Philippe Soupault: Le ultime notti di Parigi, le ultime notti del mondo – a cura di Emanuele Pini

 

Philippe Soupault, Paris, 1928 -by Berenice Abbott

LE ULTIME NOTTI DI PARIGI, LE ULTIME NOTTI DEL MONDO

La notte e la città di Parigi: due elementi suggestivi che possiedono una forza quasi magica, per nulla estranea al primo Surrealismo. Si può dunque dire che sia stato un processo naturale per Philippe Soupault stendere nel 1928 questo racconto.

La città di Parigi e la notte: due elementi fascinosi che si incarnano nella figura di Georgette, prostituta e femme fatale del mistero, perché tutte le immagini e le ricerche serrate del protagonista ruotano intorno a questo mistero dal dolce nome, Georgette.

“Un non so che non ha alcun nome in alcuna lingua. […] Georgette è una donna”

La notte e la città di Parigi, e se l’inizio delle vicende appare immerso in una nebbia densa di enigmi e menzogne, di fantasie e fantasmi, lungo le pagine i personaggi, come Volpe e Octave, trovano psicologie più nitide, gli incontri una spiegazione più razionale, le indagini arrivano a una soluzione, che si può riassumere con una sola parola: Georgette.

“Non avevo paura dell’oblio. Lentamente la primavera si avvicina. Il cielo sembra più giovane e le nuvole si scontrano come dei bambini”

 

Brassaï - Paris de nuit, 1933

Brassaï – Paris de nuit, 1933


La città di Parigi e la notte: in quest’atmosfera onirica l’autore inserisce la potenza delle sue immagini, che ricalca in parte il modello del romanzo Nadja di André Breton: la presenza di questa donna dal significato cosmico, il tormentoso vagabondare per le piazze e le vie della Ville Lumière, l’introspezione tanto smaccata da apparire follia; probabilmente proprio questi stessi elementi lo rendono uno dei romanzi surrealisti più autorevoli e di riferimento.

“Parigi, dicevano, si stende come il sole e il sole è una macchia d’olio, divora ciò che la circonda come lo farebbe il più bell’incendio del secolo perché ama rivestirsi di fiamma mentre canta, come sanno farlo in certe stagioni tutte le campane del mondo. […] Noi eravamo annegati nel vento […] La pioggia formava un’enorme canzone”

La notte e la città di Parigi divengono così lo scenario in cui inserire una figura femminile tanto antica nella letteratura e tanto nuova per gli orizzonti ottocenteschi, un profilo che conserva le tracce di quella Beatrice dantesca, poiché è da lei che tutto nasce ed è a lei che tutti aspirano, Georgette che muore scomparendo nel mistero e poi è capace di risorgere nella meraviglia, come se conservasse il segreto di quella salus, di quel saluto che può donare la salvezza alla miseria di quest’essere umano.

“Lei sorrideva in modo così buffo che non potevo trattenermi da guardare il suo volto lunare e forse, malgrado me, rispondevo al suo sorriso come si risponde a uno specchio”

La notte è la città di Parigi, in cui Georgette può stendere tutto il suo dominio, poiché “il caso”, cita Soupault, “non è che la nostra ignoranza delle cause”, come se finalmente l’uomo potesse avere ritrovato quel principio, quella divinità di cui piangeva la morte.

 

Brassaï - Fille de joie, circa 1932

Brassaï – Fille de joie, circa 1932


Le ultime notti di Parigi
, le chiama l’autore, proprio perché senza di lei non ce ne sarebbero potute essere altre, né altra vita, né un senso a tutto questo: è il momento in cui tutto sembra saldarsi in un unicum che ha il profumo di un abbraccio: Georgette, Parigi, la notte e il lettore, al di là della pagina.

“E Georgette entrò. Il freddo la seguiva e il mattino. “Siete voi?” fece qualcuno. “Sono io” rispose lei. E sorrise. Parigi era davanti i nostri occhi. Noi non aspettavamo più nessuno. […] Il giorno e la notte riprendevano la loro girotondo”

Di seguito si offre la lettura di uno dei passi più poetici e significativi dell’opera, quando il protagonista, conversando con un personaggio, comprende l’effettiva necessità di Georgette, non solo nella propria vita ma in un orizzonte di portata universale: è così che arriva a contemplare il Caso, su un ponte parigino, di fronte allo scorrere della Senna.

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“Credete che Georgette sia al corrente dei progetti di suo fratello?” gli domandai.

“Georgette? Voi pensate davvero di conoscere questa donna. Eppure non potrete mai comprenderla, perché proverete sempre il bisogno di fornirle idee e intenzioni. Georgette vive fuori da ciò che noi pensiamo sia lei stessa, tanto voi quanto io. Non ho mai potuto ammettere che lei non fosse che quella che capita, che obbedisce. Georgette è una donna: è tutto quello che potrei dire. Lei vive ed ecco tutto. Non sapete quale ruolo gioca tra tutte queste persone che avete incontrato in mia compagnia. Lo si potrebbe paragonare a quello di un feticcio o di una mascotte”. Volpe d’improvviso divenne serio: “Se per una ragione o per un’altra le capitasse di sparire, che fatica…”

Il mattino freddo aveva procurato a Volpe la sola ebrezza di cui fosse capace.

“Ditemi dunque, quando Georgette s’allontana, avete notato che il giorno non è lontano. Se se ne andasse per sempre, ho l’impressione, e voi sapete che non mi lascio incantare, ho l’impressione che non ci sarebbero più notti”.

Volpe si alzò e mi fece capire che se ne sarebbe andato in quel momento da solo e che non avrei dovuto accompagnarlo.

Pensavo, mentre mangiavo l’ultimo croissant del cestino, a quanto mi aveva detto Volpe e a questa affermazione che era incomprensibile e al tempo stesso perentoria: Georgette è una donna.

Era così che si spiegavano il mistero. E’ con questa affermazione che volevano spiegare tutto. Io sorridevo scettico e tuttavia non potevo impedirmi d’essere soddisfatto io stesso di questa spiegazione.

Ripresi dolcemente il mio cammino, seguendo il cammino ascendente del giorno. Mentre il sole si alzava e mi veniva incontro, mi meravigliavo di poter vivere in mezzo al mistero senza stupirmene ogni secondo. Ammettevo che ci si abitua alle più strane circostanze e sorridevo di pietà pensando a coloro che rifiutano di essere dei cosiddetti sciocchi, che vogliono comprendere ogni cosa e che solo non sono capaci di distinguere il mistero quotidiano che li bagna tutti interi.

 

Henri Cartier-Bresson - Ile de la Cité, Square du vert galant, Paris, France 1952

Henri Cartier-Bresson – Ile de la Cité, Square du vert galant, Paris, France 1952


Durante questa passeggiata assolata e mattutina vidi crescere davanti ai miei occhi il Caso. Mi apparve come un personaggio potente e tuttavia molto vicino, che prendeva l’aspetto di migliaia di uomini. Era pure questo passante placido che veniva al mio incontro come questo tassista ubriaco e stanco, era Volpe e
Octave, forse era una parte di me stesso. Cresceva sempre di più e presto conclusi che Parigi, la mia città, era una delle sue dimore preferite. Accettavo di credere il Caso universale ma a Parigi, più che dappertutto altrove, credevo di vederlo più facilmente, di toccarlo quasi con un dito. Erano, mi dicevo, le mani del tempo.

Il grande baccano del mattino e i forti profumi della primavera mi giravano attorno come per dare della ragione alla mia lucidità. Questo baccano, questi profumi erano i giocattoli del Caso, come tante altre cose, perché il Caso gioca di continuo e conduce il gioco. Sapevo bene, perbacco, che ci sono degli uomini che vogliono lottare con lui, degli altri che gli negano l’esistenza, ma anche altri che non contano che su di lui. Ce ne sono degli altri che semplicemente, incoscientemente forse, accettano i suoi ordini e quel mattino lì volevo essere come questi ultimi, più vicini a me, più forti.

Mi fermai sul ponte de la Concorde e considerai con affetto il gomito che forma la Senna. Sul fiume galleggiava una feccia di oggetti, di pezzi di legno, di resti innominabili che scivolavano verso il loro destino. Alcuni, stretti gli uni contro gli altri, si erano rifugiati in un piccolo golfo. La corrente li sollevava, li ricopriva ironicamente e talvolta ne afferrava dei frammenti per lanciarli in mezzo al fiume.

I miei occhi correvano da una riva all’altra. Talora il mio spirito risaliva la corrente e talora ci si abbandonava. Volevo cercare talora delle cause, dei motivi e talora accettavo volentieri la mia ignoranza, la mia semplicità.

Lontano, tra le torri di Notre-Dame, vidi apparire la primavera. Poi si alzò un vento, immenso, e si agitò come la più grande bandiera che avessi mai visto durante la mia vita.

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P. Soupault, Les dernières nuits de Paris, cap. IX, trad. E. Pini

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