Augusto Blotto – Ragioni, a piene mani per l’ “enfin!”

Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per l' "enfin!" (fronte / retro)L’uscita, avvenuta nell’aprile 2021, di Ragioni, a piene mani, per l’ “enfin!” di Augusto Blotto ([dia*foria / dreamBOOK, ISBN 9788899830519, pagg. 260, con  interventi di Giacomo Cerrai, Philippe Di Meo, Chiara Serani, Stefano Agosti) tenta con la speranza di qualche successo non solo di ampliare la conoscenza di questo grande vecchio (Torino, 1933) della poesia italiana, ma anche di riaccendere l’attenzione su di un autore forse appartato ma certo non più adeguatamente analizzato, con rare eccezioni, dopo la giornata di studi a lui dedicata a Torino il 27 novembre 2009 (ora in Il clamoroso non incominciar neppure – Atti della giornata di studio in onore di Augusto Blotto (Ed. dell’Orso, 2010, con quattordici saggi di vari importanti autori).

Incominciamo col dire che questo volume non è una delle opere di Augusto Blotto, per il quale non vige affatto né il concetto di compiutezza “finita” né quello di un determinarsi conseguente e successivo del lavoro poetico né, forse, nemmeno quello ancora di tempo lineare, sebbene ogni suo libro abbia poi una sua precisa identità, una “aura che vi circola” come dice lui. È semmai una delle “emergenze”, degli affioramenti dell’inesausto lavorio blottiano. Blotto infatti è autore di un lavoro sterminato (circa ventisei opere a stampa e materiale per ipotetici almeno altri ventinove volumi), e anche questo libro è una sorta di carotaggio, una ricognizione campionaria per “estrazioni dai giacimenti” di quella che possiamo chiamare d’ora in avanti l’Opera, ovvero “l’enfin”, attualmente composto da oltre 2700 cartelle. Blotto, come scrisse uno dei suoi estimatori Giovanni Tesio, è un poeta “di sfide e dismisure”, un ricercatore indefesso che scava nel corpo immenso del linguaggio e della realtà che esso rappresenta, ne rivoluziona la sintassi, rivede senza patemi gli schemi metaforici, gli accostamenti di senso, le immagini che ne derivano, insomma un osservatore acribico del mondo che egli, grande camminatore, percorre come uno specialissimo flâneur ricevendone stimoli fluviali che l’autore organizza ed ha organizzato nel corso del suo lavoro in quello che Daniele Poletti nell’introduzione definisce un mastodontico iperoggetto letterario, uno spazio vasto che ricomprende tutti i paesaggi in cui Blotto ha fatto irruzione ridefinendoli in una nuova matrice. Ed è il linguaggio una delle maggiori peculiarità della sua poesia, una lingua non meramente strumentale né mimetica del caos del mondo, della sua incomprensibilità, ma intesa – tra le altre cose – come manifestazione del tempo (letterario ed esistenziale) quale “visione sincronica ed onnivora della realtà”, ove “il tempo è momento, o un luogo quasi topologico in cui precipitano le cose, gli oggetti, gli “accidenti” – nonché il linguaggio che li determina – e che ha una durata pari a quella del testo che li contiene, ma che non ha altra rappresentazione per così dire “lineare” o analogica, non fluisce, non ha nemmeno la figurazione di un prima e di un dopo attraverso la sintassi, la cui mobilità è segnale semmai che la realtà “avvenuta” è soggetta a una continua (finché il testo lo consente) revisione testimoniale”[1]. Ma “il linguaggio sembra avere per Blotto un peccato originale, una tabe, variamente connotata, in primis dalla rigidità del codice, con il quale tuttavia, in quanto materia, dobbiamo avere a che fare (non dimenticando che il linguaggio nella sua essenza è sempre “narrativo”, sequenziale, ordinatorio, e vive nel tempo che il testo si è dato, come abbiamo detto). E poi connotata da un comfort associativo, con cui la mente giunge a conclusioni “economiche”, in qualche caso anticipatorie, “usabili” e quindi in varia misura scontate”[2]. È l’ “ordine costituito del linguaggio” che viene da Blotto rivoluzionato, anche spessissimo sotto il profilo sintattico, cose che non impediscono però a Blotto di attingere vette anche liriche, anche umoristiche e sempre di altissimo valore descrittivo e iconico. Perché “l’atteggiamento di Blotto non è puramente contestatorio: la distruzione (la messa in crisi) dei meccanismi è in realtà la ricostruzione delle loro macerie sotto altra forma, con altri mezzi, è la proposta (peraltro un po’ imperiosa) di non lasciarsi intimorire dal sublime, nel senso di gettare uno sguardo su di una vastità impressionante, che riguarda, come un Caspar David Friedrich delle parole, quella delle possibilità del linguaggio”[3]. Blotto è poeta ricchissimo, non solo della cultura che dimostra e trasfonde nei suoi versi, ma anche di una infinità di dati informativi, sensoriali, eidetici, linguistici, oggettuali e ideativi che fornisce al lettore. Il quale, se può essere soggetto ad un “sentimento di instabilità, di non comfort (concetto tutt’altro che peregrino, basti pensare al barthesiano “piacere del testo”)”, è perché viene “condizionato” anche cognitivamente. “Condizionamento” (usiamo ancora le virgolette) che, nel suo caso, “non riguarda soltanto l’espressione di una sua realtà, ma anche come questa realtà debba essere riformulata, tramite il linguaggio, nel pensiero, anche di chi legge”[4]. Non è una semplice seduzione, è la più alta corresponsabilità del lettore. Una esperienza che possiamo definire assoluta. (g.cerrai)

SPERANDO DI NON AVER PIÙ DA ANDARE AVANTI

L’ampiezza di questi cieli di piombo
chiaro affigge il, sempre in guardingo, fermarsi
E lotta e vivacità, a cromi avorio di luoghi
bui di bandana sprofondo, vallate dita?

E sono inoltre contraddistinte da nomi

Vedo che presento qui, frollo
di passo passo mordicchiarmi l’… antico,
una parata da miss di non pochi dei miei
plausemi tipici, genufletto felici

Però forse il continuo può interrompersi,
fortificarsi cioè, di punti grossi
come cappio a una canapa
                               Seguono
infatti esempi stolidi: uno,
o due e qualche, come può andare in giro
il prudente, un po’ a curvo-rialzantesi

*

                                 Vorreste
esservi…! in sere così di spolvero
– voi che sapete niente, suppongo; siepati
via in nonnulla dal frequentar noi l’acido
che la vita libera instilla
in ogni movimento, guardantesi le spalle;
voi augurereste gualdrappar, ma che piedi,
racconsolandovi il guardo, vi trovate? –
terriccio a piazza di lecci, rientro
– da gioiose fatiche quasi assordate –
camerante un esumar, falci di viti pendule
e svenir parvenze di viali: commercio!
la cosiddetta turpitudine, l’intaglio
chiacchieroso delle foglie (da parecchio tempo
ferro, simili nel color scafandro
al coleottero d’un’estate noiosissima)
sorprendentemente spostando i guai grossi
(ramazza levigata, spinta che nega influire
con umiltà veridica, prestanza)
in un bianco di fallar, che dubita l’esser corretto

*

Le carte litoraneamente (s)possesso
del poter anche tradire, se ami fitto
sentirti, beo topografico, annidano
inspiegabili anse, in cirillico forse: estensioni,
– episodi, che non posso controllare; antipatìe
giusto quali i poeti cuticagna
si collocano in paesi di spunzoni
nordici, in collari di torture,
un germanizzo retico senza perché,
uno chiede ove effettivamente si trova –
figeate da veduta aerea, gobbe un po’ larghe
(grassocci bachi lasagna, dragati d’irto)
i fiumi trasmutano in balkash dei re-
-litti acciugai di morbo: io del dolore
– perché non vorrei distrarmi, ora, con le sue grandi
linee: quel bel fiore vermiglio
carciofo, le catastrofi vaniglia –
conosco, le minuzie?
                                    Mai la vista
alzerà il suo sole su quelle plaghe
ripromesseci fin dalla più tenera età,
e la dolcezza di questo sentimento
di balaustra (confine) non può trarre in inganno
vis-à-vis degli immediati provvedimenti;
pur consolantisi col bronzo di corteccia
della giornata ch’è stata: esempio conte-
-nente di forza e valore, allungante
il ritmo verso la fine del procedere, floscio
pantalone che pare la sappia lunga

Corallo turchese, grotta dura dei monti
nudi a placche sul ventriglio dell’aria
focaia, ghiaie a sdraio percorsi
turriteranno di lor curve, crema-
-liera tartara stipante a filza ossicini
movibili poco; e se n’eran viste, sì
che balla quasi il memo, incertitudo
sui tempi che attraversarono i climi
Sempre puri di accurata, particolare
bellezza senza ironia i declivi lira
o mandola, disseminati di orletti-
-foglie-cuoio in sole, con l’intermessa, da radura,
castagna commovente, soleano, ed è ancor oggi,
ricevere ombre di viventi (prefiggersi,
infatti, possedevano; crocchi
d’intercidere luoghi; magari domani;
magari con mezzi di trasporto) cari
a sé in certi momenti di penombra,
quando l’oriolo giallo d’un solicello
da prato tardo un pomeriggio eleva
a speranza, per la nebbiosetta insita
nei contorni, cispe di ripromissione
che il folgorar sia notte e scenderà dragone
nel buio approvando si mantenga
questo stato di legnicello crepuscolo caldo
perdurante sin quasi dal mezzogiorno
con rumorii come d’asce, corriere
sulla strada precipua, traffico a slarghi

su cui né irrido: lo infilo sotto braccio,
come i giornali gl’intellettuali creti-
-ni, traghetto a buon sito la falsità

Varzi
Borgo S.Dalmazzo
ottobre 2002

= = = = =

Unghia di corno giallino, ammirevoli
vegetazioni sottostando, ha corrugato
la crema del cielo, il suo lindo silenzio
a quadri di vagoni e margini, (e per crema
s’intenda quel raggrupparsi a frangia
spinaciosa appresso a un piede che entra
in bagnarsi con dita ad arco, cenere e brusco
il tratteggio della pelle): aspettarsi
alcunché, è fiaba di quelle nebbie
– non ci si fa illusioni, scossone buon persistere –
rocciose – nell’alba -, tanto, cerniera di pane
immollato, sbiàncasi addirittura il mero
concepire possano venire le cose

L’addome virgoloso (tutto ciglia
nel traslucido convesso) pòrto avanti
a sé, uso buzzo o landau, dell’unico
argomento che si possa trattare fra questi
(dico: il meditato cielo su bellezza)
sogni realizzati ben al di là di fanta-
-sia (speranzosa dell’avvicendamento)
maèstra solitudini che se la danno
– è la scoperta che il giorno passa la mano,
stupito non poi tanto, come una fede
in grembiule rosa accetta cappella in bivio
e furbizia in riserva ve n’è sempre-
a intendere, di lucideggiare assoluto
nello spiazzo livente dell’asfalto
notturno, quale progreda, corto
in larghezza, turgido di boccia, sigillo
– i rientri, senz’auto incontro, o per leghe
attorno di groppe con paesi, “noi come allora”
camicettati di fresco rum, bianchi –
nell’espressione mascellata di futuro
non solo possibile ma ad erosioni e balzi
resettato di bonomia che sbraita,
linea obliqua sfuggente da nari a osso frontale

.
Le, chiamate case, ma, confidente, a me sembran piuttosto
bicocche, anche se cervellate d’artistico
grigio-manteca o caravella-latebra
(vibrata), quetano (pàstano) loro spranghe
verniciate di blu, così come sportelli
apribili a metà immettono stanbugi e spiraglio
odoranti d’alpin caglio e di chiesa
girata in ovoidal trottola (i marcati
pilastri a strombo e trifoglio cedevoli
s’immaginano, crema-ad-elica): gli occhi
sono utili disperatamente per
sporgersi su paese, che zìtti il cencio
di curva restante tale (sola, immobile,
tacente in benda) anche in notte che sia
questa, neppure argentinata da beffroi:
lana a cercine molle di curva stradale
affibbiata a un interno del riconoscersi,
noi poveracci, considerati, spostabili
se nel piano urta appen ruga il muoversi
slittabile, campanante

.
                           Uggia di verde
fronzuto, sudorante, viottola tortile
nel pomeriggio stomacato penso senza
prospettiva integra, il bronzo si erige
a faraone, in quanto a muso o mantide
schifosamente spocchiosa: se’ n stiano
per là i plori di chi ha avuto il coraggio, la faccia tosta,
di assister per decenni al respiro grillato
che una persona emette non avendone
interesse alcuno noi – e immagino
nessun altro? potessi!… – a distesa
[potessi parlare e vivere come esplode
non solo a giallo petardo la violenza retro inghiottita al-
legro commilitone da cinturone!]

.
Tra festuche e nell’eccellenza d’acque
ispirate da plateaux di craie, annodate
per riflessione convergente e ostinata,
la tremollosa impressione mica tanto
augurabile che la fine (o fece) sia davvero
in figura pacioso gialla del
davanti ora, avvertì col feltrare
di chiazza lucida la cuticagna,
per così dire, del sederone
soldatesco: tale è la noncuranza
dei luoghi, da scarabocchiare un colitico
ragnato, quei che gràmpian lingua in lisca
bianca; e museggian conigliòn
semi-elevazioni (anche in senso startegico, perchè
qui si tratta dell’argilletto di portarsi,
piastrarsi, a salti in rialti, guerra) lasciando,
smettendo che le vesti del vivere cadano, pallida
costola d’agnello (ma ricordi il froler, tombant
sul pavimento, quanto ci adertava?)
(se siamo soldati, non è per nulla, gioviàlo)
rien n’est plus dur que la guerre l’hiver
e subito rimettersi dalle febbri

.
Medaglia sporca di mica tra ripe
la fonte con la via che vi si reca
(come ciondolo appeso a cordicella)
affronta caschi modesti di boisé
velato, come si era immaginato
neppure, nei tardoni bocconi a corsetto
(virato in prua a sella acuta di picco)
del risveglio più focoso in dedizione
e bassura di giaggiolo
                           Glabra vena
della mattina che ecciti, prometto!
il polverìo bianco, da ciclope
bonario, màrmo in disposizion di boschi
casco addormito, e indumenti si sentono
talmente apportatori di buone
notizie, da farci pensare un poco,
alfine, a noi con meno antipatia
quasi potessimo distaccar, deposito,
giudizi che servono a qualcosa
                                 Certo,
un lieve stanziar di sepsi bruìna l’aria
che è un po’ abituata a consolazioni, a
rassegnarsi (le passeggiate di parenti
– fra loro- anziani di tinta pollo
l’anca); il ventolinar di foglie
abbastanza piccole e dure parrebbe
indicare un’assenza di scopi anche nella
sera che ci sta davanti, persino
forse nella notte: studio,
però lo sapevi quaal’è il tuo sapore,
scotto in bocca di cuoio, diminuente,
dato che è cultura, i riflessi!
Tutto sarebbe cambiato, mi ero
detto, quando dal territorio
della perdurante bellezza venissero
scorti i passi confidenzial’intimi, un noto
continuante
                   La complessione, da scimmia
gigante che ci s’abbatta (addosso), dei variotti
crudeli di ciel’erba,confessa lenta
questa permeazione d’eroe, nel senso di dritto
in piedi al limitare; contrizione
del mentire su sbagliate rinunce, insuccessi
ammuffiti da intere generazioni,
blòccasi in beo allo staglio di nuvolone
traslucido, con un saper d’esser nati
a questo, che è gage di fiutar qua
e là riprendere, ritaglietti: servire?

Essendo un semplice, l’umiliazione,
bianco muro di casetta rigagnolo,
non mi fa tirar indietro: il punto
interrogativo è un solicello
di saper già come andranno le cose

St.Ouen sur Morin
Sablonnières
aprile 2011

[Segue pagina bianca di separazione]

 .

  1. Giacomo Cerrai, Piani di Blotto. Appunti di lettura in Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per l’ “enfin!”, pag. 184

  2. ivi, pag. 185

  3. ivi, pag. 186

  4. ivi, pag. 187

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