Archivi tag: arcipelago itaca editore

Pietro Roversi – Kaiser

È uscito, pubblicato da Arcipelago Itaca, l’ultimo libro di Pietro Roversi, Kaiser, di cui ho scritto la prefazione. La anticipo qui sotto, insieme a qualche testo.

.

Di Pietro Roversi lessi e commentai sei anni fa il suo quarto libro, I pinguini dei tropici, stesso editore. Ne trassi qualche conclusione che forse potrebbe esserci utile anche ora, senza perdere di vista il fatto che questa raccolta che stiamo sfogliando è non poco diversa. Ma al di là delle differenze Roversi è un autore che non si smentisce, non rinnega innanzitutto il suo precipuo modo di vedere le cose, né il metodo (o lo stile) con cui le spinge e le tira fino a rovesciarle (non uso a caso questo verbo, come vedremo meglio). Ma appunto bisognerebbe intanto partire dalle cose, termine comodo in cui includiamo soprattutto degli “accidenti”, luoghi quasi topologici in cui quella che al poeta sembra una realtà notabile nel giro di pochissimi versi si torce e si ribalta come un nastro di Moebius. Succede tutto molto in fretta, nel pensiero poetante di Roversi: il lettore non fa in tempo a costruirsi visivamente un cantuccio riconoscibile (una casa, la cima di una montagna, una telefonata, o anche un’idea quasi banale) che subito si trova alle prese con una logica che deraglia non solo da una consecutio ma anche da una aspettativa di senso: il discorso non va come ti immagini, le cose (ancora il termine comodo) non si evolvono come ti aspetti, o forse non sono nemmeno più le stesse. L’effetto perturbante è assicurato, assumendo per perturbante «da una parte ciò che è familiare e piacevole e, dall’altra, ciò che è nascosto e tenuto celato, […] che doveva rimanere nascosto ma è venuto alla luce» (Freud). E però niente di angosciante per chi legge, perché Roversi vaccina il tutto con ironia (amara, forse feroce) e disincanto, la prima sostenuta anche da un frequente gioco di rime e assonanze, il secondo da un certo “dispitto” nei confronti dell’ordinario, del “va come deve andare”. Tuttavia al fondo di questo libro c’è una perdita, forse non sembrerebbe ma è così, una assenza, e soprattutto una rielaborazione per via verbale e poetica di questo “accidente”, come l’ho chiamato prima, e delle dinamiche che una scomparsa (del Kaiser, del padre, di questo si tratta) innesca con altri soggetti o proprio con quei segnacoli dell’esistenza che chiamiamo cose. Ma soprattutto con il soggetto stesso di questa scomparsa (e la morte, si sa, è anche una resa di conti). Ecco che il perturbante ci si ripresenta come “disordine” a cui la poesia vorrebbe provvedere, i gesti, i luoghi, le piccole manifestazioni della natura, la casa, perdono la loro staticità, si inquietano come atomi, suggeriscono nel giro di pochi versi una conclusione, quella sì definitiva, e quasi mai “ordinaria” o conseguente. Il fatto è, e Roversi lo sa benissimo, che di fronte agli eventi non siamo soli, e nemmeno liberi. Gli accadimenti, le persone circostanti, una certa inevitabilità del dopo continuano ad agire, come un effetto farfalla che agita un caos privato. In questo caos niente è “semplice” e tutto è emblematico. Così, ad esempio, (ecco, parliamo delle famose “cose”) l’osservazione del comune gesto (del padre?) di inzuppare nel vino del pane che «gli sfugge dalle dita. Come tutto / già nella vita» diventa (nel titolo) Il fallimento a Cana, ovvero, perfetto ossimoro, il flop di un miracolo, la transustanziazione dell’impotenza. Analogamente un vaso di fiori perde i suoi simboli (benché dia «adito / a interpretazioni»), diventa un mero contrappeso, «il primo / oggetto che capita a tiro» atto a nient’altro che bilanciare il pasto servito su un vassoio (in Fiori per papà). Anche altri oggetti, che sono in realtà i “superstiti” di una vita, creano turbolenze che la poesia registra, i libri da tenere o da disfarsene, un appartamento da dividere o da condividere, una casa che «la sua memoria già / crepuscolo distrutto, profezia / baggiana». Va così, e alla fine il poeta ammette: «Cambio / strategia finanziaria, investo / in altro immobile» e la metafora è chiara. Come dissi al tempo de I pinguini (che qui riaffiorano con la ripresa di due testi), Roversi ha una visione del mondo e delle cose parecchio metaforizzata perché la metafora è salvezza, cioè è regola, riduzione della realtà a qualcosa di sopportabile (ma non necessariamente meno doloroso), e nello stesso tempo cambio di prospettiva, pensiero laterale. Poiché la metafora opera per sintesi e trasferimento di senso, è logico che ne consegua una brevità del testo ed anche, a ben vedere, una puntuta nota epigrammatica. Una forma del genere, in altre parole, non fa sconti, arriva diretta, non lascia ampio spazio a nuances emotive, slanci lirici, giustificazioni, inutile cercare qui una nota di rimpianto, o una qualche nostalgia di memorie risarcitorie. Parlare di epigramma, sia esso voluto o meno, non è del tutto peregrino, poiché in antico proprio di questo si trattava, un breve componimento funerario, lapidario (perché iscritto sulla pietra) e nel bene o nel male definitivo. In questa postura autoriale in effetti sembra evidenziarsi una forza centrifuga, certo un allontanarsi, però alla distanza di una lama di fioretto, alla guardia, senza perdere d’occhio né le origini né le finalità di questa poesia, e nemmeno l’intimo legame psichico con tutti gli “accidenti” e i fantasmi che alimentano l’ispirazione di Pietro. È una materia fintamente leggera, ce se ne rende conto quando giunti in fondo alle non molte pagine che compongono questo libro (ma anche in fondo a ciascuna poesia) dobbiamo rileggere e riconsiderare non solo il pensiero ma anche le scelte linguistiche di espressione di quel pensiero, non separabili da esso, o cercare ancora un significato nascosto, adottando quindi una sorta di etica del lettore, per dirla con il grande Ezio Raimondi. Alla fine si resta con l’impressione di avere assistito ad una piccola e privata catastrofe (una “soluzione” nel senso classico del termine), una liberazione. Che sia definitiva non è dato sapere: in Ultimo bimbo di Hamelin il poeta bambino scrive il suo metaforico dubbio: «E io che sognavo / scomparissero i grandi (…) E invece è il contrario, incredibile, / qui ora solo adulti, / insostenibile». (giacomo cerrai)

Continua a leggere

Fernando Della Posta – Diario dell’approdo

Fernando Della Posta - Diario dell'approdo - Arcipelago Itaca, 2024Fernando Della Posta – Diario dell’approdoArcipelago Itaca, 2024

.

Fernando Della Posta indica la Luna e guarda la terra, o almeno il suolo che calca. Intitola le sezioni del suo libro con toponimi di regioni lunari e sembra che voglia proporsi come un Astolfo alla ricerca di un senso che – oggi – ci appare sfuggente, oppure di un senno che però non è detto sia possibile trovare altrove da qui, da questa complicata realtà. Hic manebimus, volenti o nolenti, il resto è aspirazione. Teniamo presente questo, per intanto, e teniamo presente però anche chi avvertiva della difficoltà di trovare risposte se le domande non siano ben formulate. Una tra le tante: “dove andiamo?”. Si tratta qui di un percorso o di piccoli tragitti o frammenti di essi in cui però – scrive Fernando – “l’approdo è tutti i giorni”, cosa che equivale a dire, con Ungaretti, che “qui la meta è partire”, cioè coltivare, magari per sempre, il desiderio e il bisogno di quell’altrove, che poi si sostanzia, alla fine, in un ritorno a casa, un nostos. Il primo passo, per Fernando e molti altri suoi coetanei, è misurare una metaforica stanza e il suo perimetro, un luogo in fondo concluso che può essere ovunque, perché se la realtà è complicata e confusa lo è, nel mondo e nella mente, in egual misura a New York come a Roma o a Pontecorvo (FR). Tanto che la dedica è riservata “a tutti i fuori spazio e i fuori tempo”, a cui forse bisogna aggiungere i “fuori luogo”. E tuttavia da quel luogo, fisico o dell’anima, non si può scappare, è anche in fondo una questione di identità. È vero che c’è sempre una partenza, avviene ogni giorno, ogni mattina nel decidere se scendere dal letto, come ci dice il testo di apertura, e dell’approdo si è già detto. Così questo libro potrebbe essere, forse non volendo, un voyage autour de sa chambre, proprio nel senso che si è detto. L’orizzonte, con i suoi limiti, è quello, anche quando si parla di una città o di un’isola, di una data o di una via, cioè di qualcosa che potrebbe essere oggettivamente preciso. Tanto che “sempre si approda / alla posizione periferica”, ovvero in un luogo (fisico o dell’anima, ripeto) ristretto, o in cui comunque ci si sente spettatori, defilati e neanche tanto influenti. Si tratta, per metonimia, della condizione umana, di un canto dell’uomo errante dell’Occidente? Certamente di questo, e allora la risposta alla domanda “dove andiamo?” potrebbe essere “in nessun posto”, stante che in questo mondo non c’è più niente da scoprire; ma potrebbe trattarsi anche della necessità di reperire, autour de la chambre, le “cose”, i segni tangibili di un posto in cui realmente siamo esistiti. Ricordi e suggestioni e singolarità, ma anche metafore “concrete” (o convinzioni un po’ aforistiche e assertive, o ovvie, e perfino tratteggi al limite del bozzetto), sono “cose” come bitte a cui legare le cime all’approdo. Nei mari lunari allora Fernando, adottando un approccio linguisticamente ellittico (e per lo più lirico) cerca reperti per trarne conclusioni di cui per ossimoro non v’è certezza, ma che hanno il confortante pregio o di rompere la superficie, “la divisione surreale dello stagno”, di spingersi “fino al reale” (obbiettivo però ben più ambizioso della realtà, cosa diversa); oppure, nel momento in cui quel reale si creda di afferrare, di illuderci che quella scheggia abbia un senso (per il poeta, in quanto titolare di uno sguardo “speciale”, e insieme per l’uomo comune: Ogni uomo è prima di tutto il poeta, / il poeta che ci muore tra le braccia, / dopo che c’è salito in grembo, non visto). Che nella poesia di Della Posta ci sia questo intento per così dire universalistico lo indica, tra altre cose, l’uso frequente di un soggetto plurale (noi, ci ecc..) che non è il consueto mascheramento dell’io poetico, ma che cerca appunto di disegnare una communitas umana, esistenziale, fornendo quasi un indirizzo filosofico, un’idea di mondo. Non sempre ci riesce, perché quando affiora una sorta di “convinzione” autoriale che asserisce una visione personale delle cose, il risultato appare per converso meno convincente, più predittivo. Tanto che, a mio avviso, le cose migliori sono forse quelle meno “pensate” e pensose. E poco importa, dal punto di vista di diatribe che lasciano il tempo che trovano, se ne traspare un certo lirismo, in cui però la scrittura di Fernando, sempre di rilievo, riesce a dare il meglio di sé. Siamo in ogni caso in un alveo ben delimitato, in cui si ritrovano echi montaliani, perfino petrarcheschi, in cui la buona scrittura spesso è più significativa di ciò che vuole rappresentare, più precisa di quanto vuole descrivere, il terreno cioè di una ormai tradizionale cura della parola come cura di una visione viceversa incerta, a volte simbolistica, del mondo. (g. cerrai)

. Continua a leggere

Alessandro De Francesco – e agglomerati, degli alberi o

Alessandro De Francesco – e agglomerati, degli alberi oArcipelago Itaca, 2023

.

Ci sono oggetti poetici di non facile manipolazione, almeno al fine di una nota, di una recensione, o solo quando si voglia citarne degli esempi. Ci sono oggetti poetici complessi, di non facile definizione, alla quale – forse – semplicemente vogliono sfuggire (“È un aereo? È un uccello? No, è Superman![1]“), giacché mettere in discussione il definibile fa parte del loro gioco. Parlare di oggetti poetici non è un vezzo ma una precisa intenzione. Specie nel caso di questo libro di Alessandro De Francesco, che è un libro, su questo non ci sono dubbi, ma forse non è alcune altre cose e altre  cose vuole diventare. Non è una desueta raccolta, non è una silloge, non è (ma forse forse) un prosimetro, non è, non mi sembra, una installazione, e volerlo relegare nell’ambito  della scrittura di ricerca o sperimentale sarebbe tanto generico quanto lapalissiano (oltre ad essere, dice l’autore, “un formalismo fuori tempo massimo”). Certamente è un oggetto che sembra soffrire di dover essere stampato su carta, di diventare statico, non interattivo, non ulteriormente deformabile (come vedremo). È proprio con questa materialità “definitiva” che ho avuto il primo approccio quando ho pensato di farne una piccola recensione, ricevendone di che riflettere. È vero che tutti i libri sono materiali e concreti, ma è anche vero che questo in particolare tende a rappresentare, di questa materialità, una vis insieme centrifuga e ineffabile, come un “prigione” di Michelangelo.

Per consuetudine di questo blog quando scrivo una nota su di un libro aggiungo anche, ad usum lectoris, qualche testo esemplificativo. Col cartaceo si lavora di scanner e OCR, con i pdf si fa una semplice estrazione dei brani che interessano, tutto lì. Ma il lavoro di De Francesco è un particolare assemblaggio di testi tipografici “originali” (che si presume abbiano avuto una stesura, digitale o analogica, precedente alla stampa) e frammenti, estratti, specimen di opere (libri, siti, documenti) diverse ed  aliene. I primi corrispondono ad un testo in varia misura “leggibile”, di cui cioè trasmettono un senso interpretabile mediante una qualche verbalizzazione (ma non necessariamente parafrasi), ancorché sia esso sottoposto talvolta a torsioni, sovrascritture, rovesciamenti speculari, cancellazioni, abrasioni o “danneggiamenti” di qualche tipo (v. esempi più avanti); i secondi sono “citazioni” (presenti peraltro anche nei primi) o copie, per lo più di dati, elenchi, nomenclature o – appunto – agglomerati. Sono questi ultimi, come vedremo, ad aver subíto la maggiore de-formazione, almeno finché andando in stampa sono sfuggiti alla ulteriore “violenza” dell’autore (ma va detto che quella dinamica, come suggestione di un moto inerziale, è destinata a perdurare). Continua a leggere

Laura Liberale – Unità stratigrafiche, nota di Claudia Mirrione

Laura Liberale - Unità stratigraficheUnità stratigrafiche di Laura Liberale – Nota critica di Claudia Mirrione

.

1.Stratigrafie perturbanti


i morenti se ne vanno

facendo sbattere finestre a chilometri di distanza

.

al fremito dei vivi rispondono:

se ci sentiste dentro anziché fuori

(nel sangue che rallenta

nel fiato che s’ingorga nella gola)

sarebbe forse minore lo spavento?

.

Un libro che disquieta questo di Laura Liberale – vincitore del Premio Bologna in Lettere 2021 per la sezione A (opere edite) – e di cui riteniamo opportuno parlare per l’interesse e soprattutto per l’impatto che suscita nel lettore, vuoi per il piglio talora specialistico con cui affronta l’argomento (la scrittrice è indologa e tanatologa), vuoi più probabilmente per gli effetti disturbanti che esso ingenera e lascia a decantare, ad aggiungersi così al nostro già orrorifico immaginario, conscio, inconscio. Continua a leggere

Roberto Marcòni – Il paese invisibile e il passo per inventarlo, nota di R. Renzi

Roberto Marconi - Il paese invisibile e il passo per inventarloIl paese invisibile e il passo per inventarlo di Roberto Marcòni: un percorso attraverso la paesologia dello spirito

La presentazione che si è tenuta il 14 luglio 2023 presso la Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo, all’interno della rassegna Libri in Piazza, del volume di Roberto Marcòni (Arcipelago Itaca Ed., 2023), che avevo già letto negli scorsi mesi, mi ha spinto a preparare questo breve lavoro d’analisi.

Il livello della raccolta è altissimo, merce rara nell’editoria d’oggi, a garanzia di ciò la prefazione del professore universitario e poeta di fama internazionale, Umberto Piersanti, che ho avuto il piacere di avere come insegnante nel suo ultimo anno di docenza urbinate e della quale produzione poetica mi sono nutrito in particolar modo in questi ultimi anni[1]. Il paese invisibile e il passo per inventarlo[2]è in prima battuta un inno patrio, con tale termine si intende però la propria terra, quella natia, la terra dei propri padri, che è narrata dal conto mitico che spesso si fa leggenda. La patria di Marcòni non è l’Italia, ma la realtà microcosmica di Potenza Picena, che nel luogo il proprio io rispecchia e viceversa. I luoghi fisici, in Marcòni, sono anche i luoghi dell’anima, dove ogni componimento corrisponde quasi a un girone dantesco, sì, proprio dantesco, poiché il poeta spesso narra i fatti con un occhio da antropologo, quasi sociologo, ripercorre la storia di Potenza Picena, ricostruendo la storia del proprio io, attraverso il potente mezzo del ricordo, ove molti ricordi sono legati a personaggi, spesso caratteristici, quasi margutteiani, che però il poeta non nomina mai, per rispetto o forse per paura, indicandoli solo con le iniziali. Continua a leggere

Silvia Patrizio – Smentire il bianco

Silvia Patrizio – Smentire il biancoArcipelago Itaca, 2023

.

Un’opera di esordio, mi pare di capire, ma frutto – ci dice Davide Ferrari nella postfazione – di tre lustri di lavoro. Mi sembrano, in breve, due vite, e forse lo sono, dovremmo domandarlo alla diretta interessata. In ogni caso qualche traccia del tempo, di un tempo che ha agito sulla natura del libro, di un prima e di un dopo, nel libro si trova. Almeno nella sua struttura, perché invece la scrittura non sembra dare segni di flessione tra la prima e l’ultima pagina. Voglio dire, se l’autore ha lavorato nel tempo, è stato un lavoro teso, mi pare, soprattutto alla realizzazione di una lingua chiarificata e unitaria nei modi (stile) e binaria negli intenti, anche all’interno dei singoli testi. Nella maggioranza dei quali, specie nella prima parte (la sezione titolata Una stanza bianca, dopo il treno), l’andamento è diegetico, una linea caratteristica (e comune a tantissima altra poesia) e direzionale, che va da una certa adesione ad un reale oggettuale, ma non per forza correlativo, verso una dimensione per così dire speculativa, pensosa. Il procedere dagli oggetti, dal tangibile, dalle “cose” mi pare dare il senso di un hic manebibus resistenziale sì ma non a lungo sostenibile. Non ottimamente almeno, poiché – ed è anche una scelta stilistica – poi per l’autore si fa necessario gettare uno sguardo su un altrove che talvolta non supera la stanza (sia pure come simbolo di chiusura), talvolta trova un’eco in una assenza o in un paesaggio, tal’altra l’immaginazione accosta l’oggettivo e l’ideale in una sorta di interscambio (“appartenevi all’indulgenza delle foglie”), e così via, come quando la messa a fuoco dell’occhio si allenta inseguendo con la mente un pensiero all’orizzonte. Ferrari ci conferma che l’autrice “sembra voler rimanere ancorata alla realtà”, che il suo habitat è quello di “una quotidianità privata” che si riverbera in “componimenti…permeati di immobilità”, per quanto assolti da una loro “dimensione del tempo: come se tutto accadesse qui e ora in una frantumazione di immagini”, dal loro essere “in grado di investire anche la nostra quotidianità”. Siamo quindi nell’ambito di ciò che con il mio solito mugugno ho annotato troppo spesso in passato, uno spazio ego-centrato e mediamente lirico, ma anche legato a un immanente presente, appunto privato, appunto “immobile”, in sostanza una comfort zone poetica da cui osservare il mondo con il proprio moderato disagio (anche però autocritico: “la guerra degli altri / lo strappo che non ci compete / non può succedere a me / assaggia tu la pasta sennò scuoce”). Continua a leggere

Pavel Arsen’ev – Lo spasmo di alloggio

Pavel Arsen’ev – Lo spasmo di alloggio, a cura di P. Galvagni – Arcipelago Itaca, 2021Pavel Arsen’ev - Lo spasmo di alloggio, a cura di Paolo Galvagni - Arcipelago Itaca, 2021

Davvero interessante questo libro antologico curato da Paolo Galvagni, traduttore dal russo (e in russo) di importanti autori del Novecento e contemporanei (da lui tradotto avevo letto e recensito per la rivista “Menabò” il misterioso I frutti della meditazione di Koz’ma Prutkov, altrettanto interessante). Pavel Arsen’ev è nato nel 1986 a Leningrado / San Pietroburgo dove vive, a parte residenze di studio all’estero (è attualmente dottorando all’Università di Ginevra), è vincitore del prestigioso Premio letterario “Andrej Belyj”, ed è tradotto negli USA e in italiano nel volume Tutta la pienezza del mio petto, poesia giovane a San Pietroburgo (Lietocolle 2015, trad. P. Galvagni) e nelle riviste “Le voci della luna” e “Atelier”.

Lo spasmo di alloggio è un termine tecnico per definire una contrattura del muscolo ciliare che impedisce un corretto aggiustamento della visione oculare, inducendo una falsa miopia, un disturbo di cui soffre lo stesso Arsen’ev. La difficoltà di concentrare lo sguardo, un vagabondare dell’occhio dal vicino al lontano è per l’autore metafora, mi pare di capire, dello sforzo necessario per incrociare una visione poetica che comprenda quello che ci è prossimo, l’individuale, l’esistenziale e insieme il sociale, il politico, quello che riguarda tutti  o per intrecciare un ambito creativo all’altro. Come leggiamo nella nota curata da Galvagni, infatti Arsen’ev afferma: “Se l’arte è uno stile disordinato di vita, con tele e bottiglie disseminate in un laboratorio e la scienza invece è un’occupazione da studiolo, accompagnata da occhiali e calvizie, passare dall’una all’altra è praticamente impossibile. Io tuttavia credo che entrambe queste sfere nel loro aspetto trascurato risultino essere un tradimento: l’intero che si è disgregato; e noi siamo in grado di opporci alla disgregazione della pratica integra in specialità isolate. Nietzsche esortava a una “scienza allegra” (Le gai savoir), e Marcel Duchamp parlava dell’arte del pensiero (cosa mentale); a me sembra che occorra orientarsi verso questi ideali incrociati…”. È una decisa dichiarazione di poetica, decisamente contemporanea e convintamente “civile”, tanto che Arsen’ev si pone come “legame vivo tra l’arte dell’avanguardia sovietica degli anni ‘20 del XX secolo e il pensiero materialistico contemporaneo” (Galvagni), con un approccio complessivo che forse potremmo definire postmoderno, se questo termine avesse un senso nella realtà della Russia di oggi. Come annota ancora Galvagni, “Pëtr Razumov afferma che Arsen’ev non scrive versi, ma crea la poesia. Le sue “uscite” marxiste e le meditazioni ironiche non appartengono al corpus prosodico della lirica russa, ma appaiono simili a quanto è esposto in un museo di arte non conformista: sono bombe linguistiche destinate a diventare un’arma nella lotta sociale per l’esistenza. D’altronde non sono prive degli attributi tipici della lirica tradizionale: l’ironia e la malinconia”. Arsen’ev recupera e rinnova una poesia “politica” che dopo la caduta dell’URSS era andata scemando, forse nella dissoluzione delle ideologie e degli schieramenti netti. “Arsen’ev – annota ancora Galvagni – è un poeta impegnato che formula una critica alle numerose forme di alienazione sociale e politica nella Russia contemporanea. Tanto nella poesia, quanto nell’attivismo politico, egli tenta di superare la futilità dei metodi tradizionali di resistenza. I versi civili non sono più significativi, come un tempo, essendo stati modificati dallo Stato e dagli interessi commerciali. La risposta di Arsen’ev è tesa a convertire il ruolo del poeta, che agisce come “reporter sul campo”, che produce frammenti di lingua quotidiana. Non a caso il testo La nota del traduttore [v. sotto] consiste di frasi ricavate dalla traduzione russa di un trattato di Wittgenstein: in un contesto trasformato, questi brandelli assumono nuovi significati, costringendo l’autore a riconsiderare la nozione tradizionale di originalità”. (g.c.) Continua a leggere

Danilo Mandolini – Anamorfiche, nota di Claudia Mirrione

Anamorfiche di Danilo Mandolini

Nota di lettura di Claudia Mirrione

..

Danilo Mandolini (Osimo, AN, 1965) è noto nel mondo della poesia contemporanea italiana sia per il suo lavoro di editore sia per aver affiancato al suo lavoro editoriale quello di autore di produzione letteraria in prosa e in versi, apparsa su antologie, riviste, blog letterari e per cui ha ottenuto diversi riconoscimenti e premi letterari italiani. Anamorfiche, di cui parliamo in questa breve nota di lettura, è la sua ultima opera letteraria, uscita per i tipi di Arcipelago Itaca nel 2018.

Anamorfiche a tutta prima appare come un libello proteiforme. Ha, infatti, come tema la realtà, che proteiforme, in effetti, è e lo stesso titolo allude, come leggiamo in una nota posta al termine della raccolta, «alla tecnica denominata “anamorfosi” che nelle arti figurative è la rappresentazione di una scena in deformazione prospettica; questo per far sì che la visione corretta della stessa scena possa avvenire solo da un punto di osservazione diverso da quello frontale». Di conseguenza, come sostiene l’autore nella suddetta nota, l’uso del termine Anamorfiche è da motivare con la convinzione che la realtà e gli eventi di cui essa consta abbiano infinite interpretazioni, infinite sfaccettature, infinite prospettive. Tale varietas, che ci sembra la cifra che meglio identifica l’intera opera, è sia tematica che compositiva e permea entrambe le parti di cui si compone l’opera. Dopo il preambolo, Altrove, abbiamo infatti due macro-sezioni: Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi e Altre psichedelie, le quali sono anche corredate da un itinerario fotografico costituito da nove immagini che rappresentano sprazzi di realtà urbane in costruzione, scampoli di street art, manifesti pubblicitari, interlocutorie scene di quotidiano in b/n.

Da un punto di vista tematico, Mandolini si muove tra due versanti estremamente diversi ma complementari in quanto, se da un lato sviluppa riflessioni filosofiche e concettuali sui fondamenti senza tempo dell’esistere, d’altro canto rimandi alla storia più recente ed attuale si intrecciano a tali riflessioni, si fanno spazio e guadagnano così ampi margini tra i componimenti. Continua a leggere

Davide Lucantoni – Mem, nota di Claudia Mirrione

Davide Lucantoni - MemDavide Lucantoni – Mem  – Nota critica di Claudia Mirrione

.

Davide Lucantoni nasce a Sant’Omero (TE) nel 1992 e ha già pubblicato con Arcipelago Itaca Eccesso di Forma (2018), mentre di quest’anno è la sua seconda raccolta di poesie Mem (pubblicata sempre per i tipi di Arcipelago Itaca) su cui, in questa nota, vorrei soffermarmi proponendo un percorso di lettura. Premetto che non conoscevo Davide Lucantoni, complice la giovane età e l’ancora esigua produzione poetica contemporanea, ma, tra le diverse sillogi poetiche di cui mi sto occupando in questo momento, mi ha colpito soprattutto il titolo. Mem. Mentre leggevo le pagine della raccolta, mi chiedevo in cosa fossi incappata. E, progressivamente, ho realizzato di trovarmi di fronte ad una micro-catabasi, ad una descensio ad inferos formato tascabile, ma con dei tratti, del tutto originali, che cercherò di mettere in luce.

Lucantoni, privatamente, mi scrive: “l’idea della raccolta mi è venuta a un funerale, in pratica passeggiavo per il cimitero e mi sono trovato davanti questa lapide su cui era scritto in epigrafe “sarai per sempre vivo nei nostri cuori”. Tutta la raccolta credo abbia luogo in questo equivoco della prospettiva da cui si legge (vedi: L’uomo personificato I – p.20, cf. infra). Mem, appunto, è la lettera dell’alfabeto ebraico che sta per “Il luogo”, e che nella carta XIII dei tarocchi (vedi: XIII. La morte – p.64) la morte scrive in terra con la falce. Nella raccolta ho cercato di sviluppare le suggestioni e le implicazioni di questi elementi. Quindi direi che il luogo è il libro, il quale entrando in analogia con la lapide è anche il punto di arrivo del viaggio compiuto dai vari personaggi della raccolta (e anche il punto di arrivo del nostro viaggio), infatti mi sembra che non ci sia mai un vero spostamento nelle poesie sul camminare e sul procedere. Quello che sperano è di restare vivi nei nostri cuori, oppure noi lettori speriamo di poter vivere in loro, questo è l’equivoco, e dipende da dove ti trovi quando leggi l’iscrizione (dentro la tomba, davanti, a casa tua leggendo l’iscrizione dal mio libro?)”. Continua a leggere

Laura Liberale – Unità stratigrafiche

Laura Liberale - Unità stratigrafiche - Arcipelago Itaca 2020Laura Liberale – Unità stratigrafiche – Arcipelago Itaca 2020

 

Per una felice coincidenza ho avuto tra le mani questo ultimo libro di Laura Liberale dopo aver letto su La balena bianca la sua interessantissima recensione di Legati i maiali  di Teodora Mastrototaro (Marco Saya 2020).
La cosa c’entra  perché questo è il primo libro di Liberale che leggo, lo ammetto, e quella recensione in qualche modo mi aiuta a capire, per quanto sia sempre stato convinto che già il testo parli a sufficienza per sé. Ma a quanto pare anche le recensioni ci dicono qualcosa di chi le scrive, senza contare delle affinità di cui parleremo. In quel libro, opera singolare di poesia militante (non tanto e non solo nel senso poetico quanto in quello eticopolitico e ambientalista) si parla di morte, di morte procurata agli animali per farne cibo, di efferatezze crudeli nei loro confronti. Un libro che per quanto mi riguarda definirei disturbante (sebbene “davvero notevole”, come dice Liberale), anche per chi non sia, diciamo così, un convinto animalista. Verrebbe da ricordare (ma Liberale non lo fa) il Macello di Ivano Ferrari, un’opera che tuttavia – anche se per molti versi così simile a questa – mi pare da ascrivere ad un altro livello, quello di “un poeta fuori parametro e fuori asse” (Antonio Moresco),  nonché di un antesignano (Macello vede la sua prima apparizione nel 1995). Ma che cosa sottolinea Liberale del libro di Mastrototaro? Essenzialmente che la morte non ha una sua unicità, se solo la si considera da un punto di vista “altro”, di un altro, sia pur esso un animale deprivato della supposta coscienza della morte stessa, perché “per l’umano, il criterio ultimo di dignificazione del vivente è l’evidenza di quella parola-pensiero che, inutile dire, egli attribuisce a sé stesso”. Dal punto di vista del poeta, la questione è restituire a questa materia poetica “animale” o, come vedremo, disanimata, “il diritto alla parola, al nome, al verbo, all’attributo, al linguaggio delle parole” (Liberale cita qui il Derrida de L’animal que donc je suis) che l’uomo – direi io biblicamente – ha arrogato a sé stesso, e farlo senza tuttavia banalizzare, cioè “debordando nell’antropomorfizzazione, appellandosi a immediate ‘risposte’ viscerali prive di un profondo pensamento a monte”. Sull’altro versante, dalla parte opposta, sta – anche come rischio – una “reificazione totale” – per difesa dal dolore – dell’oggetto/soggetto senza che si lasci poeticamente aperto uno “spiraglio di relazione” con esso. E’ importante sottolineare che Liberale parla di Mastrototaro ma parla anche per sé, perché questa etica del linguaggio fa da pivot all’intero Unita stratigrafiche, traspare dalla cura significativa che Liberale mette nella scelta delle parole che usa, si sostanzia nell’approccio creativo alla sua propria materia poetica. Che è la morte, la morte osservata (Liberale è, tra l’altro, tanatologa, termine che ha peraltro diverse implicazioni), analizzata come compresenza ed esito (destino) di tutte le creature viventi, cessazione e tuttavia permanenza, fenomeno che travalica le dicotomie uomo/animale, vivi/morti, uccisori/uccisi, immagine ed estinzione di essa, conservazione e oblio, fascino e timore. Ed anche come non-comunicazione (comunione) o altresì  comunicazione “altra”, almeno quanto lo è una contemplazione, che necessiti in qualche misura di un “mezzo”, come vedremo. E tuttavia da tenere a debita distanza, poiché la morte è anche, da sempre, un altro mondo, più prossimo al metafisico, e perciò perturbante.

Continua a leggere