Georges Perros – Impossibile essere felici di esserlo, nota di Francesca Marica

 

Georges PerrosGEORGES PERROS – IMPOSSIBILE ESSERE FELICI DI ESSERLO

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Impossibile essere felici di esserlo (Impossible d’être heureux de lêtre) è il titolo dell’elegante plaquette uscita nel dicembre 2020 in trentasette copie numerate per le edizioni Prova d’Artista, Galerie Bordas, curate dal poeta Domenico Brancale – da anni, instancabile scopritore e dispensatore di talenti e meraviglie.

La plaquette, impreziosita dai disegni di Luca Mengoni, contiene una selezione di Note tratte dal primo volume di Papiers Collés, pubblicato da Gallimard nel 1960.

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La curatela e la traduzione sono di Mauro Leone che di Perros deve essere considerato un fratello minore, un parente di elezione. Lo dico subito e senza ipocrisie: Perros, per il suo debutto italiano, non avrebbe potuto desiderare un curatore e un traduttore più attento e devoto. Mauro Leone ne ha studiato scrupolosamente non solo l’opera ma anche la biografia e la geografia. Ne ha respirato i luoghi, le suggestioni, i tormenti, i fantasmi.

Mauro Leone lo ha incontrato Georges Perros, ma per davvero, e al di là del tempo e delle distanze. E di come certi incontri possano avvenire al di là del tempo e delle distanze sarebbe superfluo fornire qui i dettagli e i particolari.

L’ammirazione di Leone per Perros risale a quindici anni fa; lo ha raccontato lui stesso nella postfazione alla plaquette e in alcuni interventi successivi alla pubblicazione.

Solo da un’ammirazione così radicata poteva nascere un lavoro come quello che è effettivamente nato. Colpisce la fedeltà assoluta di Leone per la figura e la ricerca (linguistica ma anche tematica) di Perros; una fedeltà a cui non siamo più abituati considerati i maltrattamenti frequenti e le derive autoreferenziali a cui taluni traduttori hanno maldestramente tentato di assuefarci. I traduttori sono ladri innamorati ha scritto Norman Gobetti. Non tutti, non tutti lo sono, caro Gobetti. Ma per fortuna Mauro Leone appartiene alla categoria degli irriducibilmente innamorati.

E se tradurre vuol dire trascrivere i silenzi del vissuto e i suoi rumori, traslare le sue voci e le forme in un piano che sfugge perché vita e biografia sono un libro con un testo a fronte ma a separarle c’è un candido vuoto – come ha scritto Enrico Terrinoni – mai come in questo caso i silenzi del vissuto e suoi rumori ci hanno condotto verso lidi lontani.

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Immagino che alcuni di voi si staranno chiedendo chi fosse Georges Perros.

In Italia il suo nome è praticamente sconosciuto e circola in condizione di semi clandestinità tra pochi addetti ai lavori di area francofona. Da dove iniziare? Come fare a rendergli giustizia?

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Georges Perros, nato Gerges Léon Poulot, è stato un poeta e uno scrittore francese.

Negli anni della giovinezza si dedica con fortuna alla musica e al teatro dove ottiene numerosi riconoscimenti, per poi approdare al mondo della letteratura in un secondo momento quando è ormai trentenne. Siamo intorno al 1950.

Insaziabile ed esigente lettore, collabora con il gruppo d’avanguardia Les Lettristes di cui firma il Manifesto. Fu però l’incontro con Jean Grenier, il maestro di Albert Camus, a determinare il suo ingresso nell’ambiente letterario parigino.

Grenier crede nel suo talento e ne diffonde gli scritti. Grazie all’intermediazione di Grenier i testi di Perros vengono pubblicati su rivista e riscuotono diverse simpatie.

Sempre grazie a Grenier, Perros muove i primi passi critici sulla Nouvelle Revue Francaise.

I suoi testi e i suoi scritti critici attirano l’attenzione di André Breton, Robert Pinget, Roland Barthes, Pierre Klossowski. È allora che comincia a utilizzare lo pseudonimo Georges Perros, quasi a voler preservare la verginità e la purezza del suo vero io.

Nonostante i successi e le manifestazioni di stima e ammirazione, cresce progressivamente la sua irrequietezza. Perros si sentirà sempre estraneo ai salotti letterari (così come del resto si era sentito estraneo prima al mondo degli attori, categoria da lui detestata) e ben presto preferirà a quell’ambiente di intrighi e giochi di potere, la piccola cittadina bretone di Douarnenez dove vivrà fino alla fine dei suoi giorni.

L’aveva scoperta Douarnenez durante uno dei suoi tanti viaggi, quando stanco delle meschinità della capitale francese, aveva preso a girovagare in cerca di un luogo che gli assomigliasse e potesse diventare la sua residenza naturale.

Lì, in esilio volontario dal mondo, trascorrerà quasi metà della sua vita pur tornando sporadicamente a Parigi e continuando a viaggiare di tanto in tanto in compagnia di pochi amici fidati. Gli resteranno sempre accanto nella piccola cittadina bretone la compagna Tania, la bellissima donna di origine russa conosciuta negli anni parigini, e i loro tre bambini.

A Douarnenez, Perros scriverà e dipingerà. Condurrà una vita semplice e appartata. Abiterà in case sempre fatiscenti e affacciate sul mare; case dalle finestre chiuse come scriveranno alcuni suoi biografi. Solo lì riuscirà finalmente a riappacificarsi con se stesso e a tenere a bada i suoi demoni peggiori.

 

Georges e Tania Perros, Douarnenez, 1972 – Ph. Soizic Pachet

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Alla biografia essenziale e scarna di Perros fanno da contrappunto una vita densa e controcorrente e una produzione letteraria e poetica di primissimo livello che gli varrà in vita diversi premi e riconoscimenti importanti.

Perros ci lascia in eredità due raccolte di poesia, tre volumi di Papiers Collés, un centinaio di note critiche e una generosa corrispondenza con i più grandi intellettuali, filosofi e scrittori della prima metà del Novecento.

Uomo di un’intelligenza e di una sensibilità fuori dall’ordinario, aveva un pudore e una ritrosia inusuali. Di sé diceva: sono un creatore irriducibile di note!.

Non si considerava uno scrittore e neppure un poeta ed era convinto che i suoi lavori non meritassero il blasone di opera letteraria.

Fortemente critico nei confronti del mondo accademico, non ha mai nascosto il suo disgusto per chi in quel mondo si dimenava per cercare fama e riconoscimenti.

Se si escludono le poesie e i testi critici, gran parte della sua produzione artistica si compone di quelle che lui chiama Note. I Papiers Collés altro non sono che i raccoglitori di queste Note e, come ricorda Mauro Leone in postfazione, rappresentano a tutti gli effetti la sua officina di scrittura.

Le Note dei Papiers sono un insieme di aforismi e brevi prose. Sono fogli incollati, appunti a margine, considerazioni estemporanee e crude, pensieri incisi sulla carta e trascritti su vari supporti di fortuna (brandelli di carta, ritagli di cartone, scatole di fiammiferi…).

Le Note di Perros sono collage di parole, sono il suo epistolario silenzioso con il mondo.

In quelle Note il confronto con l’Altro – soprattutto con gli autori da lui più letti e amati (tra gli altri, Baudelaire, Stendhal, Kleist, Leopardi, Lichtenberg, Nietzsche, Valéry, Simone Weil) è una presenza costante. Lo spiegherà lo stesso Perros nelle sue Notes pour une préface.

Le Note sono un tributo, un omaggio agli autori amati ma anche agli uomini e alle donne comuni dai quali Perros si tiene prudentemente a distanza ma che, proprio nella distanza e nello scarto, continuava a incontrare. Tutta la sua esistenza, di uomo e di scrittore, si è mossa lungo il doppio crinale della fuga dall’Altro e del desiderio di incontro con l’Altro.

 

Georges Perros - Impossibile essere felici di esserlo, illustrazione di Luca Mengoni

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La scrittura nelle Note è immediata, precisa, lineare, mai barocca. Una scrittura dominata dall’intuito più che dalla ricerca di uno stile. A Perros non interessa il bello, la perfezione formale del testo. A Perros interessa la rottura, lo strappo, la lacerazione.

Secondo il critico Jean Roudaut, Perros non si fa mai complice della parola, anzi la costringe, la stringe, fino a quando non produce un qualche chiarore; poi l’abbandona senza alcuna tenerezza.

Come Perros stesso confermerà in diverse occasioni, le sue Note non hanno mai voluto avere un’ambizione filosofica né tantomeno di approfondimento sociologico e antropologico; il loro intento era semmai quello di condurre i lettori al segreto della parola, all’abisso dell’oscuro, all’indagine del sommerso.

Del resto Scrivere è rinunciare al mondo implorando il mondo di non rinunciare a noi e l’ambizione degli intellettuali, degli artisti e dei poeti è quella di arrivare a coloro che sono incapaci di comprenderli. E lui ne era fin troppo consapevole, pur non considerandosi né un intellettuale, né un artista, né un poeta.

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Con Perros si consolida quella forma di scrittura oggettiva e radicale, lontana dal narcisismo della prima persona singolare, a cui si ispireranno negli anni a venire non solo Francis Ponge ma anche Philippe Sollers e Jean Marie Gleize.

Impossibile essere felici di esserlo, nel tentativo di far conoscere al pubblico italiano questo grande clandestino della letteratura francese, raccoglie e seleziona una parte delle Note contenute nel primo volume di Papiers Collés.

Dei tre volumi di Papiers Collés, il primo è senza dubbio il più importante e anche il più conosciuto, quello che contiene la dichiarazione di intenti del suo autore.

La versione italiana contiene una selezione di trentotto testi, in appendice alla plaquette anche la versione originale in francese. Per i lettori di Imperfetta Ellisse, un’anteprima di quella selezione nella traduzione di Mauro Leone, a cui vanno i miei ringraziamenti di lettrice e di amica. (francesca marica)

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Per chi almeno una volta ha avvertito un possibile equilibrio nello spazio mentale dove tutte le cose convergono, ogni altra situazione, posizione, risulterà un martirio. In nessun modo questo posto totalitario, per quanto piccolo sia, somiglia all’idea che ci si fa del paradiso. Al contrario, Eppure l’uomo vi trova i suo tornaconto. Tentativo di sottrazione per arrivare allo zero.

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Il fatto stesso di mostrarsi di continuo agli altri con la maschera di colui che si vorrebbe essere ci fa perdere la voglia di esserlo davvero e di lavorare per diventarlo.

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Tutti quelli che conosciamo senza amarli sono già morti.

Per molti siamo già tutti morti.

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Suicidarsi è stupido almeno quanto amare. È sempre un malinteso che decide l’atto. Il suicidio annulla una parte di noi rimuovendo il tutto. L’amore esalta quella stessa parte. È l’esatto contrario del suicidio. O uccidere qualcuno in noi o amarlo nell’altro.

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Se fossi colui che le persone che mi amano, pensando di conoscermi, credono che io sia, smetterei di frequentarle.

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Scrivere è l’atto meno pessimista che ci sia.

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La vita dell’uomo è uno sforzo continuo per non essere libero. Perché la libertà è letale. L’uomo ha una sola angoscia, quella di essere libero. Un solo orrore, quello di non essere libero di coltivare questa angoscia secondo le proprie leggi. Leggi segrete, spesso inumane. Sta alla nostra libertà essere libera, non a noi. È vietato servirsene. Non proprio vietato. Raccomandato. È un consiglio. La sola prova di Dio. Poiché questo consiglio è divino, abbiamo tutti un solo desiderio: ignorarlo.

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Scrivere è andare al di là delle proprie forze. Da qui la menzogna, l’etica. Nessun uomo saprebbe scrivere senza mettere a nudo le sue possibilità, i suoi limiti. L’uomo è così poca cosa che si dà pace solo nell’esagerazione di questa piccola cosa. È così che a volte arriva all’arte che, sebbene non riesca a sottrarlo dalla sua miseria, libera un profumo. La bellezza esiste, non è una forma, è una sensazione.

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Siamo superficiali. Non possiamo non esserlo. Non ci siamo creati. Il linguaggio, lo rubiamo. Possiamo provare a ridurre al minimo questo inconveniente rendendoci responsabili di tutto ciò che le nostre azioni hanno di esteriore, cioè di sottometterle alla nostra attenzione. Un libro, per esempio, è una somma di dettagli controllati minuziosamente dall’autore. L’insieme gli sfugge, in funzione stessa della riuscita. È il paradosso di una libertà di cancellature che diminuisce man mano che si manifesta una perfezione.

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