Archivi tag: https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/plugin/tag/elisa+castagnoli

Augusto Daolio – Il respiro della natura, nota di Elisa Castagnoli

DAOLIO, “Il respiro della natura”, Palazzina D’Este, Ferrara

.

“Spaesati paesaggi disegnati da spaesata memoria, memoria che strappa, cuce, risveglia, rilegge, reinventa, ripresenta, scava e allinea cose, persone, alberi, rocce, pietre, cieli, erba, attimi miei e

degli uomini.”

.

E’ un mondo onirico, magico, fortemente evocativo e simbolico, certamente di suggestione surrealista quello si rivela e prende forma nelle opere dell’artista poliedrico Augusto Daolio, compositore e fondatore della band I Nomadi, nonché eccellente disegnatore e pittore contemporaneo; i suoi dipinti e disegni dell’ultimo periodo perlopiù olii e chine colorate_ realizzate tra il 1973 e il 1992 sono attualmente esposti nella mostra ferrarese a lui dedicata a Palazzina Marfisa D’Este. “ll respiro della natura”, dal titolo della retrospettiva, è per l’artista emiliano il respiro di ogni forma vivente, dagli alberi alle rocce, dalle pietre all’erba che germoglia, dal respiro dell’uomo a quello di ogni essere animato o cosa della natura soggetta a metamorfosi in quanto viva e per questo fonte di visione creativa. Così, nei suoi disegni il corpo dell’uomo si ricongiunge a quello degli alberi, una rigogliosa natura germoglia sulla testa degli umani e inusuali connubi, ibridazioni e innesti accadono con grande naturalezza dalle pietre ai corpi, dagli astri ai volti, infine dagli alberi alle figure umane. Il tutto perseguendo una forma di bellezza estetica, nell’insondabile mistero che il cosmo porta in sé e che come tale vuole essere messo in luce dall’artista Daolio.

. Continua a leggere

Viaggiando attraverso l’Andalusia – nota di Elisa Castagnoli

 

Viaggiando attraverso l’Andalusia… tra passato e presente, eredità moresca e architettura contemporanea

.

Prima tappa: Malaga

.

E’ una città-porto dove l’arsura e il calore torrido del clima estivo nel sud della Spagna sono mitigati dalle correnti marine del Mediterraneo che bagna la popolare Costa del Sol per ricongiungersi all’Atlantico nei pressi di Gibilterra. Tuttavia, nonostante la pervasiva modernità urbanistica la città mantiene i colori luminosi e le tipiche atmosfere andaluse, le tonalità calde delle facciate e la rigogliosa fascia di palme tropicali che simili a lussureggiante giardino botanico fiancheggiano l’elegante viale litoraneo.

.

La città vista dall’alto appare divisa come se due anime l’abitassero e due storie ne facessero parte; da un lato la distesa di grattacieli colorati che si estendono fin nelle anonime periferie e cingono la baia insieme all’arena moderna costruita ai suoi piedi. Dall’altro lato, si staglia la cittadella fortificata, una delle ultime piazzeforti di Spagna a cadere in mano cristiana, traccia del piccolo regno moresco indipendente qui insediatosi dal 1236 alla riconquista dei re cattolici. Il tutto è immerso nell’inusuale sentore di oasi tropicale della città andalusa che sembra permeare di fronde rigogliose, alte palme e getti d’acqua il maestoso viale costiero. Continua a leggere

Maddalena, il mistero e l’immagine – nota di Elisa Castagnoli

Maddalena, il mistero e l’immagine, Musei San Domenico, (Forlì)Masaccio - Crocifissione (part.)

Maddalena figura avvolta nel mistero, al limite tra storiografia e Scrittura Sacra, emerge al centro della mostra attualmente in corso ai Musei san Domenico di Forlì attraversando secoli di rappresentazione pittorica dal Medioevo ai giorni nostri. Il nome già dalle origini antichissime, in aramaico Marayam, in ebraico Myriam risalirebbe al luogo in cui è nata, Magdala piccolo centro romano-guidaico in Galilea. La sua vita è legata alla narrazione della vita e morte di Gesù di Nazareth; nei Vangeli indelebile appare la sua figura ai piedi della croce, di fronte al sepolcro vuoto e alla pietra spostata, per prima dando l’annuncio del’avvenuto incontro con il Cristo risorto. E’ la prima a vederlo e a parlare con lui dopo la deposizione nel sepolcro, lei prima testimone di un fatto inaudito che affonda le proprie radici nel mistero e nell’intangibile . Sulle sue parole poggia la rivelazione dell’avvenuta resurrezione, dunque il destino delle prime comunità cristiane perdute e disorientate all’indomani della crocifissione così come tanta arte della tradizione pittorica occidentale. Altrove, nella pittura sacra, appare coma la peccatrice penitente, colei che lava i piedi al Cristo e li asciuga con i suoi lunghi capelli ungendoli poi con oli profumati, sempre all’incontro tra peccato e redenzione, carnalità e spiritualità, fede e rivelazione. Attraverso lo specchio della pittura “ogni epoca l’ha interpretata guardando sé stessa”[1]; ne ha creato un modello differente quanto stratificato di significati restituendo l’ideale del proprio tempo attraverso la sua immagine.  

Guido Mazzoni, “Compianto sul Cristo morto” (1483)

Nella scena teatrale le figure di grandezza naturale occupano tutto lo spazio architettonico. Non sono nella compostezza e armonia rinascimentale di ispirazione classica ma nel dramma quasi grottesco delle loro pose e nell’espressionismo dilaniato dei loro volti. Cristo è deposto al suolo, scolpito nella viva plasticità del corpo, avvolto dalla presenza delle donne piangenti ai suoi piedi mentre altri personaggi maschili ricalcando i duchi D’Este lo contornano. Il lamento, il grido muto e senza respiro attraversa le tenebre oltre il limite dell’umano; là è il naufragio dell’umanità perduta di fronte alla morte del figlio di Dio quando la luce scompare sulla terra e questa piomba in una oscurità dolorosa e senza fine. Le donne incarnano espressivamente quel dramma nei tratti dilaniati e grotteschi dei loro volti.

Continua a leggere

The MAST Collection a Bologna, nota di Elisa Castagnoli

Eugene Smith - Operaio metalmeccanico con occhiali, 1955“Mast Collection”: un alfabeto visivo al Mast di Bologna

Un vero e proprio alfabeto visivo incentrato sui temi dell’industria, della tecnologia e del lavoro scandisce l’esposizione di più di duecento opere di fotografi italiani e internazionali di rilievo attualmente alla fondazione Mast di Bologna. Sono le tante lettere sparse di un alfabeto che per libere associazioni di pensiero riconnette l’inizio dell’età industriale con l’ultima fase della nostra post-modernità digitale quasi come un modo per far convergere uno sguardo lontano da noi che getta le basi dell’età moderna a uno più prossimo che ne segue le conseguenze anche distruttive della sua ultima evoluzione. Tale alfabeto per immagini, allora, è un modo per pensare il mondo visivamente, con tutti i sensi, come un vedere che diventa anche un riflettere in senso lato facendo confluire nella diversità dei punti di vista le contraddizioni e i conflitti che ci contraddistinguono. Come si tengono insieme, infatti, opposti inconciliabili se la lettera A sta per “Abandoned” ma anche per “Architecture” e l’ultima lettera W comprende la parola “Waste” (rifiuti) ma anche “Wealth” o “Water”,ovvero la ricchezza e l’acqua che costituisce una fonte inestimabile oggi.

La fotografia nasce nell’era della meccanizzazione alla fine del XIX secolo, figlia della rivoluzione industriale e dei processi che utilizzando la luce convertono nella camera oscura un negativo in pura impronta fotografica . Evolve di pari passo al progresso tecnologico dalla semplice copia di realtà, dall’immagine analogica a quella digitale di oggi. Nella Collezione ci si sposta dalla fotografia documentaria di inizio ventesimo secolo in America con artisti come Lewis Hine, Dorothea Lange o sul fronte europeo Robert Doisneau all’arte concettuale del ventunesimo secolo, alla fotografie di suggestione surrealista o iperrealista più recenti, e ancora dall’immagine in bianco e nero a quella digitale fino alle stampe in 3D di oggi. Continua a leggere

Resilienza, donne che fanno la differenza, mostra a Ravenna

Resilienza, donne che fanno la differenza (Ravenna, Palazzo Rasponi)

“Per non lasciarsi abbattere occorre sviluppare la capacità di “risalire” attivando risorse interne ed esterne, tra cui la scelta di opporsi con fiducia in se stessi ai condizionamenti di ciò che accade, infine la capacità di trasformare un’esperienza avversa in opportunità di crescita e rafforzamento”. (La resilienza, di Domenico Di Lauro, 2012).

.

Immagini di donne provenienti da diverse parti del globo, nella mostra fotografica della ravennate Elena Fiore, e giovani indiane sfregiate dall’acido in “Sheroes” di Federico Borella idealmente dialogano tra loro sotto il nome del coraggio e della resilienza al femminile. Secondo la definizione Treccani la resilienza sarebbe “la capacità di resistere e di reagire di fronte alle difficoltà, all’avversità o ad eventi negativi” individuando una strategia che permetta non solo di farci superare una crisi ma anche di prevenirla. “Resilienza, donne che fanno la differenza” è precisamente il titolo della raccolta fotografica di Elena Fiore che idealmente risponde al grido tacito lanciato dalle giovani in “Sheroes”.

Tali volti al femminile arrivano a noi percuotenti lasciando la loro impronta indelebile a Palazzo Rasponi e dai chiostri della Biblioteca Oriani di Ravenna. Stesso tema visto da due angolazioni diverse; nel primo caso più luminosi e solari i ritratti della Fiore provenienti da paesi quali Cuba, Birmania ecc. nel secondo caso il loro risvolto più tragico di resistenza di fronte a un indelebile passato. Continua a leggere

Salvador Dalì a Siena, nota di Elisa Castagnoli

“Salvador Dalì a Siena” ( al palazzo delle Papesse )

Oltre cento opere tra le più note dell’artista surrealista Salvador Dalì, perlopiù sculture ma anche arredi, scenografie e illustrazioni, sono esposte a Siena sullo sfondo dello storico Palazzo Piccolomini detto “delle Papesse” che indirettamente intreccia la propria storia alle opere del maestro catalano. L’astronomo Galileo, infatti, soggiornò in questa dimora ospite dell’arcivescovo Piccolomini dopo la condanna del Santo Uffizio a metà del 1600 e ancora le stanze risuonano dei suoi passi, delle sue osservazioni lunari e intuizioni sullo spazio e il tempo non-assoluti mentre in un continuum temporale quella stessa relatività teorizzata da Einstein all’inizio del ‘900 echeggia nelle opere di Dalì. Basti pensare ai suoi noti “orologi molli” che evocano la distorsione di una visione oggettiva e realista a favore di una del tutto soggettiva e simbolica .

Dalì è per eccellenza l’artista poliedrico e visionario che meglio incarna l’essenza del surrealismo; negli anni ’20 a Parigi frequenta artisti e intellettuali della cerchia tra cui Mirò, Magritte, Max Ernst e Paul Eluard, primo marito di Gala che poi divenne la sua musa ispiratrice, amante, dea nella figurazione e compagna di vita. Come nella poetica surrealista influenzata dalla psicoanalisi di Freud per Dalì l’arte è liberazione profonda dell’inconscio attraverso il simbolo, l’immaginazione e il sogno che dà adito all’opera pittorica o scultorea. E’ l’immergersi nei fantasmi della psiche ed esplorarne quel territorio conflittuale e oscuro dando forma alle larve dell’inconscio o ai suoi fantasmi arcaici là dove la creazione è emergenza vitale e liberatoria: necessità di mettere il visibile al servizio dell’invisibile. I suoi più noti paesaggi sulle tele infatti, ben lontano dalla pura astrazione, sono plasmati in un ultra-realismo di oggetti e forme concrete ma, anche, da simboli dell’inconscio e citazioni di un passato remoto, classico, frammiste a ectoplasmi molli o mostri preistorici. Le sue straordinarie visioni pittoriche ispirate ai paesaggi della Catalogna ma costantemente metamorfizzate in arte sono paesaggi concreti e insieme soggettivi che fanno da sfondo a sogni metafisici sovente costellati da simboli ricorrenti come gli orologi molli, le conchiglie, i solidi platonici o la quarta dimensione. Tali temi si ritrovano nelle sculture dell’ultimo periodo esposte a Siena; infine nella mostra è messo in luce un altro aspetto del lavoro daliniano: quanto la scienza moderna influenzi la sua produzione artistica, in particolare la relatività dello spazio e del tempo rispetto alla sua percezione della realtà. Continua a leggere

Ando Gilardi, “Food”, Foto-industria 2021 (al Mast di Bologna), nota di Elisa Castagnoli

Ando Gilardi, “Food”, Foto-industria 2021 (al Mast di Bologna)

 

“Il bisogno primario di cibo si sovrappone oggi a quello delle immagini” scrive Francesco Zanot nell’introduzione alla Biennale di Foto Industria 2021 a Bologna; esiste una stessa voracità nelle società consumistiche di oggi nel consumare cose, alimenti, cibi e i loro profumi non solo con il gusto ma con tutti i sensi allo stesso modo in cui desideriamo vedere, scambiare e ricevere sui nostri canali di comunicazione digitale, foto o video condivisi_auto-rappresenzioni di noi stessi_ ed ancora essere parte di quel fiume di immagini e messaggi che ci arrivano dai social. Una narrativa delle immagini si crea in questo modo, allo stesso tempo raccontando sé stessi e un’epoca nel suo scorcio sociale e culturale in atto. Oggi a ridosso di due anni di pandemia si lotta con i vaccini per tenere sotto controllo il nuovo propagarsi del virus e le festività si situano come una parentesi lieve, una sospensione in cui si è avviluppati dal cibo e dal calore di una casa, riportando al centro ancora una volta il consumo esasperato di cibo e di immagini. Tale, il tema “Food”, scelto per la recente Biennale foto/industria tra cui spiccano le fotografie di Ando Gilardi esposte al Mast ancora per pochi giorni.

Gilardi si avvicina alla fotografia nel ’45 all’indomani del conflitto bellico, inizialmente con un intento documentario e politico in immagini che costruivano prove legali contro i crimini neo-fascisti commessi durante la guerra. La sua produzione fotografica si realizza prevalentemente negli anni ’50 e ’60 sui temi del lavoro, dell’industria, dell’agricolture, dell’etnografia e della società. Alla fine degli ’50 Gilardi collabora con la rivista “Lavoro” e inizia a raccontare la quotidianità di contadini e braccianti sottopagati nei campi al nord, di venditori ambulanti, donne sfruttate al sud nella raccolta delle olive e altre simili realtà sociali agli albori del boom economico italiano. Continua a leggere

Essere umane, le grandi fotografe raccontano il mondo – nota di Elisa Castagnoli

eve arnold - harlem“Essere umane, le grandi fotografe raccontano il mondo”

 

Dagli anni trenta del novecento ad oggi un nuovo sguardo al femminile inizia a emergere e imporsi sulla scena della fotografia moderna restituendo nel rispecchiamento di sé le trasformazioni culturali e sociali di un’epoca. Tale, il filo conduttore della mostra attualmente in corso ai Musei San Domenico di Forlì “Essere Umane” curata da Walter Guadagnini. Il percorso ci conduce cronologicamente attraverso un viaggio per immagini dalla prima parte del secolo scorso ad oggi, dalle figure leggendarie della grande fotografia americana alle artiste che hanno segnato l’emergenza di una nuova coscienza femminista negli anni ’70 e ‘80 in Italia e altrove; si dà, infine, voce alle identità emergenti dalle culture extra-occidentali del XXI secolo.

Una moltitudine di sguardi di donne artiste si susseguono in questo racconto per immagini dagli stili diversissimi dove dominante resta, tuttavia, il reportage sociale agli inizi del novecento, la rivalsa femminile degli anni ‘80 e, sempre più all’inizio del XXI secolo, le voci dell’alterità, della differenza in senso lato_ personale e politica_ che oltre agli stereotipi danno spazio all’ espressione e alla libertà individuale. Le più di trecento fotografie in mostra si pongono come indagine nuda, in presa diretta sulla società di ieri e di oggi, ma, anche, aprono spazi di narrazione individuale e poetica per raccontare storie, le proprie, catturando scorci di vita intima attraverso le immagini. Continua a leggere

“Uno, nessuno e centomila volti”, Dante Plus 700 a Ravenna, nota di Elisa Castagnoli

“Uno, nessuno e centomila volti”, Dante Plus 700 a Ravenna

 

Ritratto, autoritratto, cento cinquanta volti per rispecchiare il mondo, per vederlo e vedersi in una infinità di versioni differenti partendo dal ritratto del grande poeta Dante, l’eredità fondante della nostra tradizione letteraria; tale lo spirito che anima gli artisti contemporanei esposti a Ravenna nel chiostro della biblioteca Oriani per la mostra “Dante Plus 700” in occasione del settimo centenario della sua scomparsa. L’originalità delle innumerevoli varianti sul ritratto originale del 1300 pone da subito la questione del come leggere il passato alla luce del contemporaneo, di ciò che siamo noi oggi con le nostre modalità comunicative: una civiltà mediatica, globale, dominata dalla tecnologia e convertita al digitale. Ne scaturiscono ritratti ispirati alla cultura pop, al fumetto o alla street art ma anche l’utilizzo della realtà aumentata per quadri che si animano con le nuove tecnologie della rilevazione in 3D. Nella molteplicità di versioni che si susseguono sui muri del chiostro o nel giardino esterno compare una galleria di volti che danno spazio alla fantasia e alla più grande versatilità degli artisti contemporanei. Continua a leggere

Maurizio Donzelli – “In nuce”, mostra a Bologna, nota di Elisa Castagnoli

Maurizio Donzelli - In nuce, Bologna“In Nuce” di Maurizio Donzelli (ori e mirrors al museo Medievale di Bologna )

 

“In Nuce” come titola l’installazione contemporanea al museo medievale di Bologna significa ciò che è nell’atto di venire alla luce, l’embrione di qualcosa che ancora non è, qui le geografie immaginarie create da Maurizio Donzelli entrando in uno spazio-tempo sospeso fuori dall’ordinario.

I disegni lievi ed eterei dell’artista bresciano entrano in dialogo silenzioso con gli ambienti del museo bolognese dove stratificano armi, arazzi, stele sepolcrali, sculture sacre e bronzi che datano dal XIV secolo. I suoi ricami aerei insieme agli effetti a specchio delle installazioni si intrecciano con l’impronta medievale del museo e della città. Bologna ne è pervasa In ogni angolo o lembo del centro storico, dalle cortine rosse abbassate sulle finestre dei palazzi comunali, agli emblemi dei casati incisi sulle mura rossicce, ai porticati dove ci si ripara nei roventi pomeriggi d’agosto. Allo stesso modo, le piazze ampie e soleggiate si alternano alle stradicciole strette e tortuose del centro antico mentre una costellazione di torri e resti di mura medievali circuiscono le porte cittadine. Da una parte la storia è stratificazione di tracce e lasciti del passato, nell’arte sacra e profana da un’epoca all’altra in forme e stili differenti. D’altro lato, l’arte di oggi entra in un dialogo sottile, ironico con il passato al limite cercando ciò che è latente piuttosto che manifesto in esso: il suo doppio nascosto o invisibile, quello che le opere suggeriscono tra le righe a noi con la sensibilità del presente come risonanza spesso asincronica tra due epoche. Qui, nello specifico, i monocromi d’ oro e i “mirrors” di Donzelli restano sospesi come filigrane lievi di colore e di luce in un tempo altro che non è né il passato delle collezioni, né il presente della sua arte. Un intreccio invisibile tra i due suggerisce possibili connessioni attraverso il tempo e lo spazio secondo le libere reminiscenze o sensazioni degli spettatori. Continua a leggere