Francesco Lorusso – Maceria, nota di G. Cerrai

Francesco Lorusso - Maceria - Arcipelago Itaca, 2020Francesco Lorusso – Maceria – Arcipelago Itaca, 2020
Ho già incrociato la poesia di Francesco Lorusso, a proposito del suo libro del 2014 L’Ufficio del personale (ed. La vita Felice), e ne ho parlato QUI. Leggo ora questo suo ultimo lavoro, dal titolo quanto mai impegnativo. La maceria, infatti, richiama qualcosa di tragicamente definitivo, un esito ultimo in relazione al quale non si può fare altro che ricostruirvi qualcosa, o abbandonarlo, migrando metaforicamente altrove. Oppure richiama alla mente dei “relitti” nobili che, come in Baudelaire, non hanno trovato cittadinanza altrove. In effetti questi “épaves” sembrano essere – si legge nella prefazione di Giacomo Leronni – quanto l’autore ha raccolto “recuperando/ri-trattando testi che ri-salgono a circa dieci anni fa”. Insomma, presupposti che generano, volenti o nolenti, qualche aspettativa.

Ma per la verità ho avuto un primo moto di delusione alla lettura. Almeno in riferimento all’unica pietra di paragone che ho, il libro citato all’inizio, perché i primi testi che qui si incontrano mi sono apparsi alquanto petrosi, di una certa difficoltà di comprensione, una specie di salto nell’oscurità. Per quanto abbia una certa esperienza come lettore di poesia, confesso che diverse volte ho avuto qualche problema a mettere a fuoco il nucleo del testo (lo stesso prefatore scrive, pur alla fine assolvendo: “questa scrittura che spessissimo sfiora l’incomprensibile e certamente denuncia lo slogamento del senso che è poi lo slogamento dell’esistenza”). Facciamo un piccolo esempio:

Pronuncia te questo suono sottile
di tenda aperta attraverso l’avviso
dell’ologramma della carta elargita
fatto per un lascito distante e fitto
dagli errori sempre pronti delle dita
pieno di segni indiziali scoloriti
dal solo impiccio del sole straniero.

 

“Ma che significa?”, mi sono appuntato in lettura. Abbiamo qui un impasto linguistico privo di interpunzione nemmeno tanto musicale, individuiamo un “tu” sfuggente e generico a cui è rivolto un invito, possiamo supporre una metafora criptica di qualcosa di scritto, qualcosa che riguarda un legato lontano, però fitto di errori e di indicazioni scolorite ecc. Parrebbe una parafrasi accettabile, ma rimane una questione seria diciamo lato lettore, al quale certo si può chiedere uno sforzo di comprensione, ma con cui non si dovrebbe giocare a nascondino più di tanto, o volutamente o dando per note cose che in realtà conosciamo solo noi. O almeno, come in tutta l’arte contemporanea, lo si può fare, a patto di fornirgli qualcosa in cambio, una apertura, un codice di interpretazione, un détournement, o l’impressione di farlo partecipe di una sovversione del paradigma. Nel caso della poesia, poi, almeno qualcosa su cui riflettere. Un altro esempio:

Controllo nella velocità delle connessioni
a quale codice di ispezione approdi
per l’accesso al dominio dei miei occhi
da una finestra che scende sulla sosta stradale.

I malumori di una vivacità tangenziale
disinseriscono la spina nel vivo del dolore
cercando il contatto con la libera galera
che ti ridefinisce il consenso della vista.

Bisognerebbe capire perché tutto questo, dato che si tratta di una diversità marcata rispetto alle altre cose di Lorusso che conosco. A proposito della quali avevo sottolineato a suo tempo alcuni caratteri come una certa ironia, certe invenzioni metaforiche, un uso libero del linguaggio, una (cito) “concretezza convincente, un’aria di sur-realtà che è agevole percepire come ‘vera’”, svolta in “un racconto a maglie larghe che lascia margini all’interpretazione”. E poi anche una “riduzione dell’esperienza a serbatoio lessicale/emotivo e la sua fusione col quotidiano”, forse l’elemento più interessante. In questo ultimo libro si segna una enorme distanza, anzi una “lontananza” dell’autore da certi temi, come quelli sociali di allora che però si riverberavano sul personale, temi di cui evidentemente Lorusso registra l’esaurimento, e anche da certi stili. Se i testi qui trascritti nella loro interezza sono esemplari (e diversi altri) di uno stile o una modalità accantonati in quegli anni, più precisamente “fra il 2009 e il 2011, in un periodo (come tanti tocca attraversare) in cui lo scrivente sembrava aver terminato la sua parabola creativa” (da una nota dell’autore), allora non si può parlare di svolta, è semmai il contrario, cioè un tentativo di recuperare una scrittura, che a quel tempo forse non era funzionale a quello che l’ “ispirazione” ha poi in effetti suggerito a Lorusso. C’è quindi l’impressione che il termine della parabola creativa a cui allude l’autore nella sua nota sia stato il conflitto con una scrittura che all’epoca gli appariva, come dire, inefficiente, ovvero, come scrive, “gli ultimi e insignificanti sussurri di inchiostro, macchie o, meglio, brecciolino fastidioso e sdrucciolevole”.  Poi però, a quanto pare, Lorusso perviene, con le parole in esergo di Federico Fellini, ad una nuova consapevolezza: “Ecco, tutto torna come prima, tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io; io come sono, non come vorrei essere”. D’accordo, tutto si tiene, come dicono i francesi, ma bisogna vedere (si spera) che non sia un puro recupero di materiali, ma l’inizio di un nuovo cammino. Perché, come si sa, sulle macerie o si ricostruisce sopra o le si contempla irrelati. Altrimenti l’impressione è che sia, soprattutto, maceria di parole o anzi una parola innamorata, per dirla con titolo di una famosa antologia degli anni ’70 (nella quale tra l’altro la presenza di testi come questi era preponderante), là dove, se diminuisci l’evidenza oggettuale, una certa concretezza, di ciò che popola l’esperienza, aumenta quella del linguaggio che come ipotesi estrema rischia di rappresentare sé stesso.
E tuttavia bisogna alla fine prendere atto che questo libro è semplicemente diverso, in primis perché è diverso il tema generale di fondo, il suo essere proiettato all’interno almeno quanto L’ufficio era proiettato all’esterno, ad una indagine di rapporti, reali o metaforici, con altri, con l’indomestico. Certo, nel tempo la scrittura di un autore cambia, abbiamo visto che questi testi risalgono ad un decennio fa. Questo significa che avevano una loro unitarietà già allora, un carattere univoco che li rendeva inadatti ad essere accolti nelle sillogi precedenti, qualcosa che – già allora – “deviava”, magari sperimentando, dallo stile consueto di Lorusso. Ma era, ammettiamo, lo spirito di “una qualche riserva segreta, ancora consistente, che non si vuole abbandonare alla sua deriva nel silenzio” (Leronni), una riserva che forse l’autore non ha gestito al meglio nel suo complesso, ma che in certi testi, alcuni dei quali qui trascrivo, gli è riuscito bene di utilizzare come sa fare, là dove lo sconcerto della lingua sa coniugarsi con lacerti di realtà, con un sentimento del vero che arriva a chi legge, dove il “particolare isolato”, l’ “innesco” (Leronni) riescono a generare un dettato che non si perda puramente in quella “lingua nuova” (ancora Leronni), dove viceversa la lingua, magari meno nuova, sa inventare immagini di rilievo, metafore, perfino endecasillabi cristallini. Il libro è diverso, quindi. Si accetta come tale, a patto di accettarlo come  una partitura linguistica, un libro diverso e uguale, diverso dall’altro Lorusso, ma uguale a diversi altri che hanno scelto di descrivere l’oscuro con l’oscuro, di mimetizzarsi con l’incomprensibilità  – del mondo o di sé – torcendo il linguaggio. (g. cerrai)

5.

Le strade aperte sul petto delle camicie
ti ritrovano senza rughe sempre ramingo
in questo gioco di carezze e dolori

sono le case che si addossano fra loro
presso un incrocio intermittente
che solitario ci precetta e perde.

15.
Si svelano i sapidi semi
che ci conducono al giro
come il sogno di una donna
ottenuta dalla carta di mano.

L’arco inerte del cielo
raccoglie il mistero
nella linea nuda perduta
col nostro comparire continuo.

Risulta incisa solo sul tavolo
la linea di una fortuna leggera
che fa aprire la stella ritrosa
rimasta sempre giunta in preghiera.

19.
Adorni la mia calma
cucendomi gli spigoli
con parole superiori

sono le sole che rapisci
alla smania della terra
come una fiaba lunga di pane.

Ora le trattieni alle tue sere
senza riconoscere il peso aspro
delle mie lunghe lune speranzose.

20.
Tutto quello che fuori
prende forma dalle tue forme
si accarezza lieve sulla stoffa
fattasi di passo troppo breve,

con cuore smemorato e muto
se ne va attorno la voglia nuova
che oramai veste l’uso dei colori.

24.
Sono spente proprio sotto il sole
le scure scritte sulla pietra,
conferme di un presente distante
e impronte di un passo veloce
che si trattiene muto e assoluto
nell’invalore pressante delle voci sicure.

28.
Arrivo a te ora con troppa approssimazione
nella indifferenza dello spazio di due parole
abbandono di ogni abito attraverso i giorni.

Il sudore che permane sconosciuto
domanda di un rumore sotterraneo,
di un breve cardine di sole che rompe
appena l’ombra sulla bocca del bicchiere.

34.
Anche il fiato lungo delle tue parole
e per identico principio ogni termine
fattosi poi pensiero corto fra le pareti
soffocherà presto in queste strette stanze.

Rimarrà così il pasto potutosi masticare
patteggiato solo per il medesimo posto
dove sopra sorseggi di scomodi giorni
si è apparecchiato ogni tuo lauto sforzo.

36.
Dal bordo della trina
l’ora prende consenso
con il fremito del sole
sull’adesione bruna di pelle.

Perso fra le panchine
fiorisce un vortice
attorno ad una rima
che soffia fiacca e viva.

44.
La campana tocca l’aprile
sulla porta che taglia il vento
dietro l’alta ombra nella luce del silenzio.

Questi sono gli occhi che non hanno odori
perdono il contatto con l’istante che li conta.

45.
Il lavoro continuato in un morso
balza nello stuolo del triangolo
senza punti curvi di dolore
e con solo quelle poche rondini
infisse nel perimetro del sole
fra il ciglio lieve e la mano breve
sempre docili come lenzuoli
che ci sorridono sfiniti
scivolando al suolo.

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3 comments

  1. Ringrazio Giacomo Cerrai
    per l’accurata nota di lettura, entrata subito nei punti che possono apparire fragili di questo muricciolo pietroso, ispido al contatto e sicuramente non maestro.

    Una attesa, una sospensione dove la parola sgranava sé stessa, forse. Ma anche il più ripetitivo bisbiglio, una nenia o un rito ciclico e invariabile hanno motivo di essere, necessitando di attenzione e, nel silenzio e nella pazienza, compresi.

    Un saluto a Giacomo Cerrai e a tutti i lettori di Imperfetta Ellisse.
    Francesco Lorusso

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