Jeanne Dortzal – Poesia, a cura di Emilio Capaccio

jeanne dortzalCanterà così come respira, e le sue mattine

s’innalzeranno a Dio come barriera di perle.

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J. D.

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Jeanne Dortzal (Nemours, distretto di Tlemcen, Algeria, 24 gennaio 1878 – Parigi, 1943) è stata un’attrice teatrale, drammaturga e poetessa algerina di lingua francese.

Dotata di grande bellezza, lasciò, ancora adolescente, l’Algeria con la madre, che si era separata dal marito, e grazie all’amicizia del poeta Pierre Guédy, con il quale più tardi ebbe un figlio, intraprese la carriera di attrice di teatro.

Pierre Guédy, che era anche amico stretto del critico teatrale e scrittore Paul Léautaud, fu uno dei primi, insieme al poeta Jean Lorrain, allo scrittore Victor Margueritte e alla stessa Jeanne Dortzal, a partecipare all’esordio del fotoromanzo letterario francese, dalle tinte blandamente erotiche, rivolto a un giovane pubblico femminile, e curato dall’editore Nilsson.

Gli esordi della Dortzal avvennero nel vaudeville con l’opera: “Le Faubourg” di Abel Hermant, poi l’attrice passò al Teatro dell’Odéon di Parigi, recintando in ruoli classici e al Teatro Francese di Anversa. In questi anni conobbe un apprezzabile successo, tanto da essere raffigurata anche su alcuni francobolli degli inizi del ‘900.

Intorno al 1910 lasciò l’attività teatrale per dedicarsi completamente alla scrittura: scrisse pezzi teatrali, alcuni racconti, ma soprattutto raccolte poetiche, tra le quali ricordiamo: Vers sur le Sable (1901); Vers l’Infini (1904); Le Jardin des Dieux (1908); Les Versets du Soleil (1921); La Croix de Sable (1927); Le Credo sur la Montagne (1934).

Morì nel 1943 distrutta dal dolore per la perdita prematura di quell’unico figlio, Pierre, avuto da Pierre Guédy. (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio)

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AL DI LÀ

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Vieni, la notte che cala s’allarga come un’isola,

Niente di noi saprebbe morire; ferma le tue braccia

Sulla stanza che plana e dove l’orbe immobile

Concentra l’infinito dei cieli a cui non arriviamo.

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Donandomi a te con tutta la mia tristezza

T’avrei dunque piegata alla mia gola, o gioia?

Sono un raggio spezzato di qualche stella in disgrazia

Per sentir scorrere queste lacrime nel mio cuore?

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Come m’appari luminosa e profana,

Con la tua chioma in cui la mia bocca ha rotolato.

Golfo del ricordo dove fanno rotta le tartane,

In un odore di miele e uva pigiata!

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Ah! dovrei inghiottir la mia forza e sparire

In quest’onda sulla quale il mio bacio s’è sospeso,

Leccherò la traccia dove s’imprime il tuo essere,

Per sentirti pesare sul mio petto disteso.

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Avrò goduto di te fino a sentire il mio sogno

Esplodere sotto la mia tempia. Ad ogni battito,

Proiettata al di là delle stagioni sollevatesi,

Vedevo la nostra anima con la sua ala sospesa.

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Ma più batteva la sera, più credevo di sentire,

In un caos di fiori, musica e incenso,

Le nostre fronti rompere quest’ombra dove caliamo,

E questo pianto che si sarebbe allargato per sempre.

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Stringiamoci! il tempo ha bisogno di nutrimento.

In lui nel gettare i nostri corpi, possiamo contemplarci

Un alone formidabile intorno a un’ossatura,

E il cielo su di noi che sembra averci oltrepassato.

 

PAR DELÀ

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Viens, la nuit qui descend s’élargit comme une île,

Rien de nous ne saurait mourir; ferme tes bras

Sur la chambre qui plane et dont l’orbe immobile

Concentre l’infini des cieux qu’on n’atteint pas.

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En me donnant à toi de toute ma tristesse

T’aurais-je donc courbé vers ma gorge, ô bonheur?

Suis-je un rayon brisé de quelque astre en détresse

Pour sentir ruisseler ces larmes dans mon coeur?

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Comme tu m’apparais lumineux et profane,

Avec ta chevelure où ma bouche a roulé.

Golfe du souvenir où cinglent des tartanes,

Dans une odeur de miel et de raisin foulé!

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Ah! dussé-je engloutir ma force et disparaître

Dans cette houle où mon baiser s’est suspendu,

J’irai, léchant la trace où s’imprime ton être,

Pour te sentir peser sur mon torse étendu.

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J’aurai joui de toi jusqu’à sentir mon rêve

Eclater sous ma tempe. A chaque battement,

Projetée au-delà des saisons qu’on soulève,

J’apercevais notre âme et son aile en suspens.

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Mais plus battait le soir, plus je croyais entendre,

Dans un chaos de fleurs, de musique et d’encens,

Nos fronts briser cette ombre où nous allons descendre,

Et cette plainte allait toujours s’élargissant.

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Etreignons-nous! le temps a besoin de pâture.

En lui jetant nos corps, puissions-nous contempler

Un halo formidable autour d’une ossature,

Et le ciel qui sur nous semble avoir débordé.

 

MERCATO ARABO

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Il gran odore familiare dalle ali di zafferano,

Diavolo giallo arrotolato nella sua corona d’aglio,

Di pimenti e cipolle. Cabili e bestiame

Che scalpicciano sotto il cielo tra lo sterco.

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Frutti delle ravine che salgono in piramidi d’oro,

Imbrattando di cielo le botteghe spelate,

Ammasso bianco d’un arabo che dorme

Accanto ad angurie sgozzate.

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E sempre a dominare il mezzodì dalla sua voce bruna,

Aratore del sole, discepolo delle cicogne,

Il muezzin canta.

Mendicanti e vecchi mostrano la loro faccia orba;

La moresca s’aggira più lenta.

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Solo, vestito di pimenti e zeppo d’aromi,

Il mercato si solleva.

Bucce d’oro si muovono negli scoli,

L’uomo del caffè moro ha fischiato alle sue greggi,

L’odore vivente sale. E, curvo sul suo sogno,

L’uomo schiaccia una rosa e pidocchi sulla sua pelle.

 

MARCHÉ ARABE

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La grande odeur connue aux ailes de safran,

Diable jaune enroulé dans son chapelet d’ail,

De piments et d’oignons. Kabyles et bétail

Piétinant sous le ciel parmi des excréments.


Fruits des ravins montant en pyramides d’or,

Eclaboussant de ciel les boutiques pelées,

Amoncellement blanc d’un arabe qui dort

Près des pastèques égorgées.


Et, toujours, dominant midi de sa voix mate,

Laboureur du soleil, disciple des cigognes,

Le muezzin chante.

Mendiants et vieillards montrent leur face borgne;

La mauresque est plus lente.


Seul, vêtu de piments et bourré d’aromates,

Le marché se soulève.

Des épluchures d’or bougent dans les ruisseaux,

L’homme du café maure a sifflé ses troupeaux,

L’odeur vivante monte. Et, courbé vers son rêve,

L’homme écrase une rose et des poux sur sa peau.

 

IL MUEZZIN

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Il silenzio ha domato la terra;

Plana la città;

La moschea ha ripreso la sua postura di sultana:

Dormicchia tra le pietre.

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È aurora?

La notte ha strappato il suo scamiciato di stelle;

Fiocchi di chiarezza nevicano sul Bosforo.

Un blu sordo ha lambito le feluche; le vele

Tirano su gli ormeggi;

In uno sciabordio di perle,

E in tono minore, con le gutturali

Rose, il canto s’infrange,

Brillo d’eternità.

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Splendido e scialbo,

Indossando il suo bianco mantello come una zimarra,

Canta il muezzin. La città

È un vascello morto che beccheggia verso la luce;

E riecco unico l’istante ove i terrazzi,

Scrollando la rugiada, slacciano con lentezza

La loro veste di preghiera.

 

LE MUEZZIN

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Le silence a dompté la terre;

La ville plane;

La mosquée a repris sa pose de sultane:

Et dort parmi les pierres.

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Est-ce l’aurore?

La nuit a déchiré sa chasuble d’étoiles;

Des flocons de clarté neigent sur le Bosphore.

Un bleu sourd a léché les felouques; les voiles

Tirent sur les amares;

Et, dans un clapotis de perles,

Sur un mode mineur, avec des gutturales

Roses, le chant déferle,

Ivre d’éternité.

 

Splendide et pâle,

Portant son manteau blanc ainsi qu’une simarre,

Le muezzin chante. La cité,

Ainsi qu’un vaisseau mort, tangue vers la lumière;

Et revoici l’instant unique où les terrasses,

Secouant leur rosée, avec lenteur délacent

Leur robe de prière.

 

SIDI-BOU MÉDINE

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Uccello sfracellato di cui lo scheletro danza

Tra due cordoni

Di case morte.

Villaggio di lebbrosi, famelico di silenzio,

Dove le piaghe,

Come una zimarra,

Ricoprono le porte,

Facendo colare il cielo sul ventre delle giare,

Mettendo a crudo su canestri di pietre

Cocci di sole e brandelli di rose.

Golfo della miseria

Dove la moschea si poggia,

Dove la bellezza, come un leone riposa,

Dove lo spazio,

A dispetto del tempo e del silenzio,

Fonde,

Alla cima dei piedritti che i secoli oltrepassano,

Le ali del nulla…

 

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SIDI-BOU MÉDINE

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Oiseau déchiqueté dont le squelette danse

Entre deux haies

De maisons mortes.

Village de lépreux, affamé de silence,

Et dont les plaies,

Ainsi qu’une simarre,

Enveloppent les portes,

Faisant couler du ciel sur le ventre des jarres,

Mettant à vif sur les couffins de pierres

Des tessons de soleil et des lambeaux de roses.

Golfe de la misère

Où la mosquée s’accoude,

Où la beauté, comme un lion, repose,

Où l’espace,

En dépit du silence et du temps,

Soude,

Au sommet des piliers que les siècles dépassent,

Les ailes du néant…

 

LA MORTE PUÒ SOPRAFFARMI

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La morte può sopraffarmi, ho teso già avanti

Le mie ali per la partenza. Sono sicura

Di trovare lassù la casa che mi è dovuta,

Dovrei affondare in più solitudine.

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La mia soddisfazione sarà stare al tuo tavolo,

Dolore che unisce il ricco e il bisognoso;

Porterò nella mia sacca un po’ di sabbia,

E riaccenderemo il fuoco di San Giovanni.

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Che cosa vuoi, Signore, che non puoi più dormire,

Ti ho pregato di venire a farmi visita,

Ed ecco che le mie notti ricominciano a fiorire

Con la grazia dell’angelo e della clematide.

 

LA MORT PEUT ME HAPPER

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La mort peut me happer, j’ai d’avance tendu

Mes ailes pour le départ. J’ai la certitude

De retrouver, là-haut, le foyer qui m’est dû,

Dussé-je m’affaler dans plus de solitude.

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Ma satisfaction sera d’être à ta table,

Douleur qui réunis le riche et l’indigent;

J’apporterai, dans ma cébille, un peu de sable,

Et nous ranimerons les feux de la Saint-Jean.

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Que voulez-vous, Seigneur, ne pouvant plus dormir,

Je vous ai supplié de me rendre visite,

Et voici que mes nuits commencent de fleurir

Par la grâce de l’ange et de la clématite.

 

BATTITO D’ALI

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Sere d’estate così dolci, velate d’azzurre increspature,

Dove il cuore viene a morire in un battito d’ali,

Fanno gli alberi leggeri come dorati capelli

Sui quali, sognando, fluttuerebbero merletti.

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Il lago ha rivestito i suoi toni di chiaroscuri

E riflette nell’acqua, dal ciel, l’unica stella…

Guardiamoci, vuoi, in fondo ai nostri occhi

Così che il nostro amore rialzi il suo velo candido.

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Ah! Lasciamoci cullare dal fato divino…

Che gioia amarsi nel cuore stesso delle cose,

Gettare alla vita un dolce e lungo sguardo,

Gettare alla vita, a mani piene, delle rose.

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BATTEMENT D’AILES

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Les soirs d’été si doux, voilés de crêpes bleus,

Où le coeur vient mourir dans un battement d’ailes,

Font les arbres légers comme de blonds cheveux

Sur lesquels, en rêvant, flotteraient des dentelles.

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Le lac a revêtu ses tons de camaïeux

Et reflète en son eau, du ciel, l’unique étoile…

Regardons-nous, veux-tu, tout au fond de nos yeux

Afin que notre amour hisse sa blanche voile.

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Ah! laissons-nous bercer par le divin hasard…

Quel bonheur de s’aimer au coeur même des choses,

De jeter sur la vie un doux et long regard,

De jeter sur la vie, à pleines mains, des roses!…

 

DEMONE DELL’EQUATORE

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Demone dell’equatore incatenato nelle stive,

Per secoli d’ombra e passività,

Ho balzato verso i tuoi occhi con la voluttà

D’un marinaio senza luce che ritrova la sua rotta.

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Sciolgo dunque quel ciel che mi divora i polsi,

D’un sol colpo, faccio saltare quelle cinghie di tela,

La mia pelle deve sentir le alghe e gli embrioni delle stelle,

Sdraiarmi sotto il cielo dentro cui ti bagni.

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Origlia! la notte salta attraverso i cavi,

Si muove il mio corpo e ti chiama, i garretti tesi,

Umidi di profumi, dimoriamo a mezz’aria,

Tutto l’oceano contro la tempia, in pieno miraggio.

 

DÉMON DE L’ÉQUATEUR

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Démon de l’équateur enchaîné dans les soutes,

Depuis des siècles d’ombre et de passivité,

J’ai bondi vers tes yeux, avec la volupté

D’un marin sans soleil qui retrouve sa route.

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Desserre donc ce ciel qui mange mes poignets,

D’un seul coup, fais sauter ces lanières de toile,

Ma peau doit senti l’algue et les embruns d’étoile,

Etends-moi sous ce ciel dans lequel tu baignais.

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Entends! la nuit bondit à travers les cordages,

Mon corps tangue et t’appelle, et les jarrets tendus,

Humides de parfums, demeurons suspendus,

Tout l’océan contre la tempe, en plein mirage.

 

IL MIO LETTO È CALDO COME UNA ROSA

Entra. Il mio letto è caldo come una rosa.

L’ombra ha calato gli occhi; un odore di moschea

Si sparge tra i miei seni. Ho rimesso tutte le cose

Al loro posto effimero e, avendole mascherate,

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Avendo loro, goccia a goccia, infuso il nostro sangue,

Avendole fatte inchinare, chiedere grazia

E astenersi da ogni giuramento, ho messo la mia faccia

Contro la sera, ho staccato ciò che discende

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Dall’ora, ed eccomi. Che la stanza abbia un cuore

E batta. Quanto a noi, consumeremo il cielo

Con un ritmo uguale, un po’ soprannaturale,

Come conviene a due amanti agghindati di lacrime.

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Entra, ho preparato la notte come una culla.

La cicogna, mia sorella, è in piedi alla porta;

La voluttà respira e i nostri corpi sono così belli

Che sembra entrare in una città morta.

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All’immobilità, uniamo il grido selvaggio

Di bestie che stanno figliando. Affrettiamoci, affrettiamoci

Ad afferrare quello che passa! E, gettando sul mio strato

La tua criniera di lupo,

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La tua maschera di soldato e il mio mantello di fata,

Siamo quelli che se ne ritornano, non avendo altro

Che un otre di sole e dei clamori di cane,

E che salutano la morte dal blu della loro spada.

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MON LIT EST CHAUD COMME UNE ROSE

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Entre. Mon lit est chaud comme une rose.

L’ombre a baissé les yeux; une odeur de mosquée

S’étire entre mes seins. J’ai remis toutes choses

À leur place éphémère et, les ayant masquées,

 

Leur ayant, goutte à goutte, infusé notre sang,

Les ayant fait s’agenouiller, demander grâce,

Et s’abstenir de tout serment, j’ai mis ma face

Contre le soir, j’ai détaché ce qui descend

 

De l’heure, et me voici. Que la chambre ait un coeur

Et batte. Quant à nous, nous userons du ciel

Avec un rythme égal, un peu surnaturel,

Comme il convient à deux amants drapés de pleurs.

 

Entre, j’ai préparé la nuit comme un berceau.

La cigogne, ma soeur, est debout vers la porte;

La volupté respire et nos corps sont si beaux

Que l’on croirait entrer dans une ville morte.

 

A l’immobilité, joignons le cri farouche

Des bêtes en gésine. Hâtons-nous, hâtons-nous

D’étreindre ce qui passe! Et, jetant sur ma couche

Ta crinière de loup,

 

Ton masque de soldat et mon manteau de fée,

Soyons ceux-là qui s’en reviennent, n’ayant rien

Qu’une outre de soleil et des clameurs de chien,

Et qui saluent la mort du bleu de leur épée.

 

L’OASI

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È un giardino del Sud dalle fioriture giganti.

Lembi di sole, strappati dal vento,

Sanguinano tra la sabbia, e c’è un battito

Di foglie e d’acqua chiara, una canzone demente,

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Chiamata degli altopiani che la primavera porta

E che irrompe in acquazzoni e ricade in bouquet.

Gli alberi hanno teso le loro braccia, la terra grida,

Un miagolio blu s’esaspera e tace,

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Poi di colpo riprende con note sorde.

Un cielo zeppo di sabbia accoglie l’orizzonte,

Un silenzio sfrenato s’addensa in gocce pesanti,

E, proclamando il suo risveglio,

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L’oasi canta, attraverso i tramezzi

Del sole.

 

L’OASIS

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C’est un jardin du Sud aux floraisons géantes.

Des lambeaux de soleil, arrachés par le vent,

Saignent parmi le sable, et c’est un battement

De feuilles et d’eau claire, une chanson démente,

 

Appel des hauts plateaux que le printemps charrie

Et qui crève en averse et retombe en bouquets.

Les arbres ont tendu leurs bras, la terre crie,

Un miaulement bleu s’exaspère et se tait,

 

Puis tout à coup reprend avec des notes sourdes.

Un ciel bourré de sable abrite l’horizon,

Un silence effrené s’écrase en gouttes lourdes,

Et, clamant son réveil,

 

L’oasis chante, à travers les cloisons

Du soleil.

 

EFFETTO DI LUNA

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Gli uccelli hanno taciuto per molto tempo; la strada
Che conduce al cimitero è piena di grilli;
Un silenzio infinito aleggia sopra i campi
E sembra che la campagna stia origliando.

 

La casa si tira addosso un gran lembo di luna,
Azzurra è la notte; al largo, una canzone: il mare!
E sempre, e sempre, a dominar il mio rancore,
Questo grido disperato del mio cuor per la tua carne!

 

EFFET DE LUNE

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Les oiseaux se sont tus depuis longtemps; la route

Qui mène au cimetière est pleine de grillons;

Un silence infini plane sur les sillons

Et l’on dirait là-bas que la campagne écoute.

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La maison tire à elle un grand lambeau de lune,

Il fait nuit bleue; au large, une chanson: la mer!

Et toujours, et toujours, dominant ma rancune,

Ce cri désespéré de mon coeur vers ta chair!

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