ed., 2024

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Un libro d’esordio di una non esordiente (come suggerisce la nota biografica), non una raccolta delle poesie di una liceale insomma, ma a quanto pare un precipitato poetico, una materia composita, culturalmente coltivata, che trova il suo luogo opportuno, o il suo momento. O ancora meglio, il suo paesaggio.

Il quale, come ci avverte subito Lello Voce nella postfazione, è un topos antico, frequentato e rischioso quanto l’amore, una cosa da maneggiare con cura, cercando di rinnovarla, e facendo i conti con precursori che includono tanto Petrarca quanto Zanzotto (ma i nomi sono tantissimi).

Quale paesaggio (e non solo)? Cominciamo con il dare un’occhiata alla superficie di questo libro. Paraìso non è che una metatesi semplice (voluta e azzeccata) di Parasio, nome del centro storico di Porto Maurizio (IM), dove l’autrice ha vissuto[1]. Luogo fisico quindi, diremmo. Tuttavia è altro, non c’è da aspettarsi neanche un luogo dell’anima (nel senso che attribuiamo a quest’altro topos), è altro perché, come ci dice Giuliberti in una nota iniziale, “la deambulazione, la frequentazione del luogo, sono qui pratiche di estinzione: ogni fuoco personale estinto, ritrovarsi nell’incendio”. Mi pare di sentire qui, con mio grande dis-piacere, il compianto Augusto Blotto, grande camminatore, e dismisurato poeta (v. QUI e QUI). E però il riferimento è a Guy Debord e all’Internazionale Situazionista, che nel 1957 si riunì poco più su di Porto Maurizio, nonché al film che Debord girò qualche anno dopo, dal titolo In girum imus nocte et consumimur igni (“andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco”). Dopodiché “da qui – conclude Giuliberti – ricominciare”. Continua a leggere

Pietro Roversi – Kaiser

È uscito, pubblicato da Arcipelago Itaca, l’ultimo libro di Pietro Roversi, Kaiser, di cui ho scritto la prefazione. La anticipo qui sotto, insieme a qualche testo.

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Di Pietro Roversi lessi e commentai sei anni fa il suo quarto libro, I pinguini dei tropici, stesso editore. Ne trassi qualche conclusione che forse potrebbe esserci utile anche ora, senza perdere di vista il fatto che questa raccolta che stiamo sfogliando è non poco diversa. Ma al di là delle differenze Roversi è un autore che non si smentisce, non rinnega innanzitutto il suo precipuo modo di vedere le cose, né il metodo (o lo stile) con cui le spinge e le tira fino a rovesciarle (non uso a caso questo verbo, come vedremo meglio). Ma appunto bisognerebbe intanto partire dalle cose, termine comodo in cui includiamo soprattutto degli “accidenti”, luoghi quasi topologici in cui quella che al poeta sembra una realtà notabile nel giro di pochissimi versi si torce e si ribalta come un nastro di Moebius. Succede tutto molto in fretta, nel pensiero poetante di Roversi: il lettore non fa in tempo a costruirsi visivamente un cantuccio riconoscibile (una casa, la cima di una montagna, una telefonata, o anche un’idea quasi banale) che subito si trova alle prese con una logica che deraglia non solo da una consecutio ma anche da una aspettativa di senso: il discorso non va come ti immagini, le cose (ancora il termine comodo) non si evolvono come ti aspetti, o forse non sono nemmeno più le stesse. L’effetto perturbante è assicurato, assumendo per perturbante «da una parte ciò che è familiare e piacevole e, dall’altra, ciò che è nascosto e tenuto celato, […] che doveva rimanere nascosto ma è venuto alla luce» (Freud). E però niente di angosciante per chi legge, perché Roversi vaccina il tutto con ironia (amara, forse feroce) e disincanto, la prima sostenuta anche da un frequente gioco di rime e assonanze, il secondo da un certo “dispitto” nei confronti dell’ordinario, del “va come deve andare”. Tuttavia al fondo di questo libro c’è una perdita, forse non sembrerebbe ma è così, una assenza, e soprattutto una rielaborazione per via verbale e poetica di questo “accidente”, come l’ho chiamato prima, e delle dinamiche che una scomparsa (del Kaiser, del padre, di questo si tratta) innesca con altri soggetti o proprio con quei segnacoli dell’esistenza che chiamiamo cose. Ma soprattutto con il soggetto stesso di questa scomparsa (e la morte, si sa, è anche una resa di conti). Ecco che il perturbante ci si ripresenta come “disordine” a cui la poesia vorrebbe provvedere, i gesti, i luoghi, le piccole manifestazioni della natura, la casa, perdono la loro staticità, si inquietano come atomi, suggeriscono nel giro di pochi versi una conclusione, quella sì definitiva, e quasi mai “ordinaria” o conseguente. Il fatto è, e Roversi lo sa benissimo, che di fronte agli eventi non siamo soli, e nemmeno liberi. Gli accadimenti, le persone circostanti, una certa inevitabilità del dopo continuano ad agire, come un effetto farfalla che agita un caos privato. In questo caos niente è “semplice” e tutto è emblematico. Così, ad esempio, (ecco, parliamo delle famose “cose”) l’osservazione del comune gesto (del padre?) di inzuppare nel vino del pane che «gli sfugge dalle dita. Come tutto / già nella vita» diventa (nel titolo) Il fallimento a Cana, ovvero, perfetto ossimoro, il flop di un miracolo, la transustanziazione dell’impotenza. Analogamente un vaso di fiori perde i suoi simboli (benché dia «adito / a interpretazioni»), diventa un mero contrappeso, «il primo / oggetto che capita a tiro» atto a nient’altro che bilanciare il pasto servito su un vassoio (in Fiori per papà). Anche altri oggetti, che sono in realtà i “superstiti” di una vita, creano turbolenze che la poesia registra, i libri da tenere o da disfarsene, un appartamento da dividere o da condividere, una casa che «la sua memoria già / crepuscolo distrutto, profezia / baggiana». Va così, e alla fine il poeta ammette: «Cambio / strategia finanziaria, investo / in altro immobile» e la metafora è chiara. Come dissi al tempo de I pinguini (che qui riaffiorano con la ripresa di due testi), Roversi ha una visione del mondo e delle cose parecchio metaforizzata perché la metafora è salvezza, cioè è regola, riduzione della realtà a qualcosa di sopportabile (ma non necessariamente meno doloroso), e nello stesso tempo cambio di prospettiva, pensiero laterale. Poiché la metafora opera per sintesi e trasferimento di senso, è logico che ne consegua una brevità del testo ed anche, a ben vedere, una puntuta nota epigrammatica. Una forma del genere, in altre parole, non fa sconti, arriva diretta, non lascia ampio spazio a nuances emotive, slanci lirici, giustificazioni, inutile cercare qui una nota di rimpianto, o una qualche nostalgia di memorie risarcitorie. Parlare di epigramma, sia esso voluto o meno, non è del tutto peregrino, poiché in antico proprio di questo si trattava, un breve componimento funerario, lapidario (perché iscritto sulla pietra) e nel bene o nel male definitivo. In questa postura autoriale in effetti sembra evidenziarsi una forza centrifuga, certo un allontanarsi, però alla distanza di una lama di fioretto, alla guardia, senza perdere d’occhio né le origini né le finalità di questa poesia, e nemmeno l’intimo legame psichico con tutti gli “accidenti” e i fantasmi che alimentano l’ispirazione di Pietro. È una materia fintamente leggera, ce se ne rende conto quando giunti in fondo alle non molte pagine che compongono questo libro (ma anche in fondo a ciascuna poesia) dobbiamo rileggere e riconsiderare non solo il pensiero ma anche le scelte linguistiche di espressione di quel pensiero, non separabili da esso, o cercare ancora un significato nascosto, adottando quindi una sorta di etica del lettore, per dirla con il grande Ezio Raimondi. Alla fine si resta con l’impressione di avere assistito ad una piccola e privata catastrofe (una “soluzione” nel senso classico del termine), una liberazione. Che sia definitiva non è dato sapere: in Ultimo bimbo di Hamelin il poeta bambino scrive il suo metaforico dubbio: «E io che sognavo / scomparissero i grandi (…) E invece è il contrario, incredibile, / qui ora solo adulti, / insostenibile». (giacomo cerrai)

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Fernando Della Posta – Diario dell’approdo

Fernando Della Posta - Diario dell'approdo - Arcipelago Itaca, 2024Fernando Della Posta – Diario dell’approdoArcipelago Itaca, 2024

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Fernando Della Posta indica la Luna e guarda la terra, o almeno il suolo che calca. Intitola le sezioni del suo libro con toponimi di regioni lunari e sembra che voglia proporsi come un Astolfo alla ricerca di un senso che – oggi – ci appare sfuggente, oppure di un senno che però non è detto sia possibile trovare altrove da qui, da questa complicata realtà. Hic manebimus, volenti o nolenti, il resto è aspirazione. Teniamo presente questo, per intanto, e teniamo presente però anche chi avvertiva della difficoltà di trovare risposte se le domande non siano ben formulate. Una tra le tante: “dove andiamo?”. Si tratta qui di un percorso o di piccoli tragitti o frammenti di essi in cui però – scrive Fernando – “l’approdo è tutti i giorni”, cosa che equivale a dire, con Ungaretti, che “qui la meta è partire”, cioè coltivare, magari per sempre, il desiderio e il bisogno di quell’altrove, che poi si sostanzia, alla fine, in un ritorno a casa, un nostos. Il primo passo, per Fernando e molti altri suoi coetanei, è misurare una metaforica stanza e il suo perimetro, un luogo in fondo concluso che può essere ovunque, perché se la realtà è complicata e confusa lo è, nel mondo e nella mente, in egual misura a New York come a Roma o a Pontecorvo (FR). Tanto che la dedica è riservata “a tutti i fuori spazio e i fuori tempo”, a cui forse bisogna aggiungere i “fuori luogo”. E tuttavia da quel luogo, fisico o dell’anima, non si può scappare, è anche in fondo una questione di identità. È vero che c’è sempre una partenza, avviene ogni giorno, ogni mattina nel decidere se scendere dal letto, come ci dice il testo di apertura, e dell’approdo si è già detto. Così questo libro potrebbe essere, forse non volendo, un voyage autour de sa chambre, proprio nel senso che si è detto. L’orizzonte, con i suoi limiti, è quello, anche quando si parla di una città o di un’isola, di una data o di una via, cioè di qualcosa che potrebbe essere oggettivamente preciso. Tanto che “sempre si approda / alla posizione periferica”, ovvero in un luogo (fisico o dell’anima, ripeto) ristretto, o in cui comunque ci si sente spettatori, defilati e neanche tanto influenti. Si tratta, per metonimia, della condizione umana, di un canto dell’uomo errante dell’Occidente? Certamente di questo, e allora la risposta alla domanda “dove andiamo?” potrebbe essere “in nessun posto”, stante che in questo mondo non c’è più niente da scoprire; ma potrebbe trattarsi anche della necessità di reperire, autour de la chambre, le “cose”, i segni tangibili di un posto in cui realmente siamo esistiti. Ricordi e suggestioni e singolarità, ma anche metafore “concrete” (o convinzioni un po’ aforistiche e assertive, o ovvie, e perfino tratteggi al limite del bozzetto), sono “cose” come bitte a cui legare le cime all’approdo. Nei mari lunari allora Fernando, adottando un approccio linguisticamente ellittico (e per lo più lirico) cerca reperti per trarne conclusioni di cui per ossimoro non v’è certezza, ma che hanno il confortante pregio o di rompere la superficie, “la divisione surreale dello stagno”, di spingersi “fino al reale” (obbiettivo però ben più ambizioso della realtà, cosa diversa); oppure, nel momento in cui quel reale si creda di afferrare, di illuderci che quella scheggia abbia un senso (per il poeta, in quanto titolare di uno sguardo “speciale”, e insieme per l’uomo comune: Ogni uomo è prima di tutto il poeta, / il poeta che ci muore tra le braccia, / dopo che c’è salito in grembo, non visto). Che nella poesia di Della Posta ci sia questo intento per così dire universalistico lo indica, tra altre cose, l’uso frequente di un soggetto plurale (noi, ci ecc..) che non è il consueto mascheramento dell’io poetico, ma che cerca appunto di disegnare una communitas umana, esistenziale, fornendo quasi un indirizzo filosofico, un’idea di mondo. Non sempre ci riesce, perché quando affiora una sorta di “convinzione” autoriale che asserisce una visione personale delle cose, il risultato appare per converso meno convincente, più predittivo. Tanto che, a mio avviso, le cose migliori sono forse quelle meno “pensate” e pensose. E poco importa, dal punto di vista di diatribe che lasciano il tempo che trovano, se ne traspare un certo lirismo, in cui però la scrittura di Fernando, sempre di rilievo, riesce a dare il meglio di sé. Siamo in ogni caso in un alveo ben delimitato, in cui si ritrovano echi montaliani, perfino petrarcheschi, in cui la buona scrittura spesso è più significativa di ciò che vuole rappresentare, più precisa di quanto vuole descrivere, il terreno cioè di una ormai tradizionale cura della parola come cura di una visione viceversa incerta, a volte simbolistica, del mondo. (g. cerrai)

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Alessandro De Francesco – e agglomerati, degli alberi o

Alessandro De Francesco – e agglomerati, degli alberi oArcipelago Itaca, 2023

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Ci sono oggetti poetici di non facile manipolazione, almeno al fine di una nota, di una recensione, o solo quando si voglia citarne degli esempi. Ci sono oggetti poetici complessi, di non facile definizione, alla quale – forse – semplicemente vogliono sfuggire (“È un aereo? È un uccello? No, è Superman![1]“), giacché mettere in discussione il definibile fa parte del loro gioco. Parlare di oggetti poetici non è un vezzo ma una precisa intenzione. Specie nel caso di questo libro di Alessandro De Francesco, che è un libro, su questo non ci sono dubbi, ma forse non è alcune altre cose e altre  cose vuole diventare. Non è una desueta raccolta, non è una silloge, non è (ma forse forse) un prosimetro, non è, non mi sembra, una installazione, e volerlo relegare nell’ambito  della scrittura di ricerca o sperimentale sarebbe tanto generico quanto lapalissiano (oltre ad essere, dice l’autore, “un formalismo fuori tempo massimo”). Certamente è un oggetto che sembra soffrire di dover essere stampato su carta, di diventare statico, non interattivo, non ulteriormente deformabile (come vedremo). È proprio con questa materialità “definitiva” che ho avuto il primo approccio quando ho pensato di farne una piccola recensione, ricevendone di che riflettere. È vero che tutti i libri sono materiali e concreti, ma è anche vero che questo in particolare tende a rappresentare, di questa materialità, una vis insieme centrifuga e ineffabile, come un “prigione” di Michelangelo.

Per consuetudine di questo blog quando scrivo una nota su di un libro aggiungo anche, ad usum lectoris, qualche testo esemplificativo. Col cartaceo si lavora di scanner e OCR, con i pdf si fa una semplice estrazione dei brani che interessano, tutto lì. Ma il lavoro di De Francesco è un particolare assemblaggio di testi tipografici “originali” (che si presume abbiano avuto una stesura, digitale o analogica, precedente alla stampa) e frammenti, estratti, specimen di opere (libri, siti, documenti) diverse ed  aliene. I primi corrispondono ad un testo in varia misura “leggibile”, di cui cioè trasmettono un senso interpretabile mediante una qualche verbalizzazione (ma non necessariamente parafrasi), ancorché sia esso sottoposto talvolta a torsioni, sovrascritture, rovesciamenti speculari, cancellazioni, abrasioni o “danneggiamenti” di qualche tipo (v. esempi più avanti); i secondi sono “citazioni” (presenti peraltro anche nei primi) o copie, per lo più di dati, elenchi, nomenclature o – appunto – agglomerati. Sono questi ultimi, come vedremo, ad aver subíto la maggiore de-formazione, almeno finché andando in stampa sono sfuggiti alla ulteriore “violenza” dell’autore (ma va detto che quella dinamica, come suggestione di un moto inerziale, è destinata a perdurare). Continua a leggere

Laura Liberale – Unità stratigrafiche, nota di Claudia Mirrione

Laura Liberale - Unità stratigraficheUnità stratigrafiche di Laura Liberale – Nota critica di Claudia Mirrione

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1.Stratigrafie perturbanti


i morenti se ne vanno

facendo sbattere finestre a chilometri di distanza

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al fremito dei vivi rispondono:

se ci sentiste dentro anziché fuori

(nel sangue che rallenta

nel fiato che s’ingorga nella gola)

sarebbe forse minore lo spavento?

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Un libro che disquieta questo di Laura Liberale – vincitore del Premio Bologna in Lettere 2021 per la sezione A (opere edite) – e di cui riteniamo opportuno parlare per l’interesse e soprattutto per l’impatto che suscita nel lettore, vuoi per il piglio talora specialistico con cui affronta l’argomento (la scrittrice è indologa e tanatologa), vuoi più probabilmente per gli effetti disturbanti che esso ingenera e lascia a decantare, ad aggiungersi così al nostro già orrorifico immaginario, conscio, inconscio. Continua a leggere

Roberto Marcòni – Il paese invisibile e il passo per inventarlo, nota di R. Renzi

Roberto Marconi - Il paese invisibile e il passo per inventarloIl paese invisibile e il passo per inventarlo di Roberto Marcòni: un percorso attraverso la paesologia dello spirito

La presentazione che si è tenuta il 14 luglio 2023 presso la Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo, all’interno della rassegna Libri in Piazza, del volume di Roberto Marcòni (Arcipelago Itaca Ed., 2023), che avevo già letto negli scorsi mesi, mi ha spinto a preparare questo breve lavoro d’analisi.

Il livello della raccolta è altissimo, merce rara nell’editoria d’oggi, a garanzia di ciò la prefazione del professore universitario e poeta di fama internazionale, Umberto Piersanti, che ho avuto il piacere di avere come insegnante nel suo ultimo anno di docenza urbinate e della quale produzione poetica mi sono nutrito in particolar modo in questi ultimi anni[1]. Il paese invisibile e il passo per inventarlo[2]è in prima battuta un inno patrio, con tale termine si intende però la propria terra, quella natia, la terra dei propri padri, che è narrata dal conto mitico che spesso si fa leggenda. La patria di Marcòni non è l’Italia, ma la realtà microcosmica di Potenza Picena, che nel luogo il proprio io rispecchia e viceversa. I luoghi fisici, in Marcòni, sono anche i luoghi dell’anima, dove ogni componimento corrisponde quasi a un girone dantesco, sì, proprio dantesco, poiché il poeta spesso narra i fatti con un occhio da antropologo, quasi sociologo, ripercorre la storia di Potenza Picena, ricostruendo la storia del proprio io, attraverso il potente mezzo del ricordo, ove molti ricordi sono legati a personaggi, spesso caratteristici, quasi margutteiani, che però il poeta non nomina mai, per rispetto o forse per paura, indicandoli solo con le iniziali. Continua a leggere

Silvia Patrizio – Smentire il bianco

Silvia Patrizio – Smentire il biancoArcipelago Itaca, 2023

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Un’opera di esordio, mi pare di capire, ma frutto – ci dice Davide Ferrari nella postfazione – di tre lustri di lavoro. Mi sembrano, in breve, due vite, e forse lo sono, dovremmo domandarlo alla diretta interessata. In ogni caso qualche traccia del tempo, di un tempo che ha agito sulla natura del libro, di un prima e di un dopo, nel libro si trova. Almeno nella sua struttura, perché invece la scrittura non sembra dare segni di flessione tra la prima e l’ultima pagina. Voglio dire, se l’autore ha lavorato nel tempo, è stato un lavoro teso, mi pare, soprattutto alla realizzazione di una lingua chiarificata e unitaria nei modi (stile) e binaria negli intenti, anche all’interno dei singoli testi. Nella maggioranza dei quali, specie nella prima parte (la sezione titolata Una stanza bianca, dopo il treno), l’andamento è diegetico, una linea caratteristica (e comune a tantissima altra poesia) e direzionale, che va da una certa adesione ad un reale oggettuale, ma non per forza correlativo, verso una dimensione per così dire speculativa, pensosa. Il procedere dagli oggetti, dal tangibile, dalle “cose” mi pare dare il senso di un hic manebibus resistenziale sì ma non a lungo sostenibile. Non ottimamente almeno, poiché – ed è anche una scelta stilistica – poi per l’autore si fa necessario gettare uno sguardo su un altrove che talvolta non supera la stanza (sia pure come simbolo di chiusura), talvolta trova un’eco in una assenza o in un paesaggio, tal’altra l’immaginazione accosta l’oggettivo e l’ideale in una sorta di interscambio (“appartenevi all’indulgenza delle foglie”), e così via, come quando la messa a fuoco dell’occhio si allenta inseguendo con la mente un pensiero all’orizzonte. Ferrari ci conferma che l’autrice “sembra voler rimanere ancorata alla realtà”, che il suo habitat è quello di “una quotidianità privata” che si riverbera in “componimenti…permeati di immobilità”, per quanto assolti da una loro “dimensione del tempo: come se tutto accadesse qui e ora in una frantumazione di immagini”, dal loro essere “in grado di investire anche la nostra quotidianità”. Siamo quindi nell’ambito di ciò che con il mio solito mugugno ho annotato troppo spesso in passato, uno spazio ego-centrato e mediamente lirico, ma anche legato a un immanente presente, appunto privato, appunto “immobile”, in sostanza una comfort zone poetica da cui osservare il mondo con il proprio moderato disagio (anche però autocritico: “la guerra degli altri / lo strappo che non ci compete / non può succedere a me / assaggia tu la pasta sennò scuoce”). Continua a leggere

Pavel Arsen’ev – Lo spasmo di alloggio

Pavel Arsen’ev – Lo spasmo di alloggio, a cura di P. Galvagni – Arcipelago Itaca, 2021Pavel Arsen’ev - Lo spasmo di alloggio, a cura di Paolo Galvagni - Arcipelago Itaca, 2021

Davvero interessante questo libro antologico curato da Paolo Galvagni, traduttore dal russo (e in russo) di importanti autori del Novecento e contemporanei (da lui tradotto avevo letto e recensito per la rivista “Menabò” il misterioso I frutti della meditazione di Koz’ma Prutkov, altrettanto interessante). Pavel Arsen’ev è nato nel 1986 a Leningrado / San Pietroburgo dove vive, a parte residenze di studio all’estero (è attualmente dottorando all’Università di Ginevra), è vincitore del prestigioso Premio letterario “Andrej Belyj”, ed è tradotto negli USA e in italiano nel volume Tutta la pienezza del mio petto, poesia giovane a San Pietroburgo (Lietocolle 2015, trad. P. Galvagni) e nelle riviste “Le voci della luna” e “Atelier”.

Lo spasmo di alloggio è un termine tecnico per definire una contrattura del muscolo ciliare che impedisce un corretto aggiustamento della visione oculare, inducendo una falsa miopia, un disturbo di cui soffre lo stesso Arsen’ev. La difficoltà di concentrare lo sguardo, un vagabondare dell’occhio dal vicino al lontano è per l’autore metafora, mi pare di capire, dello sforzo necessario per incrociare una visione poetica che comprenda quello che ci è prossimo, l’individuale, l’esistenziale e insieme il sociale, il politico, quello che riguarda tutti  o per intrecciare un ambito creativo all’altro. Come leggiamo nella nota curata da Galvagni, infatti Arsen’ev afferma: “Se l’arte è uno stile disordinato di vita, con tele e bottiglie disseminate in un laboratorio e la scienza invece è un’occupazione da studiolo, accompagnata da occhiali e calvizie, passare dall’una all’altra è praticamente impossibile. Io tuttavia credo che entrambe queste sfere nel loro aspetto trascurato risultino essere un tradimento: l’intero che si è disgregato; e noi siamo in grado di opporci alla disgregazione della pratica integra in specialità isolate. Nietzsche esortava a una “scienza allegra” (Le gai savoir), e Marcel Duchamp parlava dell’arte del pensiero (cosa mentale); a me sembra che occorra orientarsi verso questi ideali incrociati…”. È una decisa dichiarazione di poetica, decisamente contemporanea e convintamente “civile”, tanto che Arsen’ev si pone come “legame vivo tra l’arte dell’avanguardia sovietica degli anni ‘20 del XX secolo e il pensiero materialistico contemporaneo” (Galvagni), con un approccio complessivo che forse potremmo definire postmoderno, se questo termine avesse un senso nella realtà della Russia di oggi. Come annota ancora Galvagni, “Pëtr Razumov afferma che Arsen’ev non scrive versi, ma crea la poesia. Le sue “uscite” marxiste e le meditazioni ironiche non appartengono al corpus prosodico della lirica russa, ma appaiono simili a quanto è esposto in un museo di arte non conformista: sono bombe linguistiche destinate a diventare un’arma nella lotta sociale per l’esistenza. D’altronde non sono prive degli attributi tipici della lirica tradizionale: l’ironia e la malinconia”. Arsen’ev recupera e rinnova una poesia “politica” che dopo la caduta dell’URSS era andata scemando, forse nella dissoluzione delle ideologie e degli schieramenti netti. “Arsen’ev – annota ancora Galvagni – è un poeta impegnato che formula una critica alle numerose forme di alienazione sociale e politica nella Russia contemporanea. Tanto nella poesia, quanto nell’attivismo politico, egli tenta di superare la futilità dei metodi tradizionali di resistenza. I versi civili non sono più significativi, come un tempo, essendo stati modificati dallo Stato e dagli interessi commerciali. La risposta di Arsen’ev è tesa a convertire il ruolo del poeta, che agisce come “reporter sul campo”, che produce frammenti di lingua quotidiana. Non a caso il testo La nota del traduttore [v. sotto] consiste di frasi ricavate dalla traduzione russa di un trattato di Wittgenstein: in un contesto trasformato, questi brandelli assumono nuovi significati, costringendo l’autore a riconsiderare la nozione tradizionale di originalità”. (g.c.) Continua a leggere