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John Taylor – Transizioni

John Taylor – Transizioni – Ed. Lyriks, 2021

John Taylor ci presenta ancora un libro notevole (nella traduzione di Marco Morello, con brevi note di Tommaso Di Dio e Franca Mancinelli, e illustrazioni di Alekos Fassianos), con il quale continua il suo personale percorso di decantazione di una scrittura già raffinata ed essenziale, come quella che era stato possibile leggere nel suo Oblò / Portholes (v. QUI), raccolta che possiamo considerare in qualche misura affine a questa ultima. Libri legati al mare, all’orizzonte, ad una visione quasi atomica delle cose, allo scorrere del tempo e in egual misura al suo cristallizzarsi in momenti che non sono tanto occasionali epifanie quanto l’umano avvertire nel mondo, come nella parusia platonica, la presenza di qualcosa di intensamente spirituale che evolve. Come scrive Franca Mancinelli “il suo sguardo [di Taylor] è richiamato dall’istante in cui le cose non sono più se stesse e insieme non sono ancora altro: è l’incanto del trasmutare, delle molteplici transizioni attraverso cui il giorno diviene notte, il buio si fa luce e la vita si avvera nel suo miracolo: «l’acqua […] sale / dalla scura terra». Ciò che avviene in questa sospensione può appena sfiorare la parola per poi subito rientrare nel non dicibile. Per questo i versi sono spesso brevi, come se Taylor tentasse di sillabare una lingua sconosciuta che coincide con il ritmo che avvicina e allontana le onde dalla riva”. Come ho già scritto John è uno scrittore europeo a pieno titolo, per stile, per ascendenti letterari, per cultura, e sarebbe possibile trovare nei suoi versi echi dei moltissimi poeti che ha tradotto e fatto conoscere in America, non solo francesi ma anche italiani come Alfredo de Palchi e Lorenzo Calogero. Qui ci trovo certamente Valéry, citato in esergo, ma anche un Mallarmé che va verso la luce, che abbia trovato sì una sua chiarità post-ermetica ma che continui a captare (ed è lo statuto del poeta) i segreti legami tra le cose, con quella visione quasi atomica a cui accennavo all’inizio. E tuttavia, come afferma Tommaso Di Dio, “non vi è qui nulla di misterioso che non sia evidente, nulla di occulto che non sia sotto gli occhi di tutti. L’estrema concentrazione formale di questa poesia porta alla rivelazione mediante contrazioni rapidissime, fulminei abbagli, iridescenze; la vertigine dei tempi e la tautologia dei deittici si fa pura materia espressiva: «questo mare quel mare / è fu / diventerà». Non posso che essere d’accordo, il poeta in realtà non inventa nulla, semmai immagina e riscrive la realtà che c’è, la interpreta facendo della poesia uno strumento ermeneutico. E la forma breve, per quanto poi allungata nelle due sezioni che sono quasi poemetti, serve a depurare ulteriormente, verso per verso, il lirismo che si accompagnava alle sue opere precedenti,  nella direzione di una sublimazione che da una parte è quasi orientale, in testi dove non è infrequente trovare porzioni che potrebbero essere tanka (”lo scintillio / nell’aria / sull’acqua / così uniforme / così avvolto dalla luce nebbiosa // il mare qualcos’altro / in quest’ora senza vento…”), dall’altra ci rimanda a Quasimodo, Ungaretti, Saba. Su tutto aleggia il movimento incessante dell’acqua, delle onde, degli elementi, della memoria, come una vitale vibrazione cosmica. (g. cerrai) Continua a leggere

Jane Kenyon, poesie tradotte da Giacomo Cerrai

 

Jane Kenyon, foto di Donald Hall

Ripubblico qui nel loro insieme alcune delle prime traduzioni che ho fatto per il vecchio blog, tra il 2005 e il 2008, che riguardano Jane Kenyon, una poetessa americana in pratica sconosciuta in Italia. All’epoca avevo contattato l’editore statunitense, ottenendo l’autorizzazione a pubblicare. Sarebbe interessante lavorare ad una antologia almeno delle quattro raccolte pubblicate in vita, oltre alle opere postume. Si accettano proposte editoriali. (g.c.)

Domenica, 27 novembre 2005

Jane Kenyon (1947-1995) e’ nata ad Ann Arbor nel Michigan e ha frequentato l’università‘ del Michigan dove ha conseguito il Master of Arts nel 1972. Nello stesso anno ha sposato il poeta Donald Hall, suo insegnante all’università‘, e insieme sono andati a vivere a Wilmont nel New Hampshire, terra d’origine del marito. Sebbene la Kenyon abbia felicemente descritto la sua vita nel New Hampshire rurale, come nel suo primo libro Let Evening Come pubblicato nel 1990, ha sofferto per gran parte del suo matrimonio di una grave depressione e le sue ultime poesie, come quelle qui pubblicate, descrivono la sua lotta contro di essa e contro la leucemia che la porterà alla morte nel 1995.

Di Jane Kenyon colpisce l’aderenza alle cose e al senso che ne deriva, la profonda umanità anche di fronte alle avversità che la vita presenta. John H. Timmerman, autore di una sua biografia critica, afferma: “La spiritualità di Jane non era mai un mezzo per sfuggire all’esistenza. Al contrario, le consentiva di abbracciare la realtà con tutta la sua risoluta bellezza e la sua invadente sofferenza”. Cosa lei pensasse del poetare è chiaramente espresso nella risposta che la Kenyon dette ad una domanda dello stesso Timmerman: “Il lavoro del poeta è di dire la verità e nient’altro che la verità, in un modo così meraviglioso che la gente non possa vivere senza di essa; di mettere in parole quelle emozioni che noi tutti abbiamo che sono così profonde, così importanti e tuttavia così difficili da chiamare per nome. Il lavoro del poeta è scoprire un nome per tutto: essere un impavido ricercatore del nome delle cose; essere un difensore della bellezza del linguaggio, delle sottigliezze del linguaggio. Penso che sia una materia davvero seria, l’arte; non è solo ornamento. L’altro mestiere del poeta è consolare di fronte all’inevitabile disgregazione del decadimento e della morte, tutte le dolorose cose che dobbiamo affrontare come esseri umani. Noi abbiamo la consolazione della bellezza, di un’anima che si espande verso un’altra e dice “Anch’io sono stata ”. Continua a leggere

Antonio Gamoneda, da Canzone erronea

Antonio Gamoneda Lobón (Oviedo, 1931) è considerato quasi unanimemente uno dei maggiori poeti non solo spagnoli ma dell’intera letteratura ispanofona. Pur appartenendo anagraficamente alla cosiddetta “generazione del ’50” (quella per intenderci di Goytisolo, Gil de Biedma, Hierro, Crespo e baltri), Gamoneda ha sempre seguito un suo particolare e personalissimo percorso che lo ha tenuto in sostanza lontano sia dalle correnti poetiche degli ultimi anni del franchismo sia da tendenze di tipo sperimentale, mantenendo un legame stretto con la tradizione, tuttavia con un occhio alle esperienze della poesia europea, tra Lorca, Quevedo e l’espressionismo di Trakl, come ha notato qualche critico. Per Gamoneda la poesia “è arte della memoria nella prospettiva della morte”, e non è difficile verificare questo assunto leggendo le sue poesie, nelle quali la scrittura non è mai superficiale, ma anzi attinge a profondità di significato rare, illumina di lampi i recessi più oscuri dell’animo del poeta, la sua visione consapevole, disillusa della vita, della morte, dell’amore, della vecchiaia, del corpo come segno e residenza mutevole dell’essere. Vincitore di numerosi premi letterari, tra cui il Premio Castilla y Leon de las Letras, nel 2006 ha ricevuto i due riconoscimenti più prestigiosi per la poesia ispanica: il Premio Reina Sofía e il Premio Cervantes. I testi qui riportati sono tratti da Canzone erronea, Lietocolle 2017, traduzione di Roberta Buffi. Continua a leggere

Pavel Arsen’ev – Lo spasmo di alloggio

Pavel Arsen’ev – Lo spasmo di alloggio, a cura di P. Galvagni – Arcipelago Itaca, 2021Pavel Arsen’ev - Lo spasmo di alloggio, a cura di Paolo Galvagni - Arcipelago Itaca, 2021

Davvero interessante questo libro antologico curato da Paolo Galvagni, traduttore dal russo (e in russo) di importanti autori del Novecento e contemporanei (da lui tradotto avevo letto e recensito per la rivista “Menabò” il misterioso I frutti della meditazione di Koz’ma Prutkov, altrettanto interessante). Pavel Arsen’ev è nato nel 1986 a Leningrado / San Pietroburgo dove vive, a parte residenze di studio all’estero (è attualmente dottorando all’Università di Ginevra), è vincitore del prestigioso Premio letterario “Andrej Belyj”, ed è tradotto negli USA e in italiano nel volume Tutta la pienezza del mio petto, poesia giovane a San Pietroburgo (Lietocolle 2015, trad. P. Galvagni) e nelle riviste “Le voci della luna” e “Atelier”.

Lo spasmo di alloggio è un termine tecnico per definire una contrattura del muscolo ciliare che impedisce un corretto aggiustamento della visione oculare, inducendo una falsa miopia, un disturbo di cui soffre lo stesso Arsen’ev. La difficoltà di concentrare lo sguardo, un vagabondare dell’occhio dal vicino al lontano è per l’autore metafora, mi pare di capire, dello sforzo necessario per incrociare una visione poetica che comprenda quello che ci è prossimo, l’individuale, l’esistenziale e insieme il sociale, il politico, quello che riguarda tutti  o per intrecciare un ambito creativo all’altro. Come leggiamo nella nota curata da Galvagni, infatti Arsen’ev afferma: “Se l’arte è uno stile disordinato di vita, con tele e bottiglie disseminate in un laboratorio e la scienza invece è un’occupazione da studiolo, accompagnata da occhiali e calvizie, passare dall’una all’altra è praticamente impossibile. Io tuttavia credo che entrambe queste sfere nel loro aspetto trascurato risultino essere un tradimento: l’intero che si è disgregato; e noi siamo in grado di opporci alla disgregazione della pratica integra in specialità isolate. Nietzsche esortava a una “scienza allegra” (Le gai savoir), e Marcel Duchamp parlava dell’arte del pensiero (cosa mentale); a me sembra che occorra orientarsi verso questi ideali incrociati…”. È una decisa dichiarazione di poetica, decisamente contemporanea e convintamente “civile”, tanto che Arsen’ev si pone come “legame vivo tra l’arte dell’avanguardia sovietica degli anni ‘20 del XX secolo e il pensiero materialistico contemporaneo” (Galvagni), con un approccio complessivo che forse potremmo definire postmoderno, se questo termine avesse un senso nella realtà della Russia di oggi. Come annota ancora Galvagni, “Pëtr Razumov afferma che Arsen’ev non scrive versi, ma crea la poesia. Le sue “uscite” marxiste e le meditazioni ironiche non appartengono al corpus prosodico della lirica russa, ma appaiono simili a quanto è esposto in un museo di arte non conformista: sono bombe linguistiche destinate a diventare un’arma nella lotta sociale per l’esistenza. D’altronde non sono prive degli attributi tipici della lirica tradizionale: l’ironia e la malinconia”. Arsen’ev recupera e rinnova una poesia “politica” che dopo la caduta dell’URSS era andata scemando, forse nella dissoluzione delle ideologie e degli schieramenti netti. “Arsen’ev – annota ancora Galvagni – è un poeta impegnato che formula una critica alle numerose forme di alienazione sociale e politica nella Russia contemporanea. Tanto nella poesia, quanto nell’attivismo politico, egli tenta di superare la futilità dei metodi tradizionali di resistenza. I versi civili non sono più significativi, come un tempo, essendo stati modificati dallo Stato e dagli interessi commerciali. La risposta di Arsen’ev è tesa a convertire il ruolo del poeta, che agisce come “reporter sul campo”, che produce frammenti di lingua quotidiana. Non a caso il testo La nota del traduttore [v. sotto] consiste di frasi ricavate dalla traduzione russa di un trattato di Wittgenstein: in un contesto trasformato, questi brandelli assumono nuovi significati, costringendo l’autore a riconsiderare la nozione tradizionale di originalità”. (g.c.) Continua a leggere

Tristan Tzara – L’uomo approssimativo

Tristan Tzara – L’uomo approssimativo – a cura di Emanuele Pini, Massari Editore, 2019
Emanuele Pini, a novanta anni dalla prima pubblicazione avvenuta in Francia nel 1931, traduce e cura la prima traduzione italiana di questo importante libro di versi – un poema in diciannove canti – di Tristan Tzara, una delle figure chiave prima del Dadaismo e poi del Surrealismo, con una appassionata introduzione, in questo volume,  di Roberta De Francesco
Scrive Emanuele Pini nella nota introduttiva: “L’Homme approximatif pubblicato nel 1931, dopo un lavoro introspettivo e artistico di 5 anni (1925-1930), non è l’unico, ma di certo è il migliore risultato di questa ricer­ca: ma cos’è questo «Uomo approssimativo»? un prisma frammentato in miriadi di immagini, di illuminazioni, di ferite dal quale emerge la figura dell’uomo contempora­neo, fragile e titanico, sognatore e becero furfante, che vive nella notte, un uomo forse senza Io e senza Dio, ma che piange perennemente dentro sé, per questo Io e per questo Dio, un uomo che è «approssimato» e che al con­tempo si approssima, si avvicina all’immagine di uomo.
Un uomo che sogna un uomo. Il finale è ciò che dà il senso all’inizio, e viceversa: in tal modo tutto prende il via con quel «le campane suonano senza ragione e anche noi», tutto inizia con «penso al calore che intesse la parola/ attorno al suo nocciolo il sogno che si chiama noi», poi tutto termina con questa stoica attesa del deserto del tor­mento, del suo fuoco.
Forse l’aprirsi all’altro è questo deserto che ci dà struggimento e passione, forse l’aprirsi all’altro è questo fuoco che ci offre la vita e la passione, la speranza.
Per Tzara non esiste una storia del tutto al singolare, non esiste un destino solamente individuale, perché gli uomini abitano questa minuscola terra come le stelle punteggiano d’oro la volta notturna. In altri termini io ci sono, io, e tu ci sei, tu, e ci siamo noi che incrociamo le nostri voci, le nostre croci di deserto e fuoco. Fragile e vinto, ma nel suo grido disperato riluce la sua forza indo­mabile: questo è l’Uomo Approssimativo, un uomo tanto moderno, antesignanamente esistenzialista, agitato da fantasie celesti e visioni profetiche alle quali cerca di dar risposta, sballottato in un cosmo straniero; ma l’unico enigma che non può risolvere è il suo volto: questo è l’Uomo Approssimativo, alla perenne ricerca di se stesso come un eroe cantato da Omero e da Sofocle. Un uomo approssimativo «come me come te lettore e come gli altri».

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Samira Negrouche – Poesie

Samira Negrouchesamira negrouche è nata ad Algeri, dove vive tuttora, nel 1980. Laureata in medicina, è poetessa, saggista, traduttrice dall’arabo al francese (oltre che da altre lingue minoritarie o dialettali africane), collaboratrice di artisti visuali e musicisti. La sua produzione poetica si svolge in entrambe le lingue, pur appartenendo Negrouche a quella generazione di poeti francofoni che, con le rivoluzioni arabe dei primissimi anni Dieci di questo secolo e il conseguente ritorno all’arabo come prima lingua di studio, sta progressivamente scomparendo, ma che tuttavia continua a scrivere in francese “per dire ai francesi che non è francese”, secondo le parole di Kateb Yacine. Ovvero, in un certo senso, guardando ad una doppia tradizione letteraria, ritrovandosi ad essere, come direbbe il grande poeta libanese francofono Salah Stétié “uomini (e donne) di due paesi”, e nel contempo ponti e ambasciatori non solo verso l’enorme mondo di lingua francese ma anche nei paesi dove la letteratura francese è regolarmente apprezzata. Dotata di una lingua immediata e potente, di forte impatto evocativo, capace di dolcezze e invettive, Negrouche è autrice di una decina di libri, tra libri d’arte e raccolte poetiche, delle quali è leggibile in italiano Jazz degli ulivi (Poiesis, Alberobello 2011), a cura di Annie Urselli.
Le poesie qui tradotte sono tratte da Six arbres de fortune autour de ma baignoire, Mazette, Paris 2017. Le traduzioni originali sono di G. Cerrai (2021).

uomo un po’ animale un po’ fiore un po’ metallo un po’ uomo
Tristan Tzara, l’Uomo approssimativo

c’è sulle nostre teste                       un’ombra verticale                      che vibra
un’ombra che sbatte sulle nostre teste
un fischio clandestino
nella piana arida                                sulle nostre teste
ingombre

e mentre che soffia                     che niente prevede che soffi
che     i nostri crani     ronzano
è un tetto di catrame che accoglie i nostri umori
i nostri fianchi temerari           sulla piattaforma di fortuna
la costellazione alla deriva
nella nebbia dei sensi

tu non hai abbandonato il relitto polveroso

ombre verticali corrono                 al margine delle dune
i tuoi occhi fasciati dietro il vetro concavo
protezione anti UV                         non garantita

dei tasti neri                                               al margine delle dune
un solfeggio senza rumore

tu non hai abbandonato il relitto polveroso

un’ombra verticale                    infissa nella piana arida
che tu irrighi di promesse
l’organo metallico che vibra                   al margine del polmone
sulla piattaforma di catrame
dove le musiche si scontrano
protezione                  non garantita
per un totem                                               di fortuna.

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Bernard Noël – Scritti vari su Imperfetta Ellisse

Bernard NoëlBernard Noël, uno dei più importanti poeti e scrittori francesi, è deceduto il 13 Aprile 2021 all’età di novanta anni. Raccolgo qui alcune delle cose apparse nel corso del tempo sul vecchio sito di Imperfetta Ellisse, in parte difficilmente raggiungibili per motivi tecnici. Alcuni dei riferimenti temporali possono apparire oggi superati, come ad esempio quello della scarsa (allora) notorietà dell’autore qui da noi.

 

(29/01/2006 – Bernard Noël)

In questo periodo di grandi contestazioni contro la TAV, questo testo di B. Noël (TGV, ovvero train à grande vitesse, treno ad alta velocità) sembra capitare a proposito. E’ una suite di tre poesie tratta dal suo libro “Le reste du voyage”, che per quanto mi risulta è ancora inedito in Italia. Lo sguardo sulle cose, le cose che rimbalzano lo sguardo e l’uomo in mezzo a questa relazione come un corpo che attraversa la materia. Se si considera la sua produzione, di Noël nella nostra lingua c’è davvero poco, a parte qualche traduzione di testi sparsi qua e là. Quella che conosce meglio l’autore è Donatella Bisutti, che nel lontano 1978 ha pubblicato sull’Almanacco dello Specchio di Marco Forti (n.7) alcuni testi tratti dall’ormai storico “Estratti del corpo”, che all’epoca mi impressionò non poco e che rappresenta l’esordio di Noël in letteratura. Insieme a TGV, qui in traduzione pressochè letterale e “impoetica”, pubblico anche un testo “teorico” del 1995, “L’atto di poesia”, in cui Noël dice la sua su vita, corpo, poesia.
Chi è Bernard Noël? Nato nel 1930, è un poeta, saggista e romanziere tra i più noti e incisivi in Francia, un personaggio appartato che ama rinchiudersi nella sua casa di campagna senza rinunciare ad una intensa attività culturale. Tra le sue opere il romanzo “Le Chateau de Cène”, ambientato in Algeria, contro gli orrori della guerra, famoso per essere stato oggetto di censura e al centro di un processo contro il suo autore.

 

(28/01/2010 – Bernard Noël, La privazione di senso)

Che cosa pensano i poeti quando non pensano alla poesia? Bè, non hanno la testa tra le nuvole, come crede la gente. Se sono intellettuali non organici, anzi decisamente rompiscatole, quasi sicuramente pensano ai perchè e ai come ci siamo ritrovati in certe situazioni, alla necessità di combattere una lotta di resistenza in difesa della cultura. Al perchè ad esempio la nostra capacità critica è stata progressivamente e artatamente ridotta ai minimi termini, procurando una vera mutazione antropologica, una reale perdita di realtà (mi si passi il bisticcio). E’ ciò di cui parla in questo breve saggio Bernard Noël, uno dei poeti francesi più noti e impegnati, di cui IE ha a suo tempo pubblicato qualcosa. Anche se risale al 2006, come si nota  da qualche riferimento alla cronaca francese del tempo, esso mantiene tutta la sua drammatica attualità ed è un buon esempio di letteratura  applicata che non rinuncia a gettare uno sguardo critico sull’esistente.
Il testo è tratto dal sito progettogeum.org di Lino Cannizzaro, che ringrazio. La traduzione è di Viviane Ciampi.
(continua a leggere QUI)

 

(29/06/2010 – Bernard Noël e il tempo capitale, un articolo di Alessandro De Caro)

La poesia di Nőel è un organismo in continua mutazione, che non rimanda soltanto ad una concezione esistenziale dell’uomo- immagine retorica, se si vuole, di cui abbiamo avuto infinite varianti- ma ne spinge le radici più lontano, producendo qualcosa come un ostacolo, tattico e politico, alle rappresentazioni dominanti. Penso sia depistante leggere Nőel come un poeta dell’anima e della riflessione, comunque la si voglia intendere; a somiglianza di altri autori di area francese, come Blanchot o Bataille, il suo lavoro è un atto di resistenza nei confronti delle categorie in cui, da sempre, la critica tenta di ridurre la letteratura. D’altra parte, la cifra filosofica e politica…(continua QUI)

 

(19/04/2017 – Bernard Noël, due poemetti)

Due poemetti di Bernard Noël, tradotti da me, tratti da La peau et les mots – Flammarion 1972, nei quali il tema principale è il corpo, dominante anche nella sua opera più nota in Italia, Extraits du corps (1958, trad. italiana di Donatelle Bisutti 2001), in relazione al linguaggio e a quel concetto, elaborato dallo stesso autore, di sensure (omofono di censure), privazione di senso della parola (comprensione, estensione, significato), uno snaturamento a causa dell’abuso della lingua, una “inflazione verbale che rovina la comunicazione all’interno di una collettività, e di conseguenza la censura”, di cui il potere è il primo artefice e responsabile. La parola (e il linguaggio poetico) è qui ridotta alla significazione essenziale, anche quando deve riferirsi a situazioni e dinamiche complesse come l’amore o l’eros, o alla più cruda fisicità, finanche scatologica, del corpo. (continua a leggere QUI)

Georges Perros – Impossibile essere felici di esserlo, nota di Francesca Marica

 

Georges PerrosGEORGES PERROS – IMPOSSIBILE ESSERE FELICI DI ESSERLO

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Impossibile essere felici di esserlo (Impossible d’être heureux de lêtre) è il titolo dell’elegante plaquette uscita nel dicembre 2020 in trentasette copie numerate per le edizioni Prova d’Artista, Galerie Bordas, curate dal poeta Domenico Brancale – da anni, instancabile scopritore e dispensatore di talenti e meraviglie.

La plaquette, impreziosita dai disegni di Luca Mengoni, contiene una selezione di Note tratte dal primo volume di Papiers Collés, pubblicato da Gallimard nel 1960.

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La curatela e la traduzione sono di Mauro Leone che di Perros deve essere considerato un fratello minore, un parente di elezione. Lo dico subito e senza ipocrisie: Perros, per il suo debutto italiano, non avrebbe potuto desiderare un curatore e un traduttore più attento e devoto. Mauro Leone ne ha studiato scrupolosamente non solo l’opera ma anche la biografia e la geografia. Ne ha respirato i luoghi, le suggestioni, i tormenti, i fantasmi.

Mauro Leone lo ha incontrato Georges Perros, ma per davvero, e al di là del tempo e delle distanze. E di come certi incontri possano avvenire al di là del tempo e delle distanze sarebbe superfluo fornire qui i dettagli e i particolari.

L’ammirazione di Leone per Perros risale a quindici anni fa; lo ha raccontato lui stesso nella postfazione alla plaquette e in alcuni interventi successivi alla pubblicazione.

Solo da un’ammirazione così radicata poteva nascere un lavoro come quello che è effettivamente nato. Colpisce la fedeltà assoluta di Leone per la figura e la ricerca (linguistica ma anche tematica) di Perros; una fedeltà a cui non siamo più abituati considerati i maltrattamenti frequenti e le derive autoreferenziali a cui taluni traduttori hanno maldestramente tentato di assuefarci. I traduttori sono ladri innamorati ha scritto Norman Gobetti. Non tutti, non tutti lo sono, caro Gobetti. Ma per fortuna Mauro Leone appartiene alla categoria degli irriducibilmente innamorati.

E se tradurre vuol dire trascrivere i silenzi del vissuto e i suoi rumori, traslare le sue voci e le forme in un piano che sfugge perché vita e biografia sono un libro con un testo a fronte ma a separarle c’è un candido vuoto – come ha scritto Enrico Terrinoni – mai come in questo caso i silenzi del vissuto e suoi rumori ci hanno condotto verso lidi lontani.

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Immagino che alcuni di voi si staranno chiedendo chi fosse Georges Perros.

In Italia il suo nome è praticamente sconosciuto e circola in condizione di semi clandestinità tra pochi addetti ai lavori di area francofona. Da dove iniziare? Come fare a rendergli giustizia? Continua a leggere

Sylvia Plath – Cinque poesie

Sylvia PlathCinque poesie di Sylvia Plath nella traduzione di Giona Tuccini, tratte da “Soglie”, anno XVII n.3, che ringrazio.
“Le poesie qui presentate toccano problematiche costanti nella produzione di Sylvia: la tentazione del suicidio, il rapporto morte-resurrezione, l’amore intenso e contrastato, il nesso realtà-trascendenza, la distruttiva contrapposizione al padre. Stilisticamente i testi tradotti da Giona Tuccini, studioso dell’Università di Cape Town, testimoniano la fuoriuscita dalla prima fase creativa della poetessa (1956-1959), che abbandona una scrittura fortemente visiva, sorvegliata, talvolta raziocinante entro strutture rimatiche chiuse e bene ordinate, per articolare più espressivamente il magma informe del mondo e il caos dell’esperienza. Un evento che alcuni critici hanno sintetizzato come la transizione da una poesia essenzialmente per l’occhio (eye) ad una più libera e appassionata lirica dell’io (I)” (Fausto Ciompi, Università di Pisa). Altre cose di S.Plath QUI.

Canto del fuoco

Nascemmo verdi
a questo giardino in difetto,
ma nella spessura macchiettata, grinzosa come un rospo,
il nostro guardiano si è imboscato malevolo
e tende il laccio
che abbatte cervo, gallo, trota, finché ogni cosa più bella
arranca intrappolata nel sangue sparso.

Nostro incarico è ora di strappare
una forma di angelo con cui ripararsi
da questo mucchio di letame dove tutto è intricato tanto
che nessuna indagine precisa
potrebbe sbloccare
la presa furba che frena ogni nostro gesto fulgente,
riportandolo alla fanga primordiale sotto un cielo guasto.

Dolci sali hanno attorcigliato i gambi
delle malerbe in cui ci dimeniamo instradati verso fine ammorbante;
bruciati da un sole rosso
leviamo destri la selce appallottolata, tenuti nei lacci spinati delle vene;
amore ardito, sogno nullo
il metter freno a tanta superba fiamma: vieni,
unisciti alla mia ferita e brucia, brucia.
(1956)

FIRESONG
Born green we were / To this flawed garden, / But in speckled thickets, waited as a toad, / Spitefully skulks our warden, / Fixing his snare / Which hauls down buck, cock, trout, till all most fair / Is tricked to falter in spilt blood. /-/ Now our whole task’s to hack / Some angel-shape worth wearing / From his crabbed midden where all’s wrought so awry / That no straight inquiring / Could unlock / Shrewd catch silting our each bright act back / To unmade mud cloaked by sour sky. /-/ Sweet salts warped stem / Of weeds we tackle towards way’s rank ending: / Scorched by red sun / We heft gloded flint, racked in veins’ barbed bindings; / Brave love, dream / Not of staunching such strict flame, but come, / Lean to my wound; burn on, burn on. Continua a leggere

Margaret Atwood – Esercizi di potere

Esercizi di potere  (Power Politics, 1971) di Margaret Atwood, collana Poeti di Nottetempo Edizioni, 2020Un libro minimalista, con la sua semplice copertina bianca,  privo di nota introduttiva (che ci poteva stare), di note al testo (ma inutili con l’inglese lineare di Atwood, un limpido Canadian English), solo la traduzione, che a me pare molto buona, di Silvia Bre. Si tratta di Esercizi di potere  (Power Politics, 1971) di Margaret Atwood, collana Poeti di Nottetempo Edizioni, 2020. 

Non è inutile citare l’anno di uscita di Power Politics.  Gli anni Sessanta si sono appena conclusi, con tutte le loro istanze alcune delle quali daranno qualche frutto solo a distanza di tempo. Come le rivendicazioni delle donne, la parità di genere, il desiderio, il rispetto, l’autodeterminazione nel pubblico e nel privato, il diritto di scelta, la sessualità. Tutti temi su cui, fin dai primi Sessanta, Atwood è sempre stata attiva, che hanno anzi trovato voce in molte delle sue opere, dalla poesia ai romanzi distopici per cui è celebre, come Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale, 1985). Sono anche (o sono da poco stati) gli anni di Sylvia Plath, di Anne Sexton, dei confessionals, a cui Atwood in molti stilemi tra cui un forte uso delle similitudini è accostabile, autori nei quali il conflitto, il dramma interiore, le difficoltà nei rapporti sono ben presenti. Gli esercizi (potremmo dire i giochi) di potere al centro di questa raccolta sono infatti quelli tra un uomo e una donna, le dinamiche che animano da sempre (v. “Prima mi avevano dato secoli” qui sotto) i rapporti tra i generi, non solo nella sfera sessuale ma in generale anche in quella sociale e politica. Si parla in effetti di una diseguaglianza di potere, non solo inteso come peso all’interno della società, ma anche come diverso peso dell’investimento affettivo nei rapporti tra un uomo e una donna, la diseguaglianza che c’è nell’attaccamento emozionale al rapporto. E tuttavia l’approccio di Atwood, la resa di questo tema in poesia, non è tanto “politico”, anzi è piuttosto personale, perfino intimo e venato in molti punti di una ironia che smussa i conflitti, li riveste appunto di una patina di superiore comprensione delle cose, ma anche della vena di cinismo di chi ha acquisito una certa esperienza, alla fine una specie di saggezza. E’ appunto personale perché Atwood parla delle sue esperienze, del suo avere a che fare, anche in maniera dolorosa, con gli uomini, o con un Uomo, visto di volta in volta come un mostro a tre teste, un Generale, un Imperialista, un amo infisso nell’occhio, ma anche uno capace di prodigare piacere, “gentle moments”, e insieme sessualità violenta, ma anche qualcuno che ti aggancia, che “fit into me”, mi aderisce, mi sta a pennello (Bre traduce giustamente “ti adatti dentro me”) sebbene lo faccia “like a hook into an eye”, appunto come un amo in un occhio, una visione che sta tra Bataille e Buñuel. Un lungo poema, quindi, di attrazione, dipendenza, attaccamento, dolore, fino al raggiungimento di uno stadio finale in cui il gioco non vale più,  non c’è niente di salvabile nel rapporto né esiste la possibilità di farlo, salvo la realizzazione di una diversa forza e consapevolezza di sé come donna. Atwood non solo incarna in poesia quello che appariva uno slogan talvolta superficiale, “il privato è politico”, ma afferma, qui e altrove da sempre, che il potere in effetti permea tutte le interazioni tra uomini, tra uomini e donne, tra gruppi sociali sia nelle grandi questioni che nelle azioni quotidiane, sebbene, come è stato notato, i personaggi femminili nelle opere di Atwood non siano mai vittime passive. Come afferma uno dei suoi critici, Sherrill Grace, docente alla British Columbia University, “attraverso queste poesie Atwood mostra come le lotte di potere colorino tutto ciò che facciamo, trasformando anche le nostre attività più sacre in manovre mortali che, alla fine, distruggono entrambe le parti”, identificando la tensione centrale in tutto il lavoro della scrittrice come “la spinta verso l’arte da una parte e verso la vita dall’altra”. Insieme al fatto che, aggiunge, Atwood “è costantemente consapevole degli opposti – sé / altro, soggetto / oggetto, maschio / femmina, natura / uomo – e della necessità di accettarli e lavorare al loro interno”. (g.c.) Continua a leggere