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Agostino John Sinadino – Poesie, a cura di G. Cerrai

Agostino John Sinadino – Poesie

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Il presente articolo, con varianti e con una selezione ridotta dei testi, è già apparso sulla rivista Menabò n. 19 – febb.2025 (Terra d’ulivi ed.). Tutte le traduzioni originali sono mie. (g.c.)

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Ho letto per la prima volta Agostino John (Giovanni) Sinadino in una deliziosa opera (tre volumetti in 24°) intitolata “Poeti simbolisti e liberty in Italia”, uno di quei libri che solo Vanni Scheiwiller sapeva fare (Strenna del Pesce d’Oro 1968, 72, 73, a cura di Glauco Viazzi e V. Scheiwiller), anche se non proprio “taschinabile”, come lui amava dire. Sinadino è poeta pressoché sconosciuto in Italia, o almeno dimenticato da tempo immemorabile. Di origine greca, nato a Il Cairo nel 1876 da madre italiana (la milanese Carolina Casati, musicista) e da Ioannis Constantin Sinadino, banchiere, e morto a Milano nel 1956, è stato un autentico cosmopolita, capace di entrare in contatto con le culture più stimolanti dell’epoca, subendo gli influssi futuristi, ma anche e soprattutto simbolisti, a cominciare dal riconosciuto maestro del simbolismo, Stéphane Mallarmé, senza perdere di vista autori come Proust, Poe, Baudelaire. Segnato da una doppia cultura, Sinadino scriverà ora in francese (lingua di comunicazione in Egitto all’inizio del secolo), ora in italiano (lingua madre). Sposatosi a Londra nel 1900, ha vissuto alcuni anni a New York (1906-1910), è tornato ad Alessandria per 20 anni (1910-1928) e ha concluso la sua vita a Milano, dimenticato da tutti e totalmente rovinato. Morto senza eredi, sepolto in modo riservato a Milano – la sua famiglia non ha voluto contribuire al suo funerale – il suo nome non è nemmeno presente sulla sua lapide. Agostino John Sinadino sembra essere restato sempre fedele a una concezione molto elitaria della scrittura, considerata un’attività privata, silenziosa, incurante di qualsiasi successo di pubblico. È sorprendente la scelta di fare della sua opera una sorta di “anti – opera”. La critica più recente vede in questo percorso “sotterraneo”, realizzato a margine della modernità, la realizzazione di una poetica della cancellazione ispirata a Mallarmé: un cammino di spoliazione votato a una vera “scomparsa dell’eloquio”, per finire a non essere che un nome sulla copertina di qualche libro. Si indovina sullo sfondo una concezione quasi mistica della letteratura, che si suppone possa bastare a sé stessa, a prescindere da eventuali lettori “reali”. La sua opera, segnata certo dall’influenza di Mallarmé, è stata infatti elaborata a contatto con tutti gli scrittori di primo piano come André Gide (una corrispondenza con il poeta è stata pubblicata di recente dalla rivista Studi francesi, mentre le lettere inviate a D’Annunzio, che mai rispose, sono conservate al Vittoriale), il poeta greco Kavafis, Paul Valéry che ha scritto per lui una prefazione, o il futurista Filippo Tommaso Marinetti. In totale, ci sono otto libri o raccolte di poesie pubblicati dal poeta tra il 1898 e il 1934. Queste opere mostrano una ispirazione mistica e simbolista, ma anche una grande libertà espressiva e formale (anche se l’autore non si è mai associato a qualsiasi specifica avanguardia). Ancora oggi la sua scrittura, a parte l’apparirci a tratti retorica, è capace di fornire al lettore grandi suggestioni. Una poesia misurata, controllata più di quanto appaia, ma insieme carica di una mistica particolare, religiosa fino al sincretismo, in cui l’autore ricerca non solo la purezza della parola ma anche la sua stessa purezza, una poesia nella quale “il reale si lascia dai suoni, colori, sensazioni ed emozioni raccogliere” (E. Citro) e che sembra bruciare intensamente dall’interno, nella sua meditazione sul tempo e sulla morte. (g.c.)

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Basil Bunting – Briggflatts

Basil Bunting - Briggflatts - puntoacapo editore, 2025Basil Bunting – Briggflattspuntoacapo editore, 2025

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La prima volta che ho incontrato i versi di Basil Bunting è stato nel 1982, sulla rivista/volume Poesia Due, edita da Guanda e diretta all’epoca da Franco Buffoni. Erano testi appunto da Briggflatts, tradotti per la prima volta in Italia da uno dei grandi dimenticati della poesia nostrana, Dario Villa, traduttore anche di Sonatas, uscito postumo per Flussi Edizioni nel 1998 (Villa era morto nel ’96). Quei versi mi fecero allora una grande impressione ed ecco ora che Bunting riappare, e mi pare davvero una bella notizia, nella traduzione della sua opera capitale curata da Mauro Ferrari, con la prefazione di Edoardo Zuccato.

Briggflatts è il lavoro che dette una fama definitiva a Basil Bunting (1900 – 1985), campione di un modernismo che tuttavia, come avverte Zuccato, non appartiene tanto a quello britannico (che arriva fino a Larkin) ma è piuttosto vicino a quello internazionale (e segnatamente americano) poiché “mister Bunting” era amico e frequentatore, specie in Italia nel periodo tra le due guerre, di Pound, suo vero mentore, che lo cita per nome nei Cantos, insieme a Cummings, come uno di coloro che lottano “contro ottusità e grasso”. In realtà Bunting era noto solo in ambienti ristretti e infatti fu solo nel 1966, quando uscì Briggflatts, che diventò punto di riferimento della poesia anglosassone, impressionando – mi piace ricordare – con “parole che splendono come brina” critici come Connolly e Macdiarmid e poeti come Robert Creeley.

Briggflatts è, come recita il sottotitolo originale, un’autobiografia in versi che prende le mosse proprio dalla località della Northumbria, in cui tra l’altro il poeta è sepolto. Divisa in cinque sezioni più una coda, che rappresentano stagioni dell’anno e della vita, l’opera (a tutti gli effetti un poema epico) spazia da una evocazione della giovinezza e dei primi amori (a Briggflatts il giovane Basil, quacchero, frequentava una meetinghouse di quella religione), alla storia della sua regione nel medioevo, alle antiche saghe del Nord, all’Oriente, specie in Persia dove Bunting operò come agente segreto per l’Inghilterra durante il secondo conflitto, a considerazioni sull’arte e la storia così care ai modernisti, fino alle finali considerazioni poetiche sul ciclo della vita, la mortalità e la trasformazione.  Il poema si chiude con un senso di pace e accettazione, un ritorno all’essenza della vita e della natura, che trascende il tempo e la memoria individuale. Inutile dirlo, niente di più eliotiano, di più modernista. Al di là delle accuse che ricevette a suo tempo di passatismo o di epigonismo poundiano, quest’opera costituisce un pilastro della poesia novecentesca, poiché, come scrisse Dario Villa, “Bunting pietrifica la pagina e usa la penna come uno scalpello, scolpisce statue verticali e bassorilievi così intricati da far pensare a una secca e caustica calamita che attira immagini nitide in un labirinto a più piani”.

Aggiungo solo una nota personale, una sorta di reminiscenza di un altro pilastro della poesia modernista. Parlo del Paterson di William Carlos Williams. Anche lì autobiografia e luogo, struttura e forma, memoria e identità, interazione con la Storia, riflessione sulla natura stessa della poesia. Non certo un’ipotesi di influenza, forse possibile (Paterson è del 1946-58, ed. def. 1963), ma un terreno che sarebbe davvero interessante esplorare.

Un libro, Briggflatts, da leggere. Ferrari, oltre ad un accurato saggio introduttivo, ne fa una “coraggiosa traduzione”, come ha scritto sul “Manifesto” uno che se ne intende, Massimo Bacigalupo, il quale a suo tempo propose a Ferrari, che in apertura lo ringrazia, una tesi proprio su Bunting. (g.c.)

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Poeti dalla Romania 3: Ioan Es. Pop

Devo a Daniel D. Marin, già ospite di questo blog (v. QUI), il suggerimento di leggere il poeta rumeno Ioan Es. Pop, scomparso poco meno di un anno fa (v. QUI). Era nato nel 1958 in un villaggio del nord della Romania, da una famiglia di religione greco-cattolica, per spostarsi poi, nel settembre del 1989, anno cruciale (la caduta del Muro di Berlino prima, la eliminazione di Ceausescu poi) a Bucarest, dove qualche anno più tardi (1994) pubblicherà la sua prima raccolta poetica, Ieudul fără ieşire (Ieud senza uscita), dal nome della cittadina transilvana in cui visse diversi anni prima del suo trasferimento nella capitale, e che è simbolo di una esistenza ristretta (qui è ieud, ovunque / fuggirete è ieud), anzi tangibile metafora di una situazione esistenziale di solitudine e progressiva perdita di identità. Proprio come lo è l’appartamento per scapoli di strada Olteţului 15, camera 305, luogo di grandi bevute con gli amici e di quelle constatazioni del nulla (o del dubbio della ineffabilità della vita) che innervano molta della poesia di Pop. Il quale, a differenza di molti poeti rumeni del post comunismo, non ha trovato nessuna ispirazione in una speranza di cambiamento o in una libertà che comunque non si è mai realizzata come libertà dal bisogno o come libertà interiore, coltivando sempre invece una disperazione esistenziale senza remissione.

Come ricorda Clara Mitola nella postfazione, se “gli anni ottanta rappresentano il reale spartiacque della poesia romena contemporanea, che diventa post-modernista, engagée, fatta di carne e oggetti quotidiani” e quella dei novanta “tira al limite il realismo e il biografismo degli anni ’80, in tensione verso i margini più sordidi dell’esistenza (autenticismo e miserabilismo) e del linguaggio”, la poesia di Pop si mantiene al margine, fin da “il suo debutto poetico, nel 1994, sembra raccontare l’altra faccia di ciò che segue la rivoluzione: non la speranza, non la vitalità ma piuttosto la loro assenza, schizzata in esistenze umane neo-espressioniste e bloccate”, intrisa anche di “un misticismo mortuario e celeste allo stesso tempo, in cui esistono un Dio (cercato ovunque e con paura) e una buona novella che tutti attendono ma che, alla fine, nessuno sa riconoscere oppure è troppo ubriaco per farlo”. Continua a leggere

Quaderno di traduzioni: Valérie Brantôme

Valérie Brantôme – On dit le temps – Éditions le Réalgar, 2024Valérie Brantôme – On dit le temps – Éditions le Réalgar, 2024

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Conosco da un po’ Valérie Brantôme, con cui ho collaborato saltuariamente e che ha ospitato sul suo sito, traducendoli in francese, alcuni miei testi. Questo libro, che è il suo primo di poesie, o meglio di poesia in prosa, mi conferma l’apprezzamento che ho sempre avuto nei confronti della sua sensibilità artistica e delle sue qualità di scrittrice. Qualità che è possibile rilevare, spero, nella traduzione che ho fatto dell’intera prima sezione del libro, quella che dà il titolo alla raccolta. Una scrittura ricercata, anche complessa, metaforica – e che a tratti potrebbe ricordare per noi italiani una “parola innamorata” – in cui è rintracciabile la grande tradizione lirica francese ed echi di autori come Yves Bonnefoy e Joë Bousquet, citato in esergo, e i cui temi sono il tempo inesorabile e il paesaggio astratto attraversati da una figura umana alle prese con una sorta di discesa usque ad inferos, in cerca – forse – di una risurrezione o di una rinascita vittoriosa di sé come auspicato nel finale. (g.cerrai)

 

Valérie Brantôme, nata nel 1968, vive in Provenza. Conoscitrice dell’Italia, dove ha trascorso l’infanzia e dove è stata presente in vari eventi, è poetessa e scrittrice e traduce voci della poesia contemporanea italiana (Martino Baldi, Alessandro Ceni, Lorenzo Calogero, Roberto Bertoldo). Ha pubblicato in riviste e blog come Arsenal, Phœnix (Premio Léon Gabriel Gros 2013), Diérèse, La Sœur de l’Ange, Terres de Femmes, Imperfetta Ellisse.  On dit le temps è il suo primo libro di poesie. Il suo blog è Enjambées fauves.

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Jacques Réda – Poesie

Jacques Réda - Di Pkobel - Opera propria, CC BY-SA 4.0Il 30 settembre scorso è morto a Hyères, dove risiedeva da tempo, il poeta, critico musicale e saggista francese Jacques Réda, considerato in patria uno degli autori più significativi del secondo Novecento. Per l’occasione ripropongo il post che gli avevo dedicato quasi dieci anni fa, sul vecchio sito di Imperfetta Ellisse, accompagnato da alcune mie traduzioni. (g.c.)

Jacques Réda (Lunéville, 1929) è un poeta, critico musicale e saggista  francese. Ha diretto la Nouvelle Revue Française dal 1987 al 1996. Oltre ad essere noto come inventore del verso di quattordici sillabe, che – dice – deve essere letto a voce alta, come tutta la poesia di cui valga la pena, Réda è considerato uno dei maggiori poeti francesi d’oggi. È anche autore di racconti in prosa e grande amante della musica, in particolare del jazz. È membro del comitato di lettura delle edizioni Gallimard. Collabora regolarmente a Jazz Magazine dal 1963. Ha pubblicato svariate opere sul jazz, tra cui L’Improviste (L’improvviso, 1980) che propone una lettura sensibile e poetica di questo fenomeno musicale. E’ autore di numerose raccolte di poesia, tra cui Cendres chaudes (1955), Amen (1968), La Tourne (1975), Hors les murs (1982), Sonnets dublinois (1990) e svariati altri, molti dei quali ispirati dalla città di Parigi e dall’osservazione dell’ambiente circostante, che ama attraversare in treno, in bicicletta o anche a piedi, raccogliendo le suggestioni anche le più umili di un mondo percorso a piccola velocità. Réda cerca nella casualità di incontrare qualcosa di apparentemente insignificante ma che riveli poi non solo una nascosta bellezza, una “meraviglia” inattesa, ma anche un significato più profondo, più universale. E’ questa l’ispirazione fondamentale della sua poesia, che appare di una voluta semplicità, lineare, diretta e comunicativa. Réda ha vinto il Grand prix de poésie de l’Académie française, il Prix Goncourt de la poésie, il Prix Roger Kowalski-Grand Prix de Poésie de la Ville de Lyon. È quasi del tutto inedito in Italia. (continua a leggere QUI)

Edouard Roditi – Poesie

Edouard Roditi - Ph. : Stathis OrphanosEdouard Roditi, poesie

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Chi era Edouard Roditi (1910 – 1992)? Ne ho sentito parlare per la prima volta da Fernanda Pivano, nella prefazione a Sulla strada di Kerouac. “Un eccentrico di formazione cosmopolita e raffinata, (…) poeta maledetto, poliglotta ed esteta” che Gregory Corso aveva letto in carcere e aveva cercato di rivalutare tra i suoi amici beat, ignorando che all’epoca fosse ancora vivo. “Era un derivato del dadaismo surrealista e dell’omosessualità (forse più intellettuale che reale) di gusto francese. Aveva il passaporto americano ma era nato a Parigi da un padre nato a Costantinopoli e da una madre nata a Roubaix: per questo, mi disse, si considerava americano. Era un poliglotta alla maniera di Joyce e del mio nonno scozzese e aveva un modo irresistibile di raccontare storie omosessuali a sfondo autobiografico quasi sempre inventate; più tardi le pubblicò in un volume che resterà un fuoco d’artificio di aneddoti, di informazioni, di fantasia”. (F. Pivano – Altri amici, altri scrittori – Mondadori 1997). Quindi un americano di origine turca, ma che aveva studiato in Inghilterra per poi laurearsi all’Università di Chicago in Lingue romanze e cominciare a girare il mondo, risiedendo, per un lungo periodo dal 1929 al 1937, a Londra, Parigi (dove poi visse), Berlino, per infine morire in Spagna nel 1992 per un incidente. Personaggio complesso, marcato da molte culture e come vedremo da molte influenze anche importanti, padrone di diverse lingue tanto da collaborare in diverse occasioni nella Seconda Guerra mondiale alla radio del Ministero della Guerra americano in Francia e perfino come interprete multilingua alla conferenza di fondazione delle Nazioni Unite (1945) e nel famoso processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti (lui stesso è accreditato del salvataggio di quasi 300 ebrei).

Uno che paradossalmente si considerava un “tre volte eletto” (“thrice chosen”, come si intitola la sua importante antologia del 1981) per il fatto di essere ebreo (entrambi i genitori lo erano), omosessuale ed epilettico, Roditi durante la sua carriera svolse un’intensa attività di scrittore, critico d’arte, critico letterario, saggista, insegnante in vari college e traduttore. Nei suoi soggiorni europei aveva incontrato e frequentato personaggi come Chagall, Ernst, Carrà, Fini, Kokoschka, Mirò ma anche Joyce, Breton, Eliot, Hart Crane, la Stein e altri, dedicando ad essi articoli e interviste, oltre ai saggi  relativi a Wilde, Proust, Cioran, Degas, Delacroix ecc. Roditi fu l’estensore a Oxford del primo manifesto surrealista in inglese (1929) e tradusse in inglese René Crevel, Alain Bosquet, Saint-John Perse, lo stesso Breton, e poi Kavafis, Celan, Pessoa, nonché numerosi poeti mediorientali e ebrei. Ma naturalmente fu anche autore di numerose raccolte di poesia, a cominciare da Poems for F del 1935, fino al citato Thrice chosen e altri, oltre a volumi di prosa e racconti, nei quali si intrecciano temi sociali (vedasi qui Giovanni Senza Terra), politici (v. qui Il prigioniero politico), amorosi ed anche spirituali, di derivazione ebraica, una letteratura – anche sacra – di cui era studioso. È sostanzialmente inedito in Italia. (g.cerrai) Continua a leggere

Agustín García Calvo – Sonetti teologici

Agustín García Calvo - Sonetti teologiciAgustín García Calvo – Sonetti teologici – L’Arcolaio, 2019

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Un libro non si perde mai del tutto. Neanche ciò che vi è contenuto. Si ritrova il libro, si capisce il senso di certe cose. Un buon mezzo per ritrovare un libro è cercare di mettere ordine in quelli che hai sparsi per casa. Un libro che ti è stato inviato in saggio, magari, forse con una dedica amichevole o affettuosa. Così ieri ho ritrovato un libretto tanto smilzo quanto denso, che risale al 2019, “per Giacomo, con la stima di sempre”. La firma è racchiusa tra due “signos de interrogación”, due punti interrogativi come fanno gli spagnoli, ed è quella di Lorenzo Mari. Non credo di avere fatto caso all’epoca, pur avendo letto il libro, a quella domanda esplicita. In spagnolo ci sono quei due segni che racchiudono una frase interrogativa perché gli spagnoli non amano che ci siano dubbi sul fatto che si tratta proprio di una domanda(non è del tutto vero, ma mi piace pensarlo).

Il libro in questione è “Sonetti teologici” di Agustìn Garcìa Calvo. Calvo è stato un importante filosofo, poeta, traduttore e filologo spagnolo, oppositore della dittatura franchista, “maestro” di Fernando Savater, filosofo noto anche da noi; Mari è poeta, traduttore (ottimo) e curatore di questo libro, nonché una vecchia conoscenza di questo blog (v. QUI). Leggo che era proprio abitudine di Calvo firmarsi con i “signos de interrogatión”. Ecco spiegato l’autografo di Mari, un ammiccamento che mi dispiace di aver colto solo dopo tanto tempo.

I sonetti in realtà sono solo due, ma preziosi e esaurienti, alla luce della visione filosofica di Calvo che sia Mari nella prefazione sia lo stesso Calvo in una intervista riportata nel volumetto esprimono chiaramente (entrambi gli scritti, va detto, sono assai illuminanti e fanno da degno castone ai due sonetti, anzi già da soli valgono l’acquisto dell’opera). Continua a leggere

Leopoldo Maria Panero – Contro la Spagna e altri poemi non d’amore

Leopoldo Maria Panero – Contro la Spagna e altri poemi non d’amore – Nessuno editore, 2020 – trad. di Antonio Bux

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Un post su FB dell’amico Antonio Bux mi ricorda che questo libro ce l’ho, me l’ha certo mandato lui. Grosso modo dovrebbe essere ad altezza di ginocchio nella pila di volumi che purtroppo ho lasciato accumulare nel tempo. Lo cerco. Insomma un repêchage.

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L.M. Panero (1948-2014) un anarchico nichilista, se non per ideale politico certo per convinzione intima e filosofica, un poeta che come pochi ha riscattato dal luogo comune l’aderenza della scrittura alla vita e viceversa. Il che ha voluto dire attraversare per decenni l’amata odiata Spagna e i suoi rivolgimenti politici e sociali, passare per la droga, l’alcoolismo, 14 anni di manicomio orrendo, esperienze di tutti i generi senza mai smettere di scrivere, anzi travasando nella scrittura queste vicissitudini. Nella sua poesia c’è tutto questo e molto di più, che ne fa uno degli autori più rappresentativi (e scomodi) della poesia iberica contemporanea. Come scrive benissimo Antonio Bux nella prefazione, la sua è “poetica impregnata di rimandi storici, letterari e mitici, [a cui] fa da contraltare una quotidianità fatta di morte, sangue e desiderio, dove il poeta si regge in bilico tra ciò che è vero (il bene) e ciò che è reale (il male). Così è la vita stessa di Panero a trasformarsi nella sua opera, quella di un uomo che si pone l’eterno interrogativo di chi sia la vittima o il carnefice, il vincitore o il vinto, però sostenuto sempre dalla fede nel puro nulla in cui sacrificalmente scivolare, con la consapevolezza del proprio desti-no. Eppure nelle sue poesie si potrà anche cogliere il barlume di una rivendicazione al divino, evocato dall’oscurità metaclassica che in Panero è risonanza allucinata del passato, quasi una radiazione che trascende i luoghi del vivere (famiglia, carcere, manicomio) e che è a suo modo una forma di preghiera, di sottomissione del reale al mito, tuttavia vilipesa dal sostrato inferiore dove l’autore dapprima si riflette, poi affonda presagendo la barbarie, l’eterna umana sconfitta; come accade nella pittura di Francis Bacon, dove lo scavo per sottrazione porta impietosamente al punto di partenza, tra quelle radici da cui uscimmo urlanti”. Ed è per tutto questo che i versi di Panero restituiscono al lettore un’inquietudine antica e moderna insieme, l’incertezza dell’individuo, la solitudine di fronte al nulla, il costo delle scelte, la brutalità di certi accidenti della vita, tutte cose che in fondo non sono affatto singolari e riguardo alle quali ci si illude di essere al sicuro, di essere osservatori defilati. (g.c.)

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Daniil Charms – Incendio

Daniil Charms – Incendio – a cura di Simonetta De Bartolo, prefazione di Paolo Nori, introduzione di Valerij Sažin – Sandro Teti Editore, 2022

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Chi era Daniil Charms? Un personaggio complesso, il cui vero nome era Daniil Ivanovič Juvačëv, scrittore nato a Pietroburgo nel 1905, morto a Leningrado nel 1942, “realistico e surreale insieme”, dice Paolo Nori nella breve prefazione, perché in quel periodo in Unione Sovietica tutto era drammaticamente reale e surreale allo stesso tempo: “credo che, negli anni Trenta, in Unione Sovietica, quando Charms scriveva le cose che ha scritto, intorno a lui ci fosse pieno di uomini che non avevano occhi né orecchie, che non vedevano e non sentivano quel che succedeva intorno a loro”, proprio come – letteralmente – un personaggio di uno dei suoi racconti. Da un certo punto di vista è già abbastanza surreale (e molto russo) che sia vissuto in tre città diverse: “Al momento della nascita di Charms, la sua città natale si chiamava Pietroburgo da duecento anni. Il ragazzo non ha ancora nove anni che si “ritrova” a Pietrogrado – così la città viene ribattezzata alla maniera russa il 18 agosto 1914, per motivi patriottici (la guerra con la Germania). Nel gennaio del 1924 il diciottenne futuro scrittore viene trasferito dal potere sovietico a Leningrado. Senza muoversi nello spazio, Charms si è ritrovato a essere abitante contemporaneamente di tre diverse città e di tre mondi diversi!” (Valerij Sažin, nell’introduzione). In questi mondi Daniil era comunque fuori posto («Danja era strano. Era difficile, probabilmente, essere più strani di lui», Marina Malič, moglie di Charms), con il gruppo di avanguardia che aveva fondato, Oberiu, con le sue pose da dandy, le sue eccentriche letture poetiche, soprattutto con i suoi scritti, alcuni dei quali considerati pornografici e antisovietici, che lo portarono in carcere già nel 1931 e infine, nel 1941, nell’ospedale psichiatrico di Leningrado, dove morì l’anno successivo di stenti (la città viveva il tremendo assedio nazista e gli internati non erano certo una priorità). Aveva 37 anni e in vita aveva pubblicato solo dei libri per l’infanzia, alcuni dei quali ora tradotti in italiano. Il resto della sua opera è postumo ed è sufficiente a farlo considerare come “la letteratura dell’assurdo prima della letteratura dell’assurdo, vent’anni prima di Beckett e Ionesco” (ancora Paolo Nori). Ma con una sorta di fede nella scrittura e nell’arte, inscindibile dalla vita: “Un tema costante in Charms è il miracolo e colui che è capace di fare miracoli ma non li fa. Il miracolo sta naturalmente a significare la creazione di una vera opera d’arte, una poesia che, come dice Charms, se gettata contro la finestra, fa rompere il vetro” (Simonetta De Bartolo). Continua a leggere

Odilon-Jean Périer – Carmi

Odilon-Jean Périer - Carmi, a cura di Ilaria Guidantoni, Lorenzo de’ Medici Press, 2023Odilon-Jean Périer – Carmi, a cura di Ilaria Guidantoni, Lorenzo de’ Medici Press, 2023

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(…) oserei definire Périer, un poeta quasi involontario, una poesia che non è né lirica estetica, né costruita, né dissoluzione cercata. È contemporanea per il suo essere sul crinale tra prosa e poesia, i suoi versi spezzati, spesso divisi in modo sconveniente alla lettura, sono sintesi folgoranti della vita; dove il sacro e il profano si mescolano senza soluzione di continuità, dove gli angeli si confondono con gli amori carnali tanto ci sono vicini. Le tensioni opposte percorrono i suoi versi come nella metafora della maison de verre, la solidità della casa che si radica è di vetro, luogo chiuso, intimo e anche aperto, trasparente nel senso di esposto, pertanto fragile. La poesia è chiara quanto incomprensibile, come nel grande René Char, altro poeta dimenticato che anche in Francia è praticamente introvabile. (…) Périer non sembra voler comprendere e tanto meno afferrare il mondo e la vita quanto preferisce immergervisi, anelando all’infinito e stando in questa tensione non risolutiva. È sicuramente poeta della vita e la poesia che è la sua espressione perché comporre versi è un modo di vivere, dev’essere semplice e per tutti. (…) La sua poesia è la ricerca di un assoluto intimo. Interessante la corrispondenza con Jean Paulhan che si mostra esigente e non manca di ricordare al suo giovane discepolo che “cantare è anche una sorta di imbroglio” e che il soprannaturale “è terribilmente difficile”. La poesia di Périer è immensa nella sua semplicità che a tratti può sembrare banale e che forse è più da ascoltare che da decifrare. (dalla prefazione della curatrice Ilaria Guidantoni)

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Odilon-Jean Périer è un poeta belga di espressione francese nato a Bruxelles il 9 marzo 1901 e scomparso prematuramente a soli 27 anni. Nel corso dei suoi studi fonda numerose riviste (che avranno tutte la vita breve di un solo numero): La Lyre du potache, Hermès e Le Cénacle. Nel 1918 scrive, sulla falsariga di Jules Renard, un Petit Éssai de psychologie végétale, oltre a una raccolta di poemi in versi liberi che intitola La Route de sable. Su ispirazione di autori come Apollinaire e Cendrars e del Cubismo nel 1920 scrive il lungo poema Le combat de la neige et du poète e una raccolta di poesie, La Vertu par le chant; l’anno seguente termina la sua collaborazione con La Patrie belge e inizia quella col Mercure de France e con Signaux de France et de Belgique. Nel corso degli anni collaborerà anche con La Reinaissance d’Occident e Le Disque vert, della quale è animatore Franz de Hellens al quale si lega, oltre che con il giovane Henri Michaux che ha passato l’infanzia nella sua stessa strada a Bruxelles. Nel 1926 pubblica con Gallimard il suo unico romanzo, Le passage des anges, (Il passaggio degli angeli, La Finestra Editrice, 2018), che da qualcuno viene considerato la fonte di ispirazione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Continua a leggere