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Luca Bresciani – Linea di galleggiamento, nota di Claudia Mirrione

Luca Bresciani - Linea di galleggiamento - Lietocolle & Pordenonelegge, 2020Luca Bresciani – Linea di galleggiamento – Lietocolle & Pordenonelegge, 2020

.Nota critica di Claudia Mirrione

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La raccolta Linea di galleggiamento di Luca Bresciani è stata pubblicata quest’anno per LietoColle e pordenonelegge.it nella prestigiosa Collana Gialla che, come detto nella nota che precede la silloge, ha lo scopo “di promuovere e diffondere l’opera di alcuni autori già conosciuti (…), accompagnandoli nell’edizione di una loro prova significativa”.

In effetti, con Linea di galleggiamento abbiamo a che fare con una prova poetica significativa, una voce cristallina tendente all’equilibrio e alla salvazione esistenziale, psicologica ma anche spiccatamente morale, messaggio che è già implicito nel titolo della raccolta.

Tanti elementi colpiscono in Linea di galleggiamento. Il primo che ha colpito me è l’interazione tra soggetto, oggetti e situazioni, ma soprattutto il messaggio che il poeta ne trae e cede al lettore come restituzione della propria riflessione. Come dice Paolo Maccari nella Postfazione, in Linea di galleggiamento “la realtà è perlustrata nelle sue emergenze più minute – piatti, tovaglie, ciabatte – ma il catalogo che ne deriva non è abbandonato all’implicita luminescenza semantica del singolo oggetto: nel giro breve dei testi si assiste sempre a una interferenza meditativa (…): il pensiero si cala tra le cose, ne partecipa con la sua provvisorietà e con l’ardore delle sue interrogazioni”. Quello che dice Maccari è pienamente rispondente a quanto avviene nella poesia di Bresciani. Non possiamo commentare le singole liriche, ma possiamo offrire qui una riflessione critica per dare un’idea di come esse per lo più si svolgano. Prendiamo ad esempio la prima lirica, splendida, che ci offre la struttura-base da cui si sviluppa la poesia di Bresciani:

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Le mani accecate dal sapone

non sanno chi andranno a salvare

se un coltello o una tazza

l’appetito o la pienezza.

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Meglio una fitta nell’equilibrio

che la fermezza nell’abbandono

e si deforma lo scolapiatti

per accogliere tutti. Continua a leggere

Luciano Pagano – Soluzioni fisiologiche, nota di Claudia Mirrione

Luciano PaganoSoluzioni fisiologiche (Vydia 2020), Premio Lucini 2019Luciano Pagano – Soluzioni fisiologiche (Vydia 2020)

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XXXII

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prima o dopo tutto passa e ti dimentica

un anno fa c’era il sole come d’estate

quasi nevica adesso – è novembre

un ragazzo ogni mattina porta i fiori

sui resti della madre

morta a cinquant’anni e cinque chilometri

dalla fabbrica – era magra –

dicevano – un uccellino –

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tu mi chiedi di cosa deve parlare una poesia

io ti dico che basta il cadavere di un

passero – nelle mani di una

che si fa chiamare Lesbia

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Questi versi, dobbiamo dire così amari, di Luciano Pagano pongono un interrogativo rilevante nell’ambito della poesia, soprattutto della poesia contemporanea (e da cui sgorga poi gran parte dell’originalità e attualità del poeta): cosa è o non è oggetto di poesia? Continua a leggere

Christian Sinicco – Alter, nota di Claudia Mirrione

Christian Sinicco – Alter – Vydia editore, 2019Christian Sinicco - Alter - Vydia editore, 2019

Nota di Claudia Mirrione

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Christian Sinicco nasce a Trieste nel 1975, ha una lunga carriera poetica alle spalle. Attualmente dirige il blog “poesia del nostro tempo – poesiadelnostrotempo.it”, è redattore di “Midnight Magazine” e “Argo” e dirige il festival “Ad alcuni piace la poesia“ (Montereale Valcellina, PN). Quest’anno è stato finalista al Premio Bologna in Lettere per le opere edite.

Del 2019 è quest’ultima plaquette dal titolo Alter la quale, come dice il prefatore Giancarlo Alfano, “è la composizione di due esperienze non del tutto omogenee”: lo stesso autore, nella nota finale, chiarifica come i due processi di scrittura non sono stati analoghi, in quanto la prima parte della raccolta “La città esplosa” è stata scritta in pochi mesi, mentre la seconda parte “Alter“ in diversi anni di lavoro poetico.

Leggendo i testi non si può che essere d’accordo, anche se bisogna sottolineare che i due nuclei sono intimamente legati tra loro e vengono a costituire un unicum unitario in quanto la prima ampia sezione, “La Città esplosa“, è una lunga pars (fere) destruens e la seconda, più breve sezione, “Alter“, è una pars (maxime) construens.

“La città esplosa“ è il racconto poetico di una deflagrazione atomica (anfibolicamente riferentesi sia ad una dissoluzione di infinitesimi minima atomici sia, più storicamente, all’esplosione della bomba H). L’ekpyrosis, cioè la fine di un ciclo del mondo, il passaggio stoico dal fuoco al fuoco nella teoria elementare, viene però descritta come una corsa di generazioni, un’accelerazione di energia e cioè in termini che attingono al futurismo novecentesco. In questa “grande arena”, che è l’universo e che è in continua espansione e non è altro che alternarsi di generazione e corruzione („di materia indissolubile in materia indissolubile“, in Oltre le nevi ghiacciate delle montagne più alte), dominano le “reazioni a catena” (Raggiunta la Città) vibra “il ronzio rotante di motori” (E se la realtà dovesse frantumarsi del tutto) o le loro „corse luminose“ (Quando fra i ruscelli), rumoreggiano le „rotaie che portano indietro di nuovo all’abisso (La rotaia curva degli abissi) ove nuotano „pesci sferraglianti“ (La lunga via).

Di fronte a questo panorama turbato e anzi disturbato, non tutto è perduto. Come dice il prefatore „un soggetto che si proclama ultimo avanza sulla scena per affermare la propria condizione“. È Alter, non Alius, cioè l‘altro tra molti, ma Alter, l’altro fra due poli, come trapela dal suffisso -ter. Alter di certo mostra più somiglianze con l’Übermensch nietzschiano di fronte al nichilismo della morte di Dio, che con il tronfio superuomo dannunziano (cui però sicuramente si riconnettono le immagini vitalistiche di Sinicco che hanno come contrappunto un senso di marcescenza e di decadenza). Come dicevamo, Alter è l’altro fra due. Ma in che senso? È qui che sta uno dei punti di estrema originalità e di riflessione della raccolta e che permette a Sinicco di sfondare la rete del Novecento e di proiettarsi a pieno titolo nel sistema della poesia e del mondo contemporaneo egemonizzato dall’inesorabile avanzata dell’intelligenza artificiale e dei robot umanoidi. Alter urla agli anni Duemila, è l’evoluzione del vecchio uomo del Novecento (l’altro dei due) ormai superato dall’ultra-uomo di Sinicco: „sono l’ultimo della specie / ordinato dal centro di controllo / sarò l’ultimo con bioniche membra / in giunture vertebrali: / l’ultimo che sente i profumi / trasmette pensieri, / chi ordina la mente non progetta / più il corpo“ [ALTER].

Le soluzioni stilistico-formali sono il secondo punto di originalità dell’opera che è concepita, per gran parte, dall’autore come operante in uno stato di trans (di passaggio, di travalicamento da uno stato all’altro), come una creazione nel suo farsi e dispiegarsi e i cui esiti non sono per nulla prevedibili e “dati“. I versi nelle loro varie disposizioni spaziali entro la pagina, nella loro sintassi decisamente franta e nelle loro immagini distoniche e discordanti, talvolta producono anche un senso di straniamento, di alienazione, di esclusione dalla mente del poeta. Il poeta, (neo)dannunzianamente anche in questo aspetto (cfr. Lungo l’affrico vv. 37-38 Tutta la terra pare / argilla offerta all’opera d’amore), agisce come un demiurgo e fa delle parole una creta da modellare attraverso un’azione inesausta e inesauribile. (claudia mirrione) Continua a leggere

Ernesto Franco – Donna cometa, nota di Claudia Mirrione

Ernesto Franco, Donna cometa, Donzelli editore 2020Ernesto Franco, Donna cometa, Donzelli editore 2020

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Donna cometa, questo è il titolo della raccolta di poesie di Ernesto Franco, nato nel 1956 a Genova e direttore editoriale di Einaudi, nonché traduttore e studioso di letteratura ispano-americana.

La silloge accoglie in sé quarantotto brevi composizioni incentrate tutte sulle conseguenze di un‘amara perdita, sull’assenza, definitiva, della donna amata.

La figura femminea delineata ha pelle candida, brilla di luce lunare, intagliata, com’è, nella notte dall’astro serale (Luna). I suoi seni come colline ardenti, i fianchi tali da “ferrare al ventre” (Intenzione prima), sono sinuosi come “vele”, come “bianchi petali” (Vele), come le dune modellate dal vento (Dune). Le sue gambe si muovono flessuose e liquide nel lino (Notte e fari) o nella seta, come “una nuvola rossa nel bianco e nero delle strade” (Mobilis in mobile). I suoi capelli sono di rame, come il metallo associato alla dea Venere, bellezza e sensualità in divenire (Rame, il simbolo chimico del rame, Cu, è l’abbreviazione per Cuprum in quanto in antichità era estratto in abbondanza a Cipro, isola sacra a Venere).

Eppure non è tutto qui, l’erotismo o almeno la sua assenza e mancanza, non risolve e non spiega fino in fondo Donna cometa. La donna cantata è leggiadra (La mano tua), così leggera e rarefatta ché, quando cammina, danza di “passi strani” (Per via), è “intensa” e – ossimoricamente – “distratta” insieme (Intenzione prima). Al giorno ella scintilla – in una corrispondenza micro-macrocosmo – di luce solare che le versa sulla pelle “carezza celeste”, “tenerezze astrali” (Rame), una lievissima pennellata stilnovistica (“Come può farcela Dio, ora, senza te al mondo?” In Bestemmia).

Ma soprattutto Donna cometa è metaforicamente intreccio, cioè “ciò che lega” (Tessuto): lega tessere di tempo immoto, frammenti di identità dell‘altro, lega a sé il poeta (La mano tua), è “trama che intreccia i gesti e i volti in uno scopo, le cose che da sole sono niente”: era ed è ancora in qualche modo datrice di senso (Intrecci), come Pilar (XXIV) lo era per Saramago.

Era ed è ancora, sì, perché in queste due solitudini generatesi (l’aggettivo solo/a ricorre con tono pungentemente doloroso nella stragrande maggioranza delle liriche), dopo un lungo cammino difficile da accordare (Contrappunto), rimane potente lo strascico, penetranti le tracce, durevole la scia chiomata tanto da produrre una quarta dimensione temporale, che non coincide più col mero presente, passato o futuro, ma che è il “presente trapassato” (Baie des Trépassés). Cosa vuol dire? Nel Canzoniere di Petrarca, che pure è uno dei modelli tenuti in considerazione dall’autore (cfr. l’incipit di Santa Giulia, “In mar che frange”, con RVF CCXXXVI), venivano separate le rime in vita ed in morte di Laura. Nei delicatissimi frammenti poetici della silloge in questione, invece, vita e morte di Donna cometa vivono insieme in ciascuna delle liriche, simultaneamente: si accavallano strati di tempo, rassegnati Erinnerungen, senso di vacuità dell’hic et nunc, sussurri (“i ricordi non sono futuro, dice piano la tua lingua al mio orecchio”, Raccolto) di un’ombra.

Anzi, del Dono di un’ombra (III) che pure è ed è costantemente accanto e che tuttavia continua a non essere, almeno non nel senso esperibile del termine: è un’ombra “sorda”, è la presenza-assenza di lei di matrice squisitamente montaliana che parifica Donna cometa a Mosca, a Clizia, a Volpe, ad Annetta-Arletta. Oltre ai già citati Petrarca e Montale, in Ernesto Franco si insinua soave la lezione della lirica d’amore degli antichi, in primo luogo certamente riferimenti a Omero, a Saffo e a Catullo. Ma anche della tragicità della tradizione stilnovistica italiana: nel fluire spesso narrativo, solo talvolta raggrumante, del suo poetare, Dante si mischia a Cavalcanti, anche se la cavalcantiana disgregazione degli spirti dell’io avviene non nel senso spirituale, ma – inizialmente – sul piano fisico e intimamente viscerale (cfr. “Per li occhi ai sensi, al cuore non ancora” in Intenzione prima).

Tale immaginario di Donna cometa prende forma in soluzioni metrico-stilistiche estremamente limpide, cioè nella struttura delle composizioni, che fa pendant con un lessico accuratamente selezionato e petrarchescamente omogeneo, e tuttavia non scevro di un raffinatissimo labor limae. L’impiego di figure retoriche (allitterazioni, iterazioni martellanti – Io ti – poliptoti, ossimori, sinestesie, assonanze, etc.) è estremamente vario e diversi sono gli schemi e tecniche rimiche (rime alternate, replicate, baciate, rime derivative al mezzo, rime all’occhio). La sensazione complessiva che ne deriva è quella di un elegantissimo nitore, uno splendore, una lucentezza della forma: la stessa lucentezza di cui si ammanta Donna cometa, che, ancora, e poi ancora, coi suoi “passi strani” danza, facendo in modo da ingenerare non solo e non tanto Uno di due (IX) ma due in uno. (claudia mirrione)

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