Archivi categoria: poesia italiana contemporanea

Katia Sassoni – Canzoni sotto la cattedra, nota di Sandra Palombo

Katia Sassoni - Canzoni sotto la cattedra.Ospito con piacere una “impressione di lettura” di Sandra Palombo, amica fin dai primi anni 2000, poetessa presente sul blog in diverse occasioni (v. QUI), nata a Livorno ma elbana di Portoferraio da sempre, storica di formazione con particolare interesse per il periodo isolano di Napoleone Bonaparte.

Impressioni di lettura: Katia Sassoni – Canzoni sotto la cattedra.

.Una soffusa malinconia è base musicale sulla quale risaltano poesie alla ricerca di sé, tra introspezione e vissuto, in Canzoni sotto la cattedra di Katia Sassoni edito da Giuliano Ladolfi editore, 2022.

Una malinconia che non stucca, sottofondo di versi che cantano la storia di ogni donna nelle stagioni della vita.

Come non riconoscersi nello sguardo retrospettivo di Che cosa resterà di noi?

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Maristella Diotaiuti – . come cosa viva

Maristella Diotaiuti - . come cosa viva - Terra d'ulivi Edizioni, 2021Maristella Diotaiuti – . come cosa viva Terra d’ulivi Edizioni, 2021
Come scrive nel primo testo, in questa raccolta che mi pare essere il suo esordio poetico, Maristella Diotaiuti  “Inscena. l’oscuro. Prepara. la sua trama. Tesse. intriga. la tragica ironia”. Per chi non avesse il libro in mano diciamo intanto che questa interpunzione che frange i sintagmi, spezza il ritmo e il respiro, costringe la mente a ricomporre un senso è già un elemento di stile della scrittura di Maristella. Ma a parte ciò (ci torneremo semmai) il testo iniziale è già abbastanza indicativo, o addirittura programmatico, una specie di preambolo dell’opera in cui l’autrice ci dice tra l’altro che “Questo è il ritmo.  dei figli più belli. del mondo. i poeti”, i quali “Sanno. che la verità. è chiara e tortuosa”. Al di là di questo ossimoro la cifra di Diotaiuti è un’oscurità misteriosa, una materia ad alta densità che a tratti si riflette sulla scrittura, ma che non è perseguita o ricercata a fini mimetici, anzi è il luogo dove quella verità deve essere indagata. Non ci sono alternative, è una sfida che deve essere raccolta. E questa notazione per così dire metapoetica, che riguarda cioè il fare, non è esterna alla materia stessa, non è uno strumento ma una mappa. Il territorio, come in tanta poesia contemporanea, è  esistenziale, non tanto come mero vissuto (e quindi memoria) quanto come intreccio di domande spesso senza risposta (e quindi speculazione e angoscia). Questo nella sua generalità, poi naturalmente lo sguardo si volge in ambiti nei quali l’identità del poeta trova le sue eco, i suoi punti di riferimento, i suoi totem, e soprattutto gli essenziali appigli alla realtà vissuta e percepita. Che possono essere elementi oggettuali, rondini in cielo, odore di erba, una falce di luna ecc., senza tuttavia essere correlati oggettivi (cioè metonimie)  giacché la loro funzione principale, mi sembra, è quella testimoniale, un esserci insieme a chi osserva, il poeta stesso, che in questa rarefatta realtà tangibile è insieme presente e assente, ma comunque esiste, è momento di sé. In altre parole, le cose (“il concreto e il misurabile”) sono nel verso perché il poeta è lì ad attestarle  e ad esserne attestato. Ed è suo compito di estrarle (“le cose stanno / ritirate in se stesse / in una insenatura inconsueta”), di rinvenire la natura poetica di esse, accettare ogni “imprevisto grumo di realtà”.

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Francesco Lorusso, Mauro Pierno – Tra i tempi tecnici

Francesco Lorusso Mauro Pierno, Tra i tempi tecnici - Ed. SpagineFrancesco Lorusso Mauro Pierno, Tra i tempi tecnici – Ed. Spagine, Associazione Culturale Fondo Verri, Lecce, 2021

 

Un libro a quattro mani di Francesco Lorusso (già su Imperfetta Ellisse QUI e QUI) e Mauro Pierno, con una erudita e ponderosa postfazione di Antonino Contiliano che purtroppo non  aiuta molto la lettura. Ma vediamo di cavarcela da soli.
Diciamo intanto qualcosa sullo scrivere a quattro mani. Come affermano gli autori: “si voleva smontare il concetto della creatività come operazione individuale e solitaria e, contemporaneamente, indagare quali fossero i fattori che entrano in campo fra due “poeti” e colleghi di un medesimo luogo di lavoro”. È una interessante prospettiva, anzi una dichiarazione d’intenti che ci offre per ora un paio di suggerimenti, ovvero il cosa e il come. Il tema intanto, che sembra essere quello già caro al Lorusso di L’ufficio del personale (v. secondo link qui sopra), cioè appunto l’ambiente lavorativo. Ovvero il luogo in cui – lo sappiamo – lo spazio è limitato e il tempo viceversa sembra infinito e dove i due poeti, in un certo senso, coabitano per quel tempo che si è detto e per quel tanto che basta, direi, per – creativamente – assomigliarsi. E  poi, di conseguenza, come secondo punto la messa in opera concettuale di questa scrittura che è in teoria indistinguibile (vedremo poi se si tratta di un pregio o di un difetto), ma che in realtà (e mi scuso con Pierno, di cui non ho letto niente) nella sua tessitura mi ricorda parecchio il Lorusso di Maceria (v. primo link qui sopra). Ma non c’è motivo di dubitare che la scrittura a quattro mani si sia effettivamente concretizzata in questo libro, che cioè esso sia in qualche modo la realizzazione di quell’auspicato superamento della “creatività come operazione individuale e solitaria”, superamento peraltro nell’arte sperimentato diverse altre volte (basti pensare a collettivi come Gutai o Fluxus). Non c’è motivo di dubitare, ripeto, ma certo, stante la dichiarazione di cui sopra, una verifica (altro termine che ha ampia cittadinanza in arte, e che peraltro gli autori citano) non sarebbe superflua. Che intendo dire?

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Davide Cortese – Zebù bambino

Davide Cortese - Zebù bambino - Terra d'ulivi 2021Davide Cortese – Zebù bambino, Terra d’ulivi ed., 2021 – Nota di lettura di Matteo Galluzzo 

 

“Zebù bambino”, questo il titolo dell’ultimo libro di Davide Cortese, poeta siciliano originario dell’isola di Lipari. Un titolo che fin da subito rende esplicito, nell’assonanza irriverente con il più ortodosso e pacificato Gesù bambino, il tono di questa breve ma intensa raccolta composta da 21 liriche che filano veloci come filastrocche ma in cui si intrecciano tematiche molto più articolate e profonde di quanto possa sembrare ad una prima e superficiale lettura.

Quello del Zebù bambino di Davide Cortese è uno sguardo che ci interroga e a cui non possiamo sottrarci. È un confronto serrato con noi stessi, fin dalla poesia iniziale che serve da guida e da dichiarazione: “Due miei volti si specchiano/nelle ginocchia sbucciate/del demone bambino.”

Dualità e contrasto sono i poli tra cui si muove la poesia, anche dal punto di vista linguistico. E il contrasto tra la semplicità del linguaggio che rimanda, anche ritmicamente, alla leggerezza della filastrocca e l’abominio della descrizione, genera lo spiazzamento del lettore, il suo straniamento.

Franz Kafka in un passaggio di una lettera indirizzata a Oscar Pollack si domanda “Se un libro non ci sveglia con un pugno in testa, perché mai lo leggiamo?”, per poi aggiungere che “un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”. Queste affermazioni sottintendono il fatto che un libro può agire sul mondo solo nel punto di incontro tra scrittura e lettura; è nella lettura, infatti, che si avverano le promesse del testo scritto.

Così questa raccolta poetica, proprio nella sua apparente semplicità, e attraverso la frizione tra forma e contenuto, forza il lettore a interrogarsi sul senso della propria lettura.Lo spinge cioè a riconsiderare il proprio posizionamento nei confronti del testo e del mondo, suscitando una riflessione più ampia sul senso e sulle difficoltà dell’agire umano, soprattutto nei suoi cedimenti al male. Il testo chiama in causa, suscitandola, l’individualità del lettore, portandolo a rispecchiare su se stesso le colpe del diavolo bambino e a sentirsene in qualche modo responsabile: “A chi aspramente lo rimprovera/per qualche suo scherzo atroce/“L’ho imparato dagli uomini”/ogni santa volta dice.” Per contro, la caduta della responsabilità, il suo rinnegamento, genera quell’abominio di cui il piccolo Zebù si fa esecutore. Continua a leggere

Riletture: Stefano Massari

Stefano MassariAspettando di leggere – con molta curiosità e qualche trepidazione per un’attesa che finalmente si colma – il nuovo libro di poesie di Stefano Massari (Macchine del Diluvio, MC Edizioni Milano, in libreria dal 21 marzo 2022) ripropongo qui dal vecchio sito di Imperfetta Ellisse una breve nota e qualche estratto dal suo Serie del ritorno (Ed. La vita felice, 2009), che credo sia il suo ultimo libro e che personalmente considero uno delle migliori raccolte almeno del decennio scorso.


Un libro bello e terribile, questo di Stefano Massari, e sicuramente uno dei più importanti tra quelli letti ultimamente. Non è un libro per anime semplici, né per coloro che credono che la poesia sia un’attività sorgiva e consolatoria. Qui di consolatorio c’è molto poco, anche per il suo autore. Perchè Stefano si è seduto sulla soglia, quella estrema, e si è messo a parlare di morte, a tentare, come è possibile fare a un poeta, un suo personale viaggio d’Orfeo.
Un libro (Serie del ritorno, La Vita Felice, 2009) con una sua risolutezza, anche stilistica e (sia inteso del tutto positivamente) una forma alta di retorica cioè di arte del dire… (continua a leggere QUI)

Mario Diacono – Cos’è una poesia

Un testo di Mario Diacono, tratto dal prezioso libro Mario Diacono – THE OCCULTA POESIA, tre libri, pubblicato nel 2021, da [dia*foria / dreamBOOK Editore (pag. 156, Euro 25,00 ISBN 9788899830496), che collaziona le oggi introvabili raccolte DENOMIsegniNATURA (1962), MYSTICFICACTIONS (texti 1962-1967) e r:Esistenza (testi 1975-2007).
Impossibile definire Mario Diacono (Roma 1930 – ): è poeta lineare e visuale (v. immagine in fondo all’articolo), artista sperimentale, mercante, critico d’arte e saggista (autore tra l’altro del primo saggio su Vito Acconci), gallerista scopritore e sostenitore di figure cruciali dell’arte contemporanea, traduttore tra gli altri di Joyce, Artaud e Michaux, amico di Emilio Villa e Sandro Penna, amico (e segretario per anni) di Giuseppe Ungaretti, autore teatrale, docente universitario, promotore di riviste d’arte e altro ancora.
Il testo qui riportato è tratto da r:Esistenza. Dire cos’è una poesia è forse dire ciò che contiene o non contiene, potenzialmente tutto e nulla, ed è dire anche – forse – chi è il poeta che la produce, che tuttavia ipotizzo sia per Diacono (o è auspicabile che sia) un poeta che deve evitare “la luce filosofica”, un “poeta sconosciuto”, come dice il verso “dem unbekannten Dichter”, espressa citazione del “dio sconosciuto” di Nietzsche, poeta a  cui l’autore sembra indicare una strada, non escludendo, io credo, che la poesia, parafrasando il filosofo, debba essere conosciuta e servita. Evitando però “il significante della Mitteleuropa latente che si traduce in un binario morto”.
Un testo assai articolato, non facile e ricchissimo di giochi semantici, di riferimenti e incroci culturali, come quello appena citato. Ci si potrebbe divertire a rinvenirli, dai più “bassi” come il “kitsch Lorrain” che sbeffeggia la quiche lorraine ad allusioni più colte come il Caspar David Friedrich del “Viandante sul mare di nebbia” o l’Adorno del “dopo Auschwitz” o scenette surreali come quella di Freud che fa il “mind driver” su un bus della Quinta strada o diversi accenni alla cultura pop o agli artisti (come, mi par di capire, Ana Mendieta) di quella metà degli anni ’80. Buona lettura. (g.c.) Continua a leggere

Angelo Lumelli – Trattatello incostante

angelo lumelliSi torna a parlare di Angelo Lumelli, almeno in una cerchia un po’ più ampia dei soliti avvertiti, per via dell’uscita nel 2020, presso le Edizioni del verri, del volume Le poesie che raccoglie tutta la produzione poetica dell’autore, e degli articoli più recentemente usciti sull’argomento, come ad esempio quello di  Marina Massenz su Nazione Indiana. Per quanto mi riguarda avevo già incontrato la poesia la poesia di Lumelli negli anni ’80, come scrivo in questo post del 2010 ospitato nel vecchio sito di “Imperfetta Ellisse”. Pur essendo un po’ datato, almeno in termini di bibliografia (rimando per maggiori e più dettagliate informazioni a AngeloLumelli.net | Sito Ufficiale), lo ripropongo qui perché contiene almeno una curiosità che non credo reperibile nel libro uscito nel 2020 (non l’ho ancora visto). (g.c.)


Angelo Lumelli è nato nel 1944 a Momperone (Alessandria) «nel basso Piemonte, tra colline un po’ recluse» dove è ritornato dopo aver vissuto a Milano. E’ un poeta schivo che, come di lui ha detto Giancarlo Majorino, ha i «piedi in terra» e la «testa in fiamme». Cosa bella cosa, (Guanda 1977); Trattatelo incostante, (Savelli 1980); Bambina teoria, (Corpo 10 1990), sono le sue raccolte più significative. Lumelli ha anche pubblicato un libro di narrativa, Un Pieno di Super (Novirom 2005). Tra le sue traduzioni ricordiamo gli Inni alla notte di Novalis per Guanda nel 1977. Nel 2008 è uscito Per non essere l’acqua che amo, La Vita Felice.

Il poemetto qui presente è tratto dall’omonimo libro “Trattatello incostante” – Savelli 1980, collana “Poesia e realtà” a cura di Giancarlo Majorino e Roberto Roversi, oggi credo introvabile. In fondo al libro segue il “dibattito“, idea che oggi fa forse sorridere almeno i più anziani perchè rimanda a un periodo infervorato e caotico e ricorda i primi film di Nanni Moretti, ma che forse tornerebbe utile riproporre al posto delle solite postfazioni. Ne trascrivo  in calce le prime battute, utili per capire il Lumelli di allora e anche per farsi un’idea del clima dell’epoca. (continua a leggere QUI)

 

Valeria Rossella – Quello che vedo

Valeria Rossella - Quello che vedo - Interlinea Edizioni 2021Valeria Rossella – Quello che vedo – Interlinea Edizioni 2021
Ricevo da Interlinea Edizioni, certo su indicazione dell’autrice, questo bel libro di Valeria Rossella, già presente su questo blog (v. QUI), in particolare per la sua raccolta di poesie La città di Kitež, uscita per Aragno nel 2012. Rossella, va detto subito, non è solo poeta di grande raffinatezza, ma anche studiosa e traduttrice dal polacco, in particolare del Premio Nobel Czesław Miłosz (sua ad es. la cura del monumentale Trattato poetico, Adelphi 2012). Già all’epoca, cioè nel 2012, avevo rilevato alcuni elementi di interesse, a cominciare da una inesausta fonte lirico elegiaca a cui Rossella attinge senza intellettualismi, forte della convinzione che la poesia, alla fine, appartiene solo a sé stessa, libera da correnti, schieramenti, rinnovamenti obbligati, modernismi. Così come avevo osservato a suo tempo, anche qui tornano protagonisti certi temi che appartengono alla natura stessa della poesia, al suo essere voce umana, pensiero, speculazione sull’esistenza (e tuttavia più della filosofia, giacché – dice Valeria – “i filosofi portano verità cariate nella bocca”): il tempo innanzitutto, topos tanto indefinibile quanto imprescindibile, matrice del flusso della vita e della memoria di essa, filza di attimi/coscienza in cui siamo stati, di cui abbiamo impronta (sia detto, ancora, senza scomodare filosofi); i sentimenti e gli affetti, compresa la mancanza, l’assenza, ma anche la persistenza che ad essi assicura il ricordo, sia pure nella sua poetica “inesattezza”, ovvero nella sua ri-creazione in versi, nella sistemazione di esso in un casellario privato; e c’è, in questa componente sentimentale/memoriale, naturalmente un sentimento del tempo, che scorre e forse ritorna come nelle piccole stazioni che “hanno due binari”, che in qualche modo  è un flusso ma “non sta su un piano cartesiano”, cioè non ha quella razionalità che alla poesia non può interessare, poiché semmai è (e il poeta lo sa) a rude stream di shakespeariana memoria. Va da sé che in questo repertorio tematico, qui come in Kitež, non possono essere assenti la morte e i morti. Rossella sa che “non si ritorna mai, non si ritorna”, la morte è un momento in cui “ciò che è lasciato è lasciato, il libro aperto / a pagina cinquanta”, il distacco anche improvviso da una concretezza di persone e cose, un precipitare “nel buio dove tutto è immoto, dove tutto è anemico”, ovvero un luogo scolorato e inerte. I morti, certo, ma anche coloro che si sono persi per strada, i lontani, i dimenticati, che cioè soggiornano in un limbo, quelli che solo grazie alla memoria, a un recupero poetico, “emergono dal permafrost degli anni”. Come un aruspice il poeta deve raccogliere i segni e risignificarli, siano essi cose concrete o memoriali o gli uccelli qui spesso presenti (civette, cigni, ballerine bianche, le mitiche Chere, storni o “uccelletti sconosciuti con la testa bianca”) oppure “gli oggetti-talismano, il Rocci, lo spartito / dell’Amore è blu”. È un procedimento creativo raffinato, in cui nulla va perduto e nulla è ridondante, e tutto o quasi, specie nelle poesie migliori, si ricombina in un testo poetico assai suggestivo, dove pensiero e immagine si abbracciano (v. ad es. più sotto Monadi nell’autunno del 2020). La poesia si ricompone, si ricuce. E sebbene Valeria ci avverta che “l’arte delle cicatrici non consola” tuttavia la poesia non può declinare certe responsabilità. Si tratta, come già accennato, di ricostruire, che è pur sempre un atto di speranza. O rimettere insieme i cocci, come suggerisce l’autrice nella sezione Kintsugi, ovvero, come annota Rossella, l’arte giapponese di restaurare oggetti rotti con lacche o metalli preziosi lasciando tuttavia visibili le fratture: poiché – aggiungo in generale – il testo, soprattutto in lirica, non nasconde (o non dovrebbe), semmai ricompone sotto altra forma i frammenti, crea un’estetica in cui il segno del tempo (che grida, “il tempo che piange ininterrotto”), forse l’imperfezione, forse un certo senso di impermanenza, o  l’impossibilità del ritorno all’inizio “per chiudere la vena” sono fondamentali (definiamolo, perché no, un wabi-sabi poetico). Alla fine, nella lingua colta ma cristallina, impreziosita spesso da lampi di metri canonici come certi endecasillabi, tutto trova la sua luce, c’è molto poco di fosco, niente di patetico, ma nemmeno niente di rassegnato. Perché, come già in Kitež, Rossella si pone saldamente al centro ma senza egotismi, confida solo (o spera) che la poesia, come i limoni dipinti da Francisco de Zurbaràn, nella poesia omonima, che non “patiranno le muffe e i saprofiti”,  riesca a ricreare una realtà che “cambia di grado”  sconfiggendo “la vociferante obsolescente acqua” del tempo. (g. cerrai)

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After BIL 2021: Anita Piscazzi

Come giuria della sezione C (poesie inedite) di Bologna in Lettere 2021 abbiamo anche  il compito di stendere le motivazioni dei premi (o delle segnalazioni, come in questo caso). Pubblico anche qui, insieme ai testi, quelle di cui sono autore. – 2 –

Anita Piscazzi – Lo scompenso delle immagini 

Piscazzi sceglie l’elegia, in questi tre testi, la malinconia, il dolore di un nostos non necessariamente chiaro e definito, l’andamento un po’ stupefatto e un po’ errabondo di chi scopre un luogo della poesia in quel “niente in tasca” di cui parla nel primo brano, sapendo però che corrisponde non ad un nihil esistenziale, ad un vuoto, ma ad una assenza, un dolore, un’inquietudine indefinita, forse senza oggetti bersaglio denotati, ma non per questo meno “presente”, meno angustiante. L’indefinito, il generico, l’astratto fanno logicamente sponda al simbolico, ad una voce che sembra echeggiare in stanze ombreggiate, il tono è di primo acchito quasi pitico e non solo per un uso del perfetto che rimanda ad un mito, ad una storia o mistero personale o per un uso del verso libero a tratti predittivo. Ma anche per un lanciare segnali a chi legge, come a volerlo informare di un invisibile tutt’altro che privato, come ad esempio la convinzione che “il petto degli altri è un lupo”, che da certe catabasi della memoria si torna, ecco, con niente in tasca, a parte un po’ di rimpianti. Certo è comprensibile che in questa indagine di zone d’ombra, di angoli del sé in rapporto alla propria esperienza l’immagine sia appunto “scompensata”, smarginata – dice Piscazzi – come  una riva senz’acqua, sia cioè un limitare privo di ciò che lo rende tale, ovvero privo di un colloquio tra elementi, e perciò stesso sia perturbante o crei uno “scontento inquieto”. La poesia sta allora (per citare l’autrice) nel segretamente abitare il proprio senso cieco e oscuro, ancor di più nel testimoniare (fare testamento) del passaggio di un Angelo di luce, sia essa la semplice luce nuova che l’inverno promette  o quella sorgente “sulle ossa sparse nei mari / sulla morte della viola di marzo”. Un angelo, forse necessario, ci auguriamo,  come quello di cui scriveva Wallace Stevens. (g. cerrai) Continua a leggere

After BIL 2021: Erika Di Felice

Erika De FeliceCome giuria della sezione C (poesie inedite) di Bologna in Lettere 2021 abbiamo anche  il compito di stendere le motivazioni dei premi (o delle segnalazioni, come in questo caso). Pubblico anche qui, insieme ai testi, quelle di cui sono autore. – 1 –

Erika De Felice – Lungomare, Zara

Quella di Erika De Felice è poesia colloquiale, in conversazione con un tu di riferimento (“hai mai pensato…”, “per ricomporsi sai…”) che è specchio ed assenza, o forse è – almeno poeticamente – un alter ego con cui rapportarsi. Il luogo, l’ora (22.45 dei giovedì dispersi) sono puri palcoscenici, come quando si rimugina guardando l’orizzonte seduti su un molo, la presenza fisica è marginale rispetto al lavorìo del pensiero, la verbalizzazione di questo pensiero è connotata da una frammentazione di quello che poeticamente si riesce e si vuole ricordare, registrare a futura lettura, che poi è in parte il meccanismo della memoria (tutta questa poesia è in fondo memoriale e perciò elegiaca), e quindi secondo una procedura (non tanto retorica o testuale, quanto magari psicologica) metonimica (una parte frazionaria per il tutto, ad es.: “Le tue spalle / e il mio peso del mondo / solo questo ricordo / questo solo di te”), di cui anche la scrittura, la forma sono specchio. Un procedimento che rende questa poesia decisamente affettiva e perciò stesso immediatamente – diciamo – agréable, nel suo poggiarsi in definitiva su un ventaglio di sentimenti di privazione e di solitudine che conosciamo, che sono umani e quindi a noi (terenziani lettori) non alieni. Ma il sentimento di inquieta aspettativa di qualcosa non destinato al ritorno, al recupero, al nuovo abbraccio, quel sentimento è definitivo, “come una notte che non risorge”, ci dice l’autrice. Questa mancanza di un’alba (o qualsiasi speranza) è agnostica e perciò conchiusa in sé, qualsiasi esperienza in fondo, per quanto ripetibile  in   poesia, avviene per consumazione della stessa come in un giorno anch’esso ripetibile, “quest’oggi [che] non è passato”, qualcosa a cui forse ci si abitua (“nulla mi ripugna di te / nemmeno la morte che scorre sottile / nemmeno questo pallido vento”) ma a cui in fondo non si vuole credere (“e dimmi, alla fine / è poi questa la fede?”). La poesia dà voce, come può, a questo dibattersi come all’interno di una Skinner box, una gabbia da esperimento, una condizione che ha un che di destinale, di ontologico, forse – come l’angoscia – non del tutto sensato quanto irriducibile. “Questa vita – corpo confuso / ci contiene per sbaglio”. Il resto del mondo appare precluso. (g. cerrai) Continua a leggere