Davide Cortese – Zebù bambino

Davide Cortese - Zebù bambino - Terra d'ulivi 2021Davide Cortese – Zebù bambino, Terra d’ulivi ed., 2021 – Nota di lettura di Matteo Galluzzo 

 

“Zebù bambino”, questo il titolo dell’ultimo libro di Davide Cortese, poeta siciliano originario dell’isola di Lipari. Un titolo che fin da subito rende esplicito, nell’assonanza irriverente con il più ortodosso e pacificato Gesù bambino, il tono di questa breve ma intensa raccolta composta da 21 liriche che filano veloci come filastrocche ma in cui si intrecciano tematiche molto più articolate e profonde di quanto possa sembrare ad una prima e superficiale lettura.

Quello del Zebù bambino di Davide Cortese è uno sguardo che ci interroga e a cui non possiamo sottrarci. È un confronto serrato con noi stessi, fin dalla poesia iniziale che serve da guida e da dichiarazione: “Due miei volti si specchiano/nelle ginocchia sbucciate/del demone bambino.”

Dualità e contrasto sono i poli tra cui si muove la poesia, anche dal punto di vista linguistico. E il contrasto tra la semplicità del linguaggio che rimanda, anche ritmicamente, alla leggerezza della filastrocca e l’abominio della descrizione, genera lo spiazzamento del lettore, il suo straniamento.

Franz Kafka in un passaggio di una lettera indirizzata a Oscar Pollack si domanda “Se un libro non ci sveglia con un pugno in testa, perché mai lo leggiamo?”, per poi aggiungere che “un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”. Queste affermazioni sottintendono il fatto che un libro può agire sul mondo solo nel punto di incontro tra scrittura e lettura; è nella lettura, infatti, che si avverano le promesse del testo scritto.

Così questa raccolta poetica, proprio nella sua apparente semplicità, e attraverso la frizione tra forma e contenuto, forza il lettore a interrogarsi sul senso della propria lettura.Lo spinge cioè a riconsiderare il proprio posizionamento nei confronti del testo e del mondo, suscitando una riflessione più ampia sul senso e sulle difficoltà dell’agire umano, soprattutto nei suoi cedimenti al male. Il testo chiama in causa, suscitandola, l’individualità del lettore, portandolo a rispecchiare su se stesso le colpe del diavolo bambino e a sentirsene in qualche modo responsabile: “A chi aspramente lo rimprovera/per qualche suo scherzo atroce/“L’ho imparato dagli uomini”/ogni santa volta dice.” Per contro, la caduta della responsabilità, il suo rinnegamento, genera quell’abominio di cui il piccolo Zebù si fa esecutore.

Ma per entrare sottotraccia al testo e capire le motivazioni che possono spingere a mettere in scena l’infanzia del diavolo, dobbiamo tentare di descriverlo più nel dettaglio questo abominio;calarci al suo interno al fine di capirne il senso. C’è ad un certo punto, mi pare, un allargamento del punto vista, per cui Zebù diventa simbolo di ogni giovane uomo estromesso dalla guida e dalle cure dello sguardo responsabile.

Allargando ancora di più l’indagine, e forzando forse i confini dell’interpretazione testuale di una poesia che sotto una patina di semplicità nasconde questioni fondamentali di cui bisogna andare in cerca, mi pare che il testo si faccia portatore di una critica sociale radicale. Una critica indirizzata contro una società che non si rende responsabile delle giovani vite, che non le convoca, condannandole all’emarginazione, alla solitudine, al nichilismo, all’asocialità.Questo mi pare di vedere con spaventosa forza icastica nella figura del piccolo Zebù che “talvolta se ne sta solo/ginocchia sotto il mento/in cima ad un pensiero/battuto dal vento./Nessuno lo vede e piange/nel silenzio che fa spavento” (corsivo mio).

Punto questo in cui la leggerezza del dettato si ribalta nella durezza insostenibile (e di cui tuttavia non possiamo che farci carico)della solitudine di un giovane uomo sofferente a cui nessuno risponde, di cui nessuno si rende responsabile. Qui Lo spiazzamento iniziale viene portato alle sue conseguenze più estreme e a noi lettori, sgomenti, non resta che domandarci:Il male del piccolo diavolo è il suo o è il nostro? E dove sta in fondo il male, nelle azioni asociali di un singolo o in quel silenzio spaventoso su cui sbattono e si infrangono le sue richieste di amore e di aiuto?E ancora, per chi conosce solo surrogati dell’amore (“Quando in petto lo strugge / un arcano bisogno d’amore / va a rubare all’emporio del gobbo / un lecca lecca a forma di cuore”) quale alternativa resta al male? (matteo galluzzo)

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Scoccano insieme

la mezzanotte e il mezzogiorno.

È l’ora di un eterno crepuscolo.

Due miei volti si specchiano

nelle ginocchia sbucciate

del demone bambino.

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Ha macchiato i calzoni puliti

con il succo di frutti proibiti

poi col verde dell’erba e la terra

dimenandosi a finger la guerra.

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***

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Piace la cioccolata

al piccolo demonio

non dividere in sillabe

la parola abominio.

Vuole il gesso nero

per scrivere alla lavagna.

Manda al cimitero

la maestra che si lagna.

Non vuole saperne d’ a, e, i, o, u.

Ama la ricreazione

il piccolo Zebù.

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***

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A chi aspramente lo rimprovera

per qualche suo scherzo atroce

“L’ho imparato dagli uomini”

ogni santa volta dice.

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***

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Le mani che di giorno hanno picchiato

al buio le giunge in preghiera.

Zebù bambino si finge pio.

A cavalli di vetro soffiato

stringe la fragile criniera.

Gioca ai funerali di dio.

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***

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Talvolta se ne sta solo

ginocchia sotto il mento

in cima ad un pensiero

battuto dal vento.

Nessuno lo vede e piange

nel silenzio che fa spavento.

Lacrima zolfo, il piccolo Zebù

gocce che sfrigolano

cadendo giù.

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