Civilization, una mostra a Forlì, nota di Elisa Castagnoli

Michael Wolf, Tokyo Compression #80, 2010Vivere, sopravvivere o diversamente buon vivere, in questa dicotomia obbligata e, insieme sentiero che biforca in contrastanti direzioni sembra porsi la scelta obbligata della società a noi contemporanea così come il nodo focale della mostra attualmente a Forlì, Civilization. Come se la nostra civiltà planetaria giunta ormai al ventunesimo secolo debba fermarsi di fronte a un bivio irreversibile tra innovazione tecnologica_ un avanzamento digitale senza precedenti_ dall’altra parte, la minaccia di sopravvivenza per quella stessa umanità messa di fronte a processi irreversibili e distruttivi da essa stessa generati. Basta solo enumerare i molteplici e deleteri mutamenti della superficie terrestre, la manipolazione distruttiva delle sue risorse o le derive ambientali che giorno dopo giorno continuano a mettere in discussione la sussistenza del nostro pianeta, i suoi abitanti ed ecosistema. Inedita alternativa che si prospetta rispetto a tale dicotomia è quella citata nell’ultima parte del titolo, la scelta del “buon vivere”, scelta consapevole di un ritorno a una sorta di equilibrio planetario ristabilito, altra via percorribile rispetto a quella attuale nella progettazione delle nostre società presenti e future. Trecento immagini e centotrenta fotografi provenienti da oltre 30 paesi nel mondo raccontano e riflettono, esaminano e attraversano i nodi focali di tale attualità spesso conflittuale da molteplici prospettive e luoghi del mondo.

Lo strumento di comunicazione forse più immediato e universale oggi per rappresentare e condividere storie e scorci del nostro presente è la fotografia, digitale e non, alla portata di tutti, intuitiva e immediata nel suo modo di riflettere e raccontare, immortalare e interrogare la realtà contemporanea al crocevia tra ricerca estetica e riflessione politica. Otto sezioni, otto temi conduttori all’interno di Civilization ci permettono di navigare attraverso la miriade di scatti proposti, tra esponenti cardine della fotografia internazionale (Burtynsky, Hofer, Mosse) e artisti emergenti o meno noti del panorama italiano e oltre.

Alveare, (Hive) il primo tema esplora il reticolo, l’agglomerato tentacolare, le reti urbane che danno forma alle civiltà moderne e ai loro sottotesti architettonici nei quali le città si articolano ed espandono oggi. Si passa, poi, al concetto di flusso (flow) quale “i movimenti visibili e invisibili delle persone, delle merci e delle idee attraverso il mondo contemporaneo”. Si giunge, infine, al tema della persuasione (Persuasion) e del controllo l’uno esponendo i meccanismi subliminari di manipolazione e influenza da parte dei media, pubblicità e social network, l’altro come l’aperta sorveglianza nell’esercizio del potere in varie parti del mondo, la Russia per citare l’esempio più palese. A ciò si oppone l’estremo della rottura (“disrupture”) altro concetto cardine di Civilization come tutto ciò che rompe l’ordine o la struttura in essere di un sistema costituito sia esso una guerra come quella attuale in Ucraina o ogni conflitto interno a un paese che conduce a massicci flussi migratori, infine l’evento pandemico che ha colpito la sfera globale. Fuga (“escape”) nella sala seguente rappresenta l’antitesi occidentale, la risposta di evasione e fuga dal reale in meccanismi inibitori che sfociano negli eccessi dell’industria del divertimento senza limiti dell’occidente. Infine con “Next”, oltre, il percorso si conclude con un punto di sospensione, una domanda aperta e senza risposta sul “e poi”, ciò che viene dopo rispetto a questo presente raccontato in molteplici sfaccettature e contraddizioni. Ci sono i nuovi orizzonti aperti dalle intelligenze artificiali, la robotica e le sempre più audaci esplorazioni dello spazio nella caleidoscopica visione futurista del ventunesimo secolo ma anche le sacche di marginalità e miseria, i flussi di popoli in fuga da guerra e carestie dall’altra parte del pianeta. Tale la dicotomia irrisolta, i sentieri che biforcano o le vie possibili percorribili per la nostra prossima umanità raccontata per immagini nelle molteplici visioni di Civilization.

1-Alveare: “Favelas nella periferia di Bombai”, R. Polidori

La tentacolare città indiana nella periferia di Bombai è vista come una distesa caotica e polimorfa di costruzioni precarie e tetti di lamiera che occupano completamente l’altopiano e si estendono fin dove lo guardo può arrivare senza lasciare uno spiraglio, un respiro, un attimo di tregua a chi guarda. Emanano un senso di saturazione, di affollamento ma anche un groviglio disordinato di forme difficili da ricondurre a un disegno preciso mentre in un altro quadro astratto di Cyril Porchet, “folla”, l’idea di affollamento è vista come un concetto dinamico, un movimento ribollente di guizzi e colori simili a un vortice che si riavvolge su sé stesso, verso il proprio centro mentre l’arancio, il rosso e il giallo finiscono per ingurgitare tutti gli altri colori.

Nella sezione “Soli insieme” la ricerca di socialità nella metropoli va di pari passo con il senso di solitudine dilagante e quello di interdipendenza rispetto ai propri simili. Florian Bohm in “wait for walk”, (attendere prima di attraversare) rappresenta una folla di persone anonime, oscure e indaffarate, ferme a un attraversamento pedonale sulla 5 strada di New York; ciascuno preso nel proprio piccolo universo di vita, indifferente agli altri e tuttavia parte di una composizione più grande che viene a disegnarsi malgrado sé stessa in quello scatto fotografico perfetto. Persone in cammino sul bordo della stessa indifferenza e tuttavia viste in un quadro poliedrico, in una composizione mista di etnie, provenienze e ceti, specchio della nostra società d’oggi.

2-Solitudini a confronto

Peter Hugo in “there is a place in hell for me and my friends” riprende in primo piano ritratti di individui di cui la pelle diviene contrassegno, marchio di diversità rispetto ai canoni estetici condivisi e ancora rilievo di un confine su cui si combatte l’appartenenza a un gruppo come assimilazione e invece, al contrario la stigma prodotta dall’ ambiente su quello stesso individuo in caso di cesura con il medesimo.

Wang Qingsong “Work, work, work

La schiavitù epidemica del lavoro nella società cinese di oggi dominata dal capitalismo produttivo occidentale è vista attraverso una messa in scena volutamente eccessiva e grottesca dove una folla di impiegati vestiti in uniformi simili a detenuti o prigionieri di guerra è rinchiusa dentro un capannone saturo di computer e rumore mentre continua a lavorare in maniera spasmodica: loro mantenuti in vita da flebo artificiali per resistere ai ritmi disumani imposti. E ancora in queste visioni di solitudini a confronto nelle metropoli moderne sono le visioni di volti schiacciati contro i vetri della metropolitana ritagliati di notte in singoli riquadri oppressi dal soffocamento dello spazio circostante.

3-Flusso

Mintio, “Bangkok, concrete euphoria”

Nel grande circuito elettrico delle metropoli moderne apparentemente tutto scorre in un fluire rapido e continuo dove il denaro così come le azioni quotate sul mercato finanziario, il petrolio o ogni altra fonte di energia produttiva si muovono invisibili e onnipresenti alla velocità della luce attraverso le condutture che reggono e oliano tutto l’apparato. Tuttavia tali sistemi appaiono tanto tecnologici e veloci quanto esposti al loro collasso improvviso e definitivo nel momento in cui qualcosa si rompe o si arresta nel circuito: un’epidemia, una guerra, una crisi che sconvolge gli assetti mondiali e l’accesso alle risorse energetiche, l’evento eccezionale e non calcolato che accade come il suo irreversibile punto di non-ritorno.

4-Persuasione e controllo

Identità e controllo subliminare dei media: algoritmi sempre più esatti e complessi creati dai grandi colossi che dominano la rete riescono non solo a raccogliere dati, influenzare le scelte degli utenti del web ma addirittura a predire e uniformare, plasmare e modellare i nostri gusti futuri, trend dominanti e preferenze sulla rete. La persuasione può essere esercitata in maniera sottile o palese, indotta attraverso la pubblicità e il marketing in operazioni commerciali estremamente sofisticate nelle nostre società attuali. Vediamo tra le fotografie stereotipi di ritratti resi plasticamente su cartelloni pubblicitari, simulazioni di luoghi identici agli originali in angoli desueti della terra come una filiale di Starbucks aperta in mezzo a falsi di palazzi antichi negli Emirati. Ancora, immagini multiple in schermi simultanei volutamente confondono l’individuo dissimulando una percezione nitida della realtà. Infine nella fotografia di Thomas Weinberger, “luce condensata”, un’atmosfera surreale e rarefatta emerge da un paesaggio urbano di impianti industriali irradiati di luce artificiale a distanza. La civiltà è qui rappresentata attraverso la grande metafora della fotografia là dove la luce irradia celebrando il potere creativo dell’uomo, la sua capacità di trasformare tangibilmente la realtà ma anche la fragilità di tale costrutto nell’inverso potere di distruggerla o manipolarla a discapito dell’altro.

Le civiltà appaiono come meccanismi complessi, un insieme di componenti che devono funzionare in un ingranaggio perfetto e resistente a minacce interne o esterne al sistema. L’idea di controllo è espressa in questo modo attraverso tutti quei meccanismi di sorveglianza e potere con cui l’autorità viene esercitata nel quotidiano sull’individuo da istituzioni anonime e senza volto nelle stazioni di polizia, nelle prigioni, nelle centrali elettriche, nei tribunali o negli ospedali. In questa parte della mostra le immagini ci parlano di sistemi complessi o semplici, di punti che si compongono in un reticolato, di circuiti elettrici inglobati insieme in un’unica rete. Altrove sono i fotomontaggi di regimi e parate militari alludendo alla recente storia cinese in un’ottica di imposizione sulle masse. Si oppongono così i due estremi opposti di libertà individuale, democrazia come pluralità, diversità, espressione di una maggioranza condivisa ma anche della sua opposizione e, dall’altra parte, i regimi di sorveglianza e controllo indiretto oppure apertamente imposto sulla vita del singolo in forme coercitive di potere.

5-Rottura e fuga

Le fotografie in questa sezione evocano tutti quei fenomeni di frattura sociale, politica, catastrofi naturali o generate dall’uomo che conducono a un punto di non-ritorno, a una svolta radicale e senza precedenti rispetto allo status quo della realtà esistente ma, anche, a tutti i conflitti insanabili interni o esterni a un popolo che ci costringono a guardare in faccia il fallimento della nostra idea di civiltà. Tra le immagini più recenti quelle relative alla guerra russo-ucraina, Kiev colpita dai missili russi, le devastazioni prodotte su città ucraine come Mariupol occupate dall’esercito russo, “la marcia ucraina “dell’orgoglio nazionale” nel 2017, e ancora le flotte di migranti in fuga verso l’Europa occidentale: i profughi di guerra e quelli naufraghi al largo dei porti nel Mediterraneo. Infine sono le immagini della pandemia nella sua prima e più violenta ondata di contagi, la reclusione e l’isolamento nei reparti Covid durante l’inverno 2020.

6-Next…Cosa viene dopo?

E poi cosa viene dopo? Ci interroga l’ultima sezione della mostra, mentre gli aerei con auto-pilota sono già una realtà e le intelligenze artificiali sostituiscono in parte il lavoro degli umani nelle catene di produzione industriale robot operano sui corpi e sostituiscono parti dei loro arti con protesi artificiali. Se l’avanzamento delle tecnologie e l’avvento del digitale con l’ausilio della rete prospetta innovazione e progresso in ogni ambito della nostra vita dall’altra parte i fotografi contemporanei mettono in luce anche l’altro lato della medaglia: le derive e i conflitti che tale corsa verso un progresso tecnologico fine a sé stesso o un sistema economico globale non sostenibile o non equo producono con effetti devastanti sulla sussistenza dello stesso pianeta. Tale la dicotomia irrisolta, la domanda lasciata aperta e alla quale solo le scelte nel prossimo futuro della nostre civiltà europee e non potranno dare risposta. Tra le vie percorribili “sopravvivere”, cioè proseguire verso una propria inevitabile auto-distruzione, vivere o infine “ben vivere” con una differente consapevolezza politica e umana globale. (Elisa Castagnoli)

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