Archivi categoria: poesia italiana contemporanea

After BIL 2021: Erika Di Felice

Erika De FeliceCome giuria della sezione C (poesie inedite) di Bologna in Lettere 2021 abbiamo anche  il compito di stendere le motivazioni dei premi (o delle segnalazioni, come in questo caso). Pubblico anche qui, insieme ai testi, quelle di cui sono autore. – 1 –

Erika De Felice – Lungomare, Zara

Quella di Erika De Felice è poesia colloquiale, in conversazione con un tu di riferimento (“hai mai pensato…”, “per ricomporsi sai…”) che è specchio ed assenza, o forse è – almeno poeticamente – un alter ego con cui rapportarsi. Il luogo, l’ora (22.45 dei giovedì dispersi) sono puri palcoscenici, come quando si rimugina guardando l’orizzonte seduti su un molo, la presenza fisica è marginale rispetto al lavorìo del pensiero, la verbalizzazione di questo pensiero è connotata da una frammentazione di quello che poeticamente si riesce e si vuole ricordare, registrare a futura lettura, che poi è in parte il meccanismo della memoria (tutta questa poesia è in fondo memoriale e perciò elegiaca), e quindi secondo una procedura (non tanto retorica o testuale, quanto magari psicologica) metonimica (una parte frazionaria per il tutto, ad es.: “Le tue spalle / e il mio peso del mondo / solo questo ricordo / questo solo di te”), di cui anche la scrittura, la forma sono specchio. Un procedimento che rende questa poesia decisamente affettiva e perciò stesso immediatamente – diciamo – agréable, nel suo poggiarsi in definitiva su un ventaglio di sentimenti di privazione e di solitudine che conosciamo, che sono umani e quindi a noi (terenziani lettori) non alieni. Ma il sentimento di inquieta aspettativa di qualcosa non destinato al ritorno, al recupero, al nuovo abbraccio, quel sentimento è definitivo, “come una notte che non risorge”, ci dice l’autrice. Questa mancanza di un’alba (o qualsiasi speranza) è agnostica e perciò conchiusa in sé, qualsiasi esperienza in fondo, per quanto ripetibile  in   poesia, avviene per consumazione della stessa come in un giorno anch’esso ripetibile, “quest’oggi [che] non è passato”, qualcosa a cui forse ci si abitua (“nulla mi ripugna di te / nemmeno la morte che scorre sottile / nemmeno questo pallido vento”) ma a cui in fondo non si vuole credere (“e dimmi, alla fine / è poi questa la fede?”). La poesia dà voce, come può, a questo dibattersi come all’interno di una Skinner box, una gabbia da esperimento, una condizione che ha un che di destinale, di ontologico, forse – come l’angoscia – non del tutto sensato quanto irriducibile. “Questa vita – corpo confuso / ci contiene per sbaglio”. Il resto del mondo appare precluso. (g. cerrai) Continua a leggere

Alberta Tummolo – Come pagina bianca, nota di Carmine Chiodo

Alberta Tummolo, Come pagina bianca, Poesie, RPlibriAlberta Tummolo, Come pagina bianca, Poesie, RPlibri, San Giorgio del Sannio (BN), 2021

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La poesia di Alberta Tummolo prima di ogni cosa nasce dall’ascolto e dall’incontro: incontrare e ascoltare altre vite, oltre la propria, e non mancano quelle dei giovani, dei ragazzi allievi della stessa poetessa, insegnante di Lettere a Colleferro (Roma).

Il titolo della raccolta è emblematico in quanto – e non faccio altro che ripetere un pensiero della stessa Tummolo che si legge nell’Introduzione – “pagina bianca” è “in fondo la vita“ e su questa pagina “rimangono i segni dei nostri tentativi di disegnare la nostra esistenza che si incontra con le esistenze degli altri”; per questo incontro con le vite altrui, notevole è l’ultima sezione della silloge che prende come titolo “Minuscoli dialoghi”, la prima e la seconda sezione sono: “Non è un vuoto“ e “Rifiuti”: qui c’è parecchio ascolto.

E’ su ”questa pagina bianca” che la Tummolo scrive la sua lucente, chiara, fluida poesia, priva di orpelli e sproloqui. Si ascolta la voce vibrante dell’io poetante che ci parla, ci comunica i vari contenuti della raccolta espressi con lingua diretta, efficace, di facile comprensione (ma di grande significato) che ben s’attaglia ai temi, alle situazioni svolte. Lingua e tematica molto originali, come pure il timbro e la fattura dei versi. Una poesia linda e che con estrema naturalezza e varietà timbrica ci presenta, per esempio, la condizione esistenziale, che ci dice, quando ci si trova nel “mare in tempesta” come fare per “tornare a prendere il largo”. Continua a leggere

da Nihil: 1

Pubblico raramente, su questo blog, qualcosa di mio. In questo caso è l’inizio di qualcosa. Inizio che è avvenuto anni fa. Qualcosa di cui non è facile dire con esattezza di che cosa si tratti. Prima c’è (c’è stato) il testo, poi questo video che, tutto sommato, è ancora testo, sebbene sia  corredato da immagini e voce. Nihil è una persona ma non un personaggio. È semmai un esemplare di un lenta ma inesorabile mutazione antropologica. E il testo è il testo, nel senso che solo le parole hanno il diritto di rinfacciare qualcosa a qualcuno. (g.c.)

 

 

Riccardo Delfino – Il sorriso adolescente dei morti

Riccardo Delfino – Il sorriso adolescente dei morti – RPLibri 2021
Ah, i libri d’esordio! Ce li immaginiamo sempre come qualcosa che emerge da un supposto deserto preesistente, stiamo lì a spulciarli alla ricerca di certezze e promesse, di un qualche segnale di svolta, magari di un innovativo sguardo sulla realtà, per poi forse uscirne delusi nelle nostre aspettative. Un approccio ingiusto, diciamolo. Però qualche spunto di riflessione generale possiamo cavarne.
Questa di Delfino è un’opera prima che più non si potrebbe. Uscito in settembre, scritto da un giovane millennial (è nato nel 2000),  studente romano di filosofia, questo libro fa del suo autore un absolute beginner, ma non proprio un principiante. Nel senso che, come tutti, proviene da qualche  buona lettura o dalla scuola, fin dove la scuola, quando va bene, è solita arrivare. In effetti è proprio Antonio Bux, nella nota introduttiva, a rilevare per primo da una parte “una nota lievemente crepuscolare”, dall’altra “una colloquialità quasi sacrale e dai toni decadentisti”, con l’aggiunta – annoto io – di qualche piccolo recupero stilistico, come certe – ma non molte e peraltro pertinenti – rime o endecasillabi leopardiani (“la vita / è poca cosa, e non conosce cura”). In altre parole il primo Novecento. Be’, Bux ha ragione, e fin qui diciamo che Delfino rientra a pieno titolo in una generazione (o in un’età) non ancora abbastanza “crudele” da far fuori una certa idea di poesia, o meglio una certa idea di come la poesia si fa espressione. Non è solo una questione di stile, naturalmente, anzi da quel punto di vista Delfino ha senz’altro delle carte, almeno quelle che il suo vivere oggi, in questo tipo di contemporaneità che costringe a una certa lineare immediatezza, gli fornisce. Cosa che si concretizza non solo nella brevità efficace dei testi (anche in questo D. ha molti fratelli nella sua generazione), ma anche nel fatto che quei testi tendono a proporsi come frammenti “aperti” e in qualche modo contigui, ovverosia suggeriscono una riflessione e insieme tentano di dare l’idea di un cursus vitae, di un susseguirsi di giorni che l’autore tiene sotto osservazione e che pur essendo “momenti” hanno la loro giustezza esistenziale, o se vogliamo una loro “esemplarità”, soprattutto se in relazione a un tema. 
Il tema principale della raccolta è la morte. E il “sorriso adolescente dei morti” potrebbe essere quello di Gabriele Galloni, scomparso troppo giovane, primo autore in questa stessa collana con In che luce cadranno (ma vedi anche QUI). Naturalmente la morte è tra gli universali della poesia, un topos che può assurgere a una sua originalità solo se lo si permea con un sentire o un epos o una riflessione ontologica o ancora con qualcosa che (purtroppo) è stato esperito, non con una giovanile paura anticipatoria, o perfino, come vagamente proprio in Galloni, con una qual componente narcisistica di chi con un universale flirta. Confesso infatti che mi induce qualche perplessità, di un ventenne, questa contemplatio mortis che qui serpeggia, che forse potremmo capire, noi che abbiamo una certa età, come metafora di una imminenza che riguarda non solo gli uomini ma tutta la natura. Oppure, certo (ed è l’ipotesi di Bux), si potrebbe trattare di una morte “solo tacitamente osservata, non desiderata, bensì un’attesa pressoché innocente di offrirsi casti alla liturgia della vita”, come di chi sa o si sente che “essere adolescenti equivale lo stesso a sparire”. Ipotesi interessante, ma che equivarrebbe a quella un po’ romantica di chi, non avendo ancora esperito in pieno la vita, salta poeticamente alle conclusioni come un veloce fuoco che brucia. È l’elegia anticipata, il nostos di un viaggio ancora da fare, e tuttavia non si può non rilevarne un certo fascino. Certo, è inevitabile, in questo osservare, qualche eccesso di pathos, come in un paio di testi,  quelli più lunghi, che sarebbe stato meglio espungere dalla raccolta,  (“intanto, io, imbiancherò / nella tua ombra: / e i miei placidi occhi / ingrigiranno il triste mondo che mi insegnasti ad amare”). Ma, al di là delle ipotesi riguardo al tema, quella che vorrei assumere è proprio appunto  – in questa raccolta – l’idea della morte (che non dimentichiamo in questi testi si accompagna a un “nulla” più volte ripetuto) come imago di un sentimento di non corrispondenza col mondo, o d’inadeguatezza alla “liturgia della vita” di cui parla Bux (e che di questi tempi non è solo esistenziale, ma anche politica e sociale). Quello che ne deriva è una visione sì tragica, come dice il curatore, ma anche di un pessimismo un po’ nichilista, che certo ha le sue ragioni, le sue ferite che l’autore teme che la vita non possa cancellare (brevi accenni in brevi testi ne sono indizio: “la mia nascita fu opera di un male orfano di padre”, “sono nato sotto la liturgia di una morte indicibile”, “esistevamo nella luce del nulla”, “siamo già luce estinta”, ecc.), uno stagno oscuro in cui anche i rari momenti d’amore naufragano in una aspettativa inquietante. Di questo pensiero,  peraltro sostenuto da una scrittura che in sé ha già, rispetto ai modi e ai temi, una sua maturità che si suppone non possa che migliorare col tempo, dobbiamo come lettori prendere atto, annotandolo con qualche dispiacere come ulteriore segno di un’epoca opaca. Da cui i giovani (e chi altri?) devono lottare per uscire. (g. cerrai)

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Augusto Blotto – Ragioni, a piene mani per l’ “enfin!”

Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per l' "enfin!" (fronte / retro)L’uscita, avvenuta nell’aprile 2021, di Ragioni, a piene mani, per l’ “enfin!” di Augusto Blotto ([dia*foria / dreamBOOK, ISBN 9788899830519, pagg. 260, con  interventi di Giacomo Cerrai, Philippe Di Meo, Chiara Serani, Stefano Agosti) tenta con la speranza di qualche successo non solo di ampliare la conoscenza di questo grande vecchio (Torino, 1933) della poesia italiana, ma anche di riaccendere l’attenzione su di un autore forse appartato ma certo non più adeguatamente analizzato, con rare eccezioni, dopo la giornata di studi a lui dedicata a Torino il 27 novembre 2009 (ora in Il clamoroso non incominciar neppure – Atti della giornata di studio in onore di Augusto Blotto (Ed. dell’Orso, 2010, con quattordici saggi di vari importanti autori).

Incominciamo col dire che questo volume non è una delle opere di Augusto Blotto, per il quale non vige affatto né il concetto di compiutezza “finita” né quello di un determinarsi conseguente e successivo del lavoro poetico né, forse, nemmeno quello ancora di tempo lineare, sebbene ogni suo libro abbia poi una sua precisa identità, una “aura che vi circola” come dice lui. È semmai una delle “emergenze”, degli affioramenti dell’inesausto lavorio blottiano. Blotto infatti è autore di un lavoro sterminato (circa ventisei opere a stampa e materiale per ipotetici almeno altri ventinove volumi), e anche questo libro è una sorta di carotaggio, una ricognizione campionaria per “estrazioni dai giacimenti” di quella che possiamo chiamare d’ora in avanti l’Opera, ovvero “l’enfin”, attualmente composto da oltre 2700 cartelle. Blotto, come scrisse uno dei suoi estimatori Giovanni Tesio, è un poeta “di sfide e dismisure”, un ricercatore indefesso che scava nel corpo immenso del linguaggio e della realtà che esso rappresenta, ne rivoluziona la sintassi, rivede senza patemi gli schemi metaforici, gli accostamenti di senso, le immagini che ne derivano, insomma un osservatore acribico del mondo che egli, grande camminatore, percorre come uno specialissimo flâneur ricevendone stimoli fluviali che l’autore organizza ed ha organizzato nel corso del suo lavoro in quello che Daniele Poletti nell’introduzione definisce un mastodontico iperoggetto letterario, uno spazio vasto che ricomprende tutti i paesaggi in cui Blotto ha fatto irruzione ridefinendoli in una nuova matrice. Ed è il linguaggio una delle maggiori peculiarità della sua poesia, una lingua non meramente strumentale né mimetica del caos del mondo, della sua incomprensibilità, ma intesa – tra le altre cose – come manifestazione del tempo (letterario ed esistenziale) quale “visione sincronica ed onnivora della realtà”, ove “il tempo è momento, o un luogo quasi topologico in cui precipitano le cose, gli oggetti, gli “accidenti” – nonché il linguaggio che li determina – e che ha una durata pari a quella del testo che li contiene, ma che non ha altra rappresentazione per così dire “lineare” o analogica, non fluisce, non ha nemmeno la figurazione di un prima e di un dopo attraverso la sintassi, la cui mobilità è segnale semmai che la realtà “avvenuta” è soggetta a una continua (finché il testo lo consente) revisione testimoniale”[1]. Ma “il linguaggio sembra avere per Blotto un peccato originale, una tabe, variamente connotata, in primis dalla rigidità del codice, con il quale tuttavia, in quanto materia, dobbiamo avere a che fare (non dimenticando che il linguaggio nella sua essenza è sempre “narrativo”, sequenziale, ordinatorio, e vive nel tempo che il testo si è dato, come abbiamo detto). E poi connotata da un comfort associativo, con cui la mente giunge a conclusioni “economiche”, in qualche caso anticipatorie, “usabili” e quindi in varia misura scontate”[2]. È l’ “ordine costituito del linguaggio” che viene da Blotto rivoluzionato, anche spessissimo sotto il profilo sintattico, cose che non impediscono però a Blotto di attingere vette anche liriche, anche umoristiche e sempre di altissimo valore descrittivo e iconico. Perché “l’atteggiamento di Blotto non è puramente contestatorio: la distruzione (la messa in crisi) dei meccanismi è in realtà la ricostruzione delle loro macerie sotto altra forma, con altri mezzi, è la proposta (peraltro un po’ imperiosa) di non lasciarsi intimorire dal sublime, nel senso di gettare uno sguardo su di una vastità impressionante, che riguarda, come un Caspar David Friedrich delle parole, quella delle possibilità del linguaggio”[3]. Blotto è poeta ricchissimo, non solo della cultura che dimostra e trasfonde nei suoi versi, ma anche di una infinità di dati informativi, sensoriali, eidetici, linguistici, oggettuali e ideativi che fornisce al lettore. Il quale, se può essere soggetto ad un “sentimento di instabilità, di non comfort (concetto tutt’altro che peregrino, basti pensare al barthesiano “piacere del testo”)”, è perché viene “condizionato” anche cognitivamente. “Condizionamento” (usiamo ancora le virgolette) che, nel suo caso, “non riguarda soltanto l’espressione di una sua realtà, ma anche come questa realtà debba essere riformulata, tramite il linguaggio, nel pensiero, anche di chi legge”[4]. Non è una semplice seduzione, è la più alta corresponsabilità del lettore. Una esperienza che possiamo definire assoluta. (g.cerrai) Continua a leggere

Glauco Piccione – Il tempo evolve, posticcia l’umanità

Glauco Piccione - Il tempo evolve, posticcia l'umanità - Transeuropa ed., 2021Glauco Piccione – Il tempo evolve, posticcia l’umanità – Transeuropa ed., 2021
Un libro interessante con un brutto titolo, uno dei titoli più brutti che abbia visto negli ultimi anni, preso da un verso di una delle poesie della raccolta (ma perché non sceglierne un altro?). Tralascerei però  di indagarne il senso e il significato,  forse didascalico (e questo già un po’ mi inquieta), che cioè vuole rimandare fin da subito ad un paio di temi centrali del libro, la finitezza dell’uomo sociale (nel mentre che fa danni) nel tempo e soprattutto nel luogo, cioè questo mondo che ci è dato, e che riempiamo di “scarti”, materiali, affettivi, identitari; la collocazione dell’uomo/poeta, come individuo, all’interno di quella stessa complessa realtà e delle dinamiche anche personali che genera, e una forse conseguente forse marginale rinascita di un uomo politico.

Non ci si entra subito, in questo libro, pur con i buoni auspici dell’autore, il quale in effetti spande generosamente una sua idea di poesia, ma soprattutto una sua idea di che cosa la poesia dovrebbe parlare. In breve: libro di invettive e riflessioni, con una cifra stilistica a volte esorbitante, come vedremo, in cui però non si entra subito  perché la scrittura di Piccione non è e non vuole essere immediatamente decifrabile, aspirando ad una certa “oscurità” creativa del linguaggio, ad una certa sperimentazione verbale che però tende a “complicare”, sempre con volontà di sperimentare, una più o meno acquisita tradizione, riconosciuta e dichiarata dall’autore come serbatoio. “Un’opera in versi che trae le proprie influenze dalla poesia italiana degli anni Settanta e da un particolare vissuto personale, che tenta di rielaborare le esperienze della cultura beat, della cultura psichedelica e della cultura hobo” mi dice l’autore in un messaggio privato. Quindi, forse, un antico che tenta di ritornare nuovo, e qualcosa di insolito per un autore nato nel 1990. Influenze di temi, o renovatio di essi, gestione della “rabbia” giovanile o meno, contenuto che quasi inevitabilmente genera o richiama la forma e insieme ne è generato, una certa distopia (nel senso di  una qualche discrasia tra l’attuale e il linguaggio che lo rappresenta, che lo pone per così dire fuori dal tempo)? No, non è tutto qui, naturalmente, seppure – comun denominatore di tutto il predetto – una scrittura generalmente magmatica, effusiva, richiami  una notevole passione – abbastanza inusuale ormai in giovani di questa generazione – che cerca nella scrittura stessa un espressionismo d’impatto, un peso specifico da consegnare al lettore. Passione che a tratti sembra voluta, autoimposta, in qualche modo autodescritta, proprio mentre l’autore tenta di oggettivarla, chiamandosene antiliricamente fuori. E sì, anche se Piccione non me lo avesse scritto, c’è in molti di questi testi, anche linguisticamente, una specie di dito puntato verso una realtà che possiamo far finta di guardare criticamente da fuori ma di cui invece siamo – certo drammaticamente  – intrisi. E questo è un fatto linguistico, come dicevo, molto più di quanto possa essere, oggi come oggi, politico, un recupero appunto di modalità espressive che è vero che trovavano la loro motivazione in un bisogno diciamo antagonista, ma che non sarebbe male recuperare applicandole però ad una realtà molto più complessa e “liquida” di quanto fosse allora. Se c’è qui qualcosa di post moderno in questo tipo di poesia (di Piccione e di altri) è un disincanto non aggressivo, una consapevolezza della fine di qualsiasi delle “grandi narrazioni” di cui parlava Lyotard (sostituite in poesia da due concetti fissi come “presente” e “frammentarietà”). Senza contare, qui come altrove nel panorama – ed è quasi ovvio -, l’espulsione dell’io/poeta, rarissimo in questo libro, quasi un mero elemento del paesaggio, un deittico che mi pare, quando c’è,  corrisponda ad una autochiamata in correo, più che a una testimonianza. Non che la presenza dell’autore difetti, tutt’altro, diciamo che la presenza, qui, è piuttosto peso stilistico, scelta programmatica di tonalità e, come s’è visto, di numi tutelari. Queste scarne considerazioni però non ci sviino, noi o il lettore, dall’affermazione iniziale, l’essere cioè il libro interessante, di esserlo, in un certo senso, comunque, al di là cioè di certa (faccio un esempio) ansia che a volte trapela, di mettere in testo tutti gli ingredienti a disposizione. Ne consegue, a tratti, un certo barocchismo della parola (specie nelle poesie diciamo più “impegnate”, cioè con più “foga”): un surplus  di significanti che da una parte conducono all’assemblaggio, all’accostamento enunciativo di termini in apparenza alieni (1) che (ipotesi) potrebbero aspirare lodevolmente alla creazione di metafore/metonimie/similitudini innovative, oppure (ipotesi) tentare sperimentalmente di fare un uso iconico/mimetico del linguaggio per designare il caos, il complesso, l’indicibile per quanto sia – per ossimoro –   poeticamente descrivibile. Gli elementi ci sono quasi tutti, enumerazione, accumulazione, elenchi, innesti linguistici, associazioni, visione del mondo oggettuale onnivora, polimorfica, sinestetica, sguardo inquieto e quindi pluriprospettico e quindi non poche volte tagli del testo per frames, inquadrature, salti di luogo e di campo visivo, insomma cinematografia. Tutte cose non nuovissime, ma va bene così, perché al di là delle sue dichiarazioni Piccione una renovatio l’ha fatta, è riuscito a costruirsi un suo stile che certo ha bisogno a mio avviso di qualche aggiustamento ma che riesce a dominare alla fine la materia poetica di cui dispone, i temi che gli stanno a cuore. In altri termini è riuscito, direi rubando  parole all’autore, ad esercitare spesso “la sorveglianza nel progettar confuso / del lasciare andare”. Del resto come si fa, trattando ad esempio de “L’acrobatismo incantevole del disastro” (come titola la prima sezione del libro), cioè quella specie di ballo sul Titanic che è l’attuale situazione del mondo, a non costruire testi che rassomiglino ad un ammasso di materiali, ad una discarica di scarti in cui l’uomo non è scarto da meno, e nei quali tuttavia vige un’estetica se non del brutto  certo di un certo horror pleni che ci sovrasta. Voglio dire che è inevitabile (nel senso di un rapporto efficiente tra forma e contenuto) che questi testi siano tra le altre cose, quando funzionano al meglio, una  sorta di  “lista profetica dei significati”, per citare l’autore. Nella quale cioè non vale tanto la parola in sé, quanto la massa critica della sua evocazione complessiva, non il suo valore storico ma quello dinamico-predittivo, proprio in forza di alcuni di quegli accostamenti alieni di cui parlavo nei quali gli enunciati si danno energia  a vicenda. Vale lo stesso, per forza di cose, se il tema è l’uomo scarto, l’uomo ambiente, l’uomo perdente all’interno di un ecosistema  suicidario perché autoinflitto, non solo come abitante di una terra devastata  ma anche come attore di rapporti spesso difficili (dove magari “l’altruismo è una sorta di narcisismo imperterrito, non illuderti”) o affetto da una “mancanza di comunitività” (così nel testo) o per il quale l’avvenire è una “stupida crisalide” cioè forse non destinato a compiersi per l’uomo che vive in un mondo che urla. Se da un certo punto di vista il gioco dell’autore è scoperto, se la sua fame nervosa di comprendere il tutto è evidente, è vero che alla fine la pressione dei significati e  dell’ evocazione espressa è importante e bisogna tenerne conto al di là di piccoli o grandi dejà vu e di una qualche ricorsività indotta da uno stile, una tonalità, una voce che tende sempre e comunque a replicarsi, perché evidentemente l’autore ne è soddisfatto. Non occorre dire che cosa passa tra soddisfazione e sperimentazione, a lungo andare. Ma il libro è di sicuro interesse, con diversi testi anche molto belli, e sono curioso di vedere i futuri lavori di Piccione. (g. cerrai)

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Elisa Donzelli – Album, nota di Giulia Bolzan

L’album di Elisa Donzelli (nottetempo 2021) fin dalle prime pagine ci riporta all’infanzia, a quei raccoglitori di scuola, in cui tutti provavano a fare gli artisti, tra pittura e collage vari. In parte, la raccolta di componimenti in questione si riappropria di questi ricordi, momenti pieni di luce e colore che portano nella sezione introduttiva all’opera il titolo Esercizi di disegno, come nella poesia omonima. In queste prime liriche che aprono la raccolta, le linee e le forme che Donzelli traccia sul foglio compongono una sorta di paesaggio a se stante rispetto al resto dell’album; qui ad esempio la poetessa traspone simbolicamente il jardin en mouvement in parti del corpo femminile che cambiano nel corso degli anni. Le liriche successive vengono suddivise in quattro sezioni più una sorta di appendice chiamata Aprendo la notizia; nel complesso l’autrice pare seguire una doppia linea tematica e cioè da una parte tratteggia profili di donne che appartengono al suo ed anche al nostro passato in quanto figure storicamente, politicamente rilevanti e dall’altra descrive con grazia e delicatezza un profilo della nostra penisola che appare profondamente dissestato, dolorante e in divenire. Così appare per esempio in viaggio di nozze dove un safari in Africa diviene occasione di scoperta che mediante il viaggio si apre ad una verità ben più drammatica: «Questo nostro continente / in lotta per i diritti di un solo / mare che da sempre io studio / amo, così antico istruito non sa / sporgersi farsi ombra, / qualche volta morire». Continua a leggere

Danilo Mandolini – Anamorfiche, nota di Claudia Mirrione

Anamorfiche di Danilo Mandolini

Nota di lettura di Claudia Mirrione

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Danilo Mandolini (Osimo, AN, 1965) è noto nel mondo della poesia contemporanea italiana sia per il suo lavoro di editore sia per aver affiancato al suo lavoro editoriale quello di autore di produzione letteraria in prosa e in versi, apparsa su antologie, riviste, blog letterari e per cui ha ottenuto diversi riconoscimenti e premi letterari italiani. Anamorfiche, di cui parliamo in questa breve nota di lettura, è la sua ultima opera letteraria, uscita per i tipi di Arcipelago Itaca nel 2018.

Anamorfiche a tutta prima appare come un libello proteiforme. Ha, infatti, come tema la realtà, che proteiforme, in effetti, è e lo stesso titolo allude, come leggiamo in una nota posta al termine della raccolta, «alla tecnica denominata “anamorfosi” che nelle arti figurative è la rappresentazione di una scena in deformazione prospettica; questo per far sì che la visione corretta della stessa scena possa avvenire solo da un punto di osservazione diverso da quello frontale». Di conseguenza, come sostiene l’autore nella suddetta nota, l’uso del termine Anamorfiche è da motivare con la convinzione che la realtà e gli eventi di cui essa consta abbiano infinite interpretazioni, infinite sfaccettature, infinite prospettive. Tale varietas, che ci sembra la cifra che meglio identifica l’intera opera, è sia tematica che compositiva e permea entrambe le parti di cui si compone l’opera. Dopo il preambolo, Altrove, abbiamo infatti due macro-sezioni: Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi e Altre psichedelie, le quali sono anche corredate da un itinerario fotografico costituito da nove immagini che rappresentano sprazzi di realtà urbane in costruzione, scampoli di street art, manifesti pubblicitari, interlocutorie scene di quotidiano in b/n.

Da un punto di vista tematico, Mandolini si muove tra due versanti estremamente diversi ma complementari in quanto, se da un lato sviluppa riflessioni filosofiche e concettuali sui fondamenti senza tempo dell’esistere, d’altro canto rimandi alla storia più recente ed attuale si intrecciano a tali riflessioni, si fanno spazio e guadagnano così ampi margini tra i componimenti. Continua a leggere

Paolo Cosci, intervista e inediti a cura di Francesca Marica

Paolo CosciEPPURE LA BESTIA È RIFLESSIVA, L’ISTINTO NON C’ENTRA.

SORELLE STELLE e LA MODULAZIONE DELL’URLO. UN RAGIONARE PER FRAMMENTI.

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INTERVISTA AL POETA PAOLO COSCI

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A CURA DI FRANCESCA MARICA

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1. Sorelle stelle uscito per Effigie nel 2019, rappresenta il tuo esordio poetico. Possiamo definirlo un esordio maturo e consapevole e forse, proprio in virtù di tale maturità e consapevolezza, il libro ha una matrice identitaria molto chiara e forte. Sin dalle prime pagine emerge nitidamente quella che il caro Francesco Brancati in postfazione definisce «una forte fiducia riposta nelle possibilità comunicative e etiche concesse alla parola». E, aggiungo io, concesse alla poesia, inevitabilmente. Iniziamo dunque con una domanda semplice: Che cos’è per te la poesia, Paolo? Cosa rappresenta? Il poeta assume per davvero su di sé il ruolo di manipolatore del fantasma, come sosteneva Adriano Spatola?

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Sorelle stelle è un libro scritto nel corso di una decina d’anni, ho iniziato a scriverlo a 20 anni. È stato pubblicato che ne avevo 35. È quindi un libro stratificato: il grado di consapevolezza è andato via via maturando. Ho aspettato qualche anno prima di proporlo, rivedendolo compulsivamente per tre o quattro anni almeno, e solo dopo che mi era parso di avere chiaro cosa significasse per me scrivere poesia. Ho vissuto spesso uno strano senso di colpa, pubblicare l’ennesimo libro di poesia in mezzo a numerosissimi altri. Mi sono deciso soltanto quando mi è parso fosse (almeno per me) necessario. Credo che ogni libro importante nasca da una necessità che lo regoli, da un’urgenza della scrittura svincolata da qualunque teoresi dominante. Non è semplice scrivere nero su bianco cosa sia per me la poesia. In una lettera presente nel mio prossimo libro, La modulazione dell’urlo, scrivo che la poesia è contraddizione; credo sia una definizione accettabile perché assomma insieme molte definizioni parziali. È nella contraddizione che possiamo tentare di capire la complessità del mondo e dunque scriverne in poesia. Sono però consapevole di quale sia il ruolo oggi della poesia nella società, un ruolo quasi insignificante. Ciò non toglie che sia possibile influenzare il singolo, stordirlo con la parola poetica che è sempre una parola di verità quando è vera poesia. Non penso alla poesia come a una dimensione rivelatrice né credo possa ridursi a semplice testimonianza o ad una miscela psichedelica di linguaggio. Per me significa indagare a fondo le realtà del mondo e le potenzialità del linguaggio, significa sintetizzare queste due dimensioni: linguaggio e umanità, con tutto ciò che un simile connubio implica. Continua a leggere

After BIL 2021: Giorgio Rafaelli – Ritorni, motivazione secondo classificato sez. C

Giorgio Rafaelli – Ritorni (motivazione secondo classificato BIL 2021 sez. C)

 

Si leggono tre poesie di uno sconosciuto, come avviene in questa sezione, poi un po’ ci si ragiona, si giunge a qualche convinzione, come nel caso di Giorgio Rafaelli. Nella cui poesia, mi è parso di capire, le evidenze, i fenomeni, i fatti, le circostanze dell’essere e così via non sono tanto spunti dello scrivere quanto riprove del pensare, giustificazione ed essenza, che in quello scrivere trovano semmai determinazione. Come se, insomma, la poesia preesistesse al caso, oppure, per usare una terminologia di Rafaelli, “presentisse” l’arrivo di qualcosa, fosse pure infinitesimale, che la renda necessaria, anzi giusta in una sua (cito) “sintassi del giorno”, in una sua – quindi – sistemazione nel tempo.

La poesia, in questi versi, dà ordine a qualcosa che – direbbe l’autore – coglie impreparato, certo, magari l’inatteso di un oggetto, ma nel senso di una meraviglia intelligente in cui spesso tempo e luogo si coagulano   in qualcosa  qualche volta di “inadatto”, oppure in mancate corrispondenze tra cose o persone (presenti o assenti o solo ricordate), non tra di loro ma rispetto, come dire, ad una loro collocazione esistenziale o meglio ancora, all’interno della storia particolare di ciascuno, oppure (cito) in “relazioni mai del tutto verosimili”, o là dove “le strade che si incrociano dei morti e dei vivi” lo fanno “con parole indistinguibili per gli uni e per gli altri”. Al fondo della poesia di Rafaelli mi sembra ci sia proprio un “fuori posto”, che non è quello dell’ incoerente disagio che si rinviene in tanta poesia letta in questo concorso, ma a me appare piuttosto una poetica, ovvero la convinzione che fuori posto convenga stare, che convenga sempre guardare alle cose da un punto decentrato ed ellittico, sfruttando il salto di potenziale poetico che c’è tra certo e incerto, tra ordinario e ordinato e dis-ordinario, tra atteso e subitaneo. Perciò nei testi che abbiamo letto troviamo certo dei momenti, limitati nel tempo e nel luogo, però non occasionali o statici o raffreddati nel ricordo, ma circostanze in qualche modo critiche, che cioè sarebbero di per sé banali se non comprendessero in nuce l’ispirazione (ma sì, usiamo questo termine desueto) di un qualche “segreto” che montalianamente debba essere custodito. Così l’arrivo in una stazione ferroviaria, un cambio stagionale degli armadi, una cornice fotografica appesa al muro non sono rivelazioni altro che del loro esistere, forse non epifanizzano nulla e non importa poi tanto, tuttavia la loro presenza è una soglia che va attraversata, è necessaria ad un tentativo di “mettere a posto”, fa da concreta sponda al poeta nella ricerca di un senso consonante, ricerca  che non è detto che vada – e anche questo forse non importa – a buon fine.

A tutto concorre la scrittura di Rafaelli, parole che non si compiacciono, parole tutt’altro che indistinguibili, anzi che si prendono una per una il loro spazio all’interno di testi a cui non importa l’estensione, il registro, la prosodia ma piuttosto la completezza, il compimento dell’idea. O meglio ancora la piena esplicitazione dell’interrogativo di cui è fatta molta buona poesia, secondo un percorso – forse non originale ma certo efficace – reattivo di fronte ai segnali, in cui cioè quel che c’è di oggettuale, quello che si percepisce come reale non è che pre-testuale rispetto ad un successivo sviluppo di un pensiero che  “sincronizza la ragione” alla poesia, e a cui importa non certo asserire quanto  esserci, essere qui in questi versi. Se poi conciliare in versi il disordine dell’ordinario non sempre è realizzabile, è un rischio che deve essere accettato e che fa parte di quell’angoscia (cioè di quel sentimento di fallacia) che è anche una sfida e che è insito in ogni scrittura di qualche valore. (g.cerrai – nota già pubblicata senza testi sul sito di BIL)

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