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Alessandro Canzian – In absentia, nota di Claudia Mirrione

In absentia (Interlinea Edizioni 2024) di Alessandro CanzianIn absentia (Interlinea Edizioni 2024) di Alessandro Canzian
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La storia contemporanea lascia il suo segno nella poesia di Alessandro Canzian che intercetta la chiusura di un’epoca (Alle cinque un odore acre / di caldo che avanza. / Un bacio. « Fatti il segno / della croce, Silvio» cf. p. 13) e il protrarsi di una guerra che sta via via diventando una «Terza Guerra Mondiale a pezzi»: l’Ucraina come la Polonia della Seconda Guerra Mondiale (La ragazzina scorre disinvolta / i giardini di tutta Europa. / E Ucraina e Polonia. / La vita è sopravvalutata, cf. p. 26). Lungo la prima sezione della raccolta in questione, Minimalia, vediamo la guerra dal ponte di Crimea crollato (17.07.2023), attraverso gli occhi di ragazzine integre nella bufera (splendida è la serie a loro dedicata). Analizziamo uno di questi testi:

Ragazzina, vent’anni e

Un sapore di fiori sul vestito.

Un rischio per la pietra

Comandata dal Signore

O da un altro ufficio.

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Come nota Martin Rueff, nella nota finale, le poesie delle tre sezioni del volume (Minimalia, Sul fondo, In absentia) «sono per la maggior parte delle strofe di cinque versi (il francese usa la parola quintil), non rimate e costruite su una nitida opposizione drammatica dei tre primi versi e dei due ultimi. Così la poesia diventa un piccolo dispositivo drammatico basato sul contrasto tra una cosa vista e la sua iscrizione nella sensibilità». E la sensibilità vede l’intrecciarsi di refoli sinestetici, echi evangelici e un fulmen in clausula di indole epigrammatico-sarcastica che ci rimanda alla più cruda realtà.

La seconda sezione, Sul fondo, prende il titolo da quello che inizialmente Primo Levi aveva in mente per il suo Se questo è un uomo. Il messaggio fondamentale di Levi, cioè che la soppressione della diversità e la valutazione con due pesi e due misure abbia come “coronamento” il lager nazista, assume contorni caustici e sferzanti (la corrosività pungente sembra essere un fil rouge della raccolta):

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Hanno spianato per chilometri

Qualunque cosa viva

Alberi compresi.

Conta quanti loro morti

Valgono uno dei nostri.

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In tutto questo, il grande assente è proprio Dio cui è rivolta proprio la sezione In absentia: un Dio ubriaco, vendicativo e geloso, un Dio che ha vaghi ricordi di cosa sia il bene. Un Dio che, nella Genesi rivista da Canzian, passa le giornate della creazione «in un silenzio attonito» nel «rumore dell’ universo» e mai riposa (il settimo giorno non esiste nella raccolta). Queste riflessioni teologiche si alternano con l’ “enigmatica” (l’aggettivo è di Rueff) presenza di un topo che convive con l’io poetico (molteplici i riferimenti chiariti dalla nota dell’autore, dall’invasione dei topi in Friuli del 2021, all’opera L’Isola dei topi di Alberto Bertoni, pubblicata da Einaudi nel 2021, a “Universo 25” di John Calhoun, il famoso esperimento di sovraffollamento che conduce all’estinzione, in cui si rivedono, mutatis mutandis, le dinamiche umane). Questa figura misteriosa che si aggira tra i testi di Canzian sembra essere il correlativo oggettivo di Dio, la lordura, la sporcizia, il sudiciume del mondo. Se, secondo la prova ontologica dell’esistenza di Dio, per Anselmo D’Aosta, Dio è «Id quo maius cogitari nequit», per Canzian è «Id quo peius», insomma. Oppure, ancora di più. Esso è nulla; come si conclude la raccolta: «Dio / è un sinonimo di mai». (claudia mirrione)

Valeria Rossella – Quello che vedo

Valeria Rossella - Quello che vedo - Interlinea Edizioni 2021Valeria Rossella – Quello che vedo – Interlinea Edizioni 2021
Ricevo da Interlinea Edizioni, certo su indicazione dell’autrice, questo bel libro di Valeria Rossella, già presente su questo blog (v. QUI), in particolare per la sua raccolta di poesie La città di Kitež, uscita per Aragno nel 2012. Rossella, va detto subito, non è solo poeta di grande raffinatezza, ma anche studiosa e traduttrice dal polacco, in particolare del Premio Nobel Czesław Miłosz (sua ad es. la cura del monumentale Trattato poetico, Adelphi 2012). Già all’epoca, cioè nel 2012, avevo rilevato alcuni elementi di interesse, a cominciare da una inesausta fonte lirico elegiaca a cui Rossella attinge senza intellettualismi, forte della convinzione che la poesia, alla fine, appartiene solo a sé stessa, libera da correnti, schieramenti, rinnovamenti obbligati, modernismi. Così come avevo osservato a suo tempo, anche qui tornano protagonisti certi temi che appartengono alla natura stessa della poesia, al suo essere voce umana, pensiero, speculazione sull’esistenza (e tuttavia più della filosofia, giacché – dice Valeria – “i filosofi portano verità cariate nella bocca”): il tempo innanzitutto, topos tanto indefinibile quanto imprescindibile, matrice del flusso della vita e della memoria di essa, filza di attimi/coscienza in cui siamo stati, di cui abbiamo impronta (sia detto, ancora, senza scomodare filosofi); i sentimenti e gli affetti, compresa la mancanza, l’assenza, ma anche la persistenza che ad essi assicura il ricordo, sia pure nella sua poetica “inesattezza”, ovvero nella sua ri-creazione in versi, nella sistemazione di esso in un casellario privato; e c’è, in questa componente sentimentale/memoriale, naturalmente un sentimento del tempo, che scorre e forse ritorna come nelle piccole stazioni che “hanno due binari”, che in qualche modo  è un flusso ma “non sta su un piano cartesiano”, cioè non ha quella razionalità che alla poesia non può interessare, poiché semmai è (e il poeta lo sa) a rude stream di shakespeariana memoria. Va da sé che in questo repertorio tematico, qui come in Kitež, non possono essere assenti la morte e i morti. Rossella sa che “non si ritorna mai, non si ritorna”, la morte è un momento in cui “ciò che è lasciato è lasciato, il libro aperto / a pagina cinquanta”, il distacco anche improvviso da una concretezza di persone e cose, un precipitare “nel buio dove tutto è immoto, dove tutto è anemico”, ovvero un luogo scolorato e inerte. I morti, certo, ma anche coloro che si sono persi per strada, i lontani, i dimenticati, che cioè soggiornano in un limbo, quelli che solo grazie alla memoria, a un recupero poetico, “emergono dal permafrost degli anni”. Come un aruspice il poeta deve raccogliere i segni e risignificarli, siano essi cose concrete o memoriali o gli uccelli qui spesso presenti (civette, cigni, ballerine bianche, le mitiche Chere, storni o “uccelletti sconosciuti con la testa bianca”) oppure “gli oggetti-talismano, il Rocci, lo spartito / dell’Amore è blu”. È un procedimento creativo raffinato, in cui nulla va perduto e nulla è ridondante, e tutto o quasi, specie nelle poesie migliori, si ricombina in un testo poetico assai suggestivo, dove pensiero e immagine si abbracciano (v. ad es. più sotto Monadi nell’autunno del 2020). La poesia si ricompone, si ricuce. E sebbene Valeria ci avverta che “l’arte delle cicatrici non consola” tuttavia la poesia non può declinare certe responsabilità. Si tratta, come già accennato, di ricostruire, che è pur sempre un atto di speranza. O rimettere insieme i cocci, come suggerisce l’autrice nella sezione Kintsugi, ovvero, come annota Rossella, l’arte giapponese di restaurare oggetti rotti con lacche o metalli preziosi lasciando tuttavia visibili le fratture: poiché – aggiungo in generale – il testo, soprattutto in lirica, non nasconde (o non dovrebbe), semmai ricompone sotto altra forma i frammenti, crea un’estetica in cui il segno del tempo (che grida, “il tempo che piange ininterrotto”), forse l’imperfezione, forse un certo senso di impermanenza, o  l’impossibilità del ritorno all’inizio “per chiudere la vena” sono fondamentali (definiamolo, perché no, un wabi-sabi poetico). Alla fine, nella lingua colta ma cristallina, impreziosita spesso da lampi di metri canonici come certi endecasillabi, tutto trova la sua luce, c’è molto poco di fosco, niente di patetico, ma nemmeno niente di rassegnato. Perché, come già in Kitež, Rossella si pone saldamente al centro ma senza egotismi, confida solo (o spera) che la poesia, come i limoni dipinti da Francisco de Zurbaràn, nella poesia omonima, che non “patiranno le muffe e i saprofiti”,  riesca a ricreare una realtà che “cambia di grado”  sconfiggendo “la vociferante obsolescente acqua” del tempo. (g. cerrai)

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