“Women: a century of change” ; a proposito di fotografie, emergenza, crisi e rinascita oggi, una nota di Elisa Castagnoli

ghana schoolgirls, Randy Olson

“Women: a century of change” ; a proposito di fotografie, emergenza, crisi e rinascita oggi

.

La mostra fotografica “Women: a century of change” allestita da National Geographic in collaborazione con i musei bolognesi presso Santa Maria della Vita e prevista fino al prossimo Maggio non è più visitabile a causa della chiusura tempestiva di tutti i luoghi pubblici e culturali per l’ epidemia devastante che sta colpendo il nostro paese insieme al resto d’Europa e del mondo. Ho avuto modo di vedere quelle fotografie pochi giorni prima che il decreto sancisse la chiusura definitiva di tutti i luoghi pubblici cittadini. Mi domandavo se avesse senso parlare di queste immagini ora di fronte ad emergenze molto più gravi, sanitarie e economiche del paese. Eppure, mi sembra che i nuclei tematici in cui è suddiviso il percorso, aprendo prospettive sulla rappresentazione del femminile nel tempo e nello spazio attraverso le diverse culture –un secolo di storia delle donne- abbiano ancora molto da dirci, oggi, di fronte all’emergenza che stiamo vivendo. Le immagini di queste donne infatti ruotano intorno ad espetti essenziali dell’esistenza che tanto più siamo chiamati a riconsiderare o attraverso i quali ripensare l’emergenza attuale: la forza come resilienza, la saggezza come discernimento di fronte all’inaspettato, l’amore come principio unificante tra gli individui infine la bellezza come baluardo contro la distruzione della nostra specie.

I: Empatia

L’amore   nelle sue differenti accezioni viene definito dal dizionario Treccani come forza universale di riconnessione e unione tra le anime, le persone e i luoghi, tra il divino e l’umano, tra il sentire e l’agire individuale. Esso è ancora il desiderio di produrre un bene comune, il bene dell’altro, poi l’ attrazione basata su un affetto o un sentimento che unisce due persone, infine la vicenda o la passione amorosa. Oggi, ritroviamo le nostre case come luoghi di rifugio e insieme di vita concentrata in pochi metri quadrati di spazio ritagliati dall’esterno per prendere le distanze dal mondo, per cautelarci e insieme prenderci cura dei nostri cari. Iniziamo a osservarlo in un silenzio nuovo, e, tale lentezza dimenticata ci riporta a un tempo del passato, lento e scandito dai ritmi e le mansioni quotidiane nel quale oggi, di nuovo, ci troviamo a vivere, costretti a fermarci e a restare.

L’amore in questo frangente estremo ritorna ad essere empatia con l’altro pur nella distanza. Tracciare i confini di un proprio spazio, intimo e invalicabile come la casa, e insieme vivere quest’empatia o fratellanza con chi ci è prossimo affettivamente. Sentire gli altri vicino e lontano insieme pur nella distanza, sulla base di un comune destino che ci tiene qui legati come specie. Allora, gli abbracci e i baci con i nostri simili come la possibilità di stare vicino e condividere il contatto con gli amici, i famigliari, i prossimi li riscopriremo , quando ci saranno concessi liberamente dopo la pandemia come dono, unico e prezioso, di cui avere cura. Continua a leggere

Print Friendly, PDF & Email

Ernesto Franco – Donna cometa, nota di Claudia Mirrione

Ernesto Franco, Donna cometa, Donzelli editore 2020Ernesto Franco, Donna cometa, Donzelli editore 2020

.

Donna cometa, questo è il titolo della raccolta di poesie di Ernesto Franco, nato nel 1956 a Genova e direttore editoriale di Einaudi, nonché traduttore e studioso di letteratura ispano-americana.

La silloge accoglie in sé quarantotto brevi composizioni incentrate tutte sulle conseguenze di un‘amara perdita, sull’assenza, definitiva, della donna amata.

La figura femminea delineata ha pelle candida, brilla di luce lunare, intagliata, com’è, nella notte dall’astro serale (Luna). I suoi seni come colline ardenti, i fianchi tali da “ferrare al ventre” (Intenzione prima), sono sinuosi come “vele”, come “bianchi petali” (Vele), come le dune modellate dal vento (Dune). Le sue gambe si muovono flessuose e liquide nel lino (Notte e fari) o nella seta, come “una nuvola rossa nel bianco e nero delle strade” (Mobilis in mobile). I suoi capelli sono di rame, come il metallo associato alla dea Venere, bellezza e sensualità in divenire (Rame, il simbolo chimico del rame, Cu, è l’abbreviazione per Cuprum in quanto in antichità era estratto in abbondanza a Cipro, isola sacra a Venere).

Eppure non è tutto qui, l’erotismo o almeno la sua assenza e mancanza, non risolve e non spiega fino in fondo Donna cometa. La donna cantata è leggiadra (La mano tua), così leggera e rarefatta ché, quando cammina, danza di “passi strani” (Per via), è “intensa” e – ossimoricamente – “distratta” insieme (Intenzione prima). Al giorno ella scintilla – in una corrispondenza micro-macrocosmo – di luce solare che le versa sulla pelle “carezza celeste”, “tenerezze astrali” (Rame), una lievissima pennellata stilnovistica (“Come può farcela Dio, ora, senza te al mondo?” In Bestemmia).

Ma soprattutto Donna cometa è metaforicamente intreccio, cioè “ciò che lega” (Tessuto): lega tessere di tempo immoto, frammenti di identità dell‘altro, lega a sé il poeta (La mano tua), è “trama che intreccia i gesti e i volti in uno scopo, le cose che da sole sono niente”: era ed è ancora in qualche modo datrice di senso (Intrecci), come Pilar (XXIV) lo era per Saramago.

Era ed è ancora, sì, perché in queste due solitudini generatesi (l’aggettivo solo/a ricorre con tono pungentemente doloroso nella stragrande maggioranza delle liriche), dopo un lungo cammino difficile da accordare (Contrappunto), rimane potente lo strascico, penetranti le tracce, durevole la scia chiomata tanto da produrre una quarta dimensione temporale, che non coincide più col mero presente, passato o futuro, ma che è il “presente trapassato” (Baie des Trépassés). Cosa vuol dire? Nel Canzoniere di Petrarca, che pure è uno dei modelli tenuti in considerazione dall’autore (cfr. l’incipit di Santa Giulia, “In mar che frange”, con RVF CCXXXVI), venivano separate le rime in vita ed in morte di Laura. Nei delicatissimi frammenti poetici della silloge in questione, invece, vita e morte di Donna cometa vivono insieme in ciascuna delle liriche, simultaneamente: si accavallano strati di tempo, rassegnati Erinnerungen, senso di vacuità dell’hic et nunc, sussurri (“i ricordi non sono futuro, dice piano la tua lingua al mio orecchio”, Raccolto) di un’ombra.

Anzi, del Dono di un’ombra (III) che pure è ed è costantemente accanto e che tuttavia continua a non essere, almeno non nel senso esperibile del termine: è un’ombra “sorda”, è la presenza-assenza di lei di matrice squisitamente montaliana che parifica Donna cometa a Mosca, a Clizia, a Volpe, ad Annetta-Arletta. Oltre ai già citati Petrarca e Montale, in Ernesto Franco si insinua soave la lezione della lirica d’amore degli antichi, in primo luogo certamente riferimenti a Omero, a Saffo e a Catullo. Ma anche della tragicità della tradizione stilnovistica italiana: nel fluire spesso narrativo, solo talvolta raggrumante, del suo poetare, Dante si mischia a Cavalcanti, anche se la cavalcantiana disgregazione degli spirti dell’io avviene non nel senso spirituale, ma – inizialmente – sul piano fisico e intimamente viscerale (cfr. “Per li occhi ai sensi, al cuore non ancora” in Intenzione prima).

Tale immaginario di Donna cometa prende forma in soluzioni metrico-stilistiche estremamente limpide, cioè nella struttura delle composizioni, che fa pendant con un lessico accuratamente selezionato e petrarchescamente omogeneo, e tuttavia non scevro di un raffinatissimo labor limae. L’impiego di figure retoriche (allitterazioni, iterazioni martellanti – Io ti – poliptoti, ossimori, sinestesie, assonanze, etc.) è estremamente vario e diversi sono gli schemi e tecniche rimiche (rime alternate, replicate, baciate, rime derivative al mezzo, rime all’occhio). La sensazione complessiva che ne deriva è quella di un elegantissimo nitore, uno splendore, una lucentezza della forma: la stessa lucentezza di cui si ammanta Donna cometa, che, ancora, e poi ancora, coi suoi “passi strani” danza, facendo in modo da ingenerare non solo e non tanto Uno di due (IX) ma due in uno. (claudia mirrione)

Continua a leggere

Print Friendly, PDF & Email

Paolo Ruffilli – Le cose del mondo, nota di Rita Pacilio

Paolo Ruffilli – Le cose del mondo (Poesie 1978-2019), Mondadori 2020Paolo Ruffilli - Le cose del mondo (Poesie 1978-2019), Mondadori 2020

.

L’opera poetica Le cose del mondo di Paolo Ruffilli ristabilisce un legame importante tra poesia e società chiamando in causa la vicenda umana degli ultimi quarant’anni della storia e della letteratura. Ruffilli, attraverso la parola visionaria che tocca lirismi sapientemente strutturati sulla base di strofe agilmente rimate e ritmate, intesse e approfondisce un dialogo nuovo con i gusti, le epoche, la tradizione, il mondo. Le sette sezioni del libro indagano lo stupore, la totalità dell’essere, il viaggio e il naufragio disperato, il ritrovamento di dimensioni atemporali ed emblematiche che aprono la strada all’inquieto macrocosmo e a un cammino ancora da riformulare, da compiere. I fattori ambientali e affettivi riedificano parametri emozionali che si animano nella nominazione delle cose. Le cose esteriori, infatti, interagiscono con la vita riuscendo a creare un animismo percettivo con gli innumerevoli impulsi interiori dell’uomo che impara, con il tempo, a sublimare l’oggettivazione. Il fine ultimo della ‘grazia poetica’ è quello di giungere alla sacralità dei gesti simbolici personali, all’ammorbidimento delle ombre dei centri affollati e a edificare una notevole gamma di epicentri di pensiero per fermare un ciclo temporale abitudinario e infernale di ascendenza dantesca. Passato e presente si sovrappongono lì dove il padre e la figlia rimescolano una dimensione emotiva di straordinaria profondità grazie alle feconde figurazioni del ‘sentire’. Così le interrogazioni esistenziali di Paolo Ruffilli ospitano un rapporto interattivo tra poesia e realtà in cui le esperienze dell’autore vengono assorbite dall’umanità intera immedesimando tempo, memoria, intuizione dei nessi tra parola e reale e libertà di amare. (Rita Pacilio). Continua a leggere

Print Friendly, PDF & Email

Elizabeth Roberts MacDonald – Poesie, a cura di Emilio Capaccio

Elizabeth Roberts MacDonaldI cancelli del Cielo furono aperti

e nel bagliore di quel momento

brillò la pace appresa un tempo

e l’amore oltre un sogno.

.

E. R. M

.

.

Elizabeth Roberts MacDonald, nome completo Jane Elizabeth Gostwyck Roberts MacDonald, chiamata dai familiari affettuosamente “Nain”, nacque il 17 febbraio del 1864 a Westcock, nei pressi di Sackville, New Brunswick, Canada. Suo padre era il reverendo George Goodridge Roberts, pastore anglicano, rettore di Fredericton e canonico della “Christ Church Cathedral”.

Sua madre era, invece, Emma Wetmore Bliss, figlia di George Pidgeon Bliss (“Receiver General”, ovvero tesoriere e ragioniere dello stato di New Brunswick).

Nacque in una famiglia di 6 figli: una sorella, May, e quattro fratelli, il primo dei quali sarebbe diventato il celebre poeta Charles George Douglas Roberts, considerato capostipite dei poeti canadesi.

Elizabeth, come i suoi fratelli, Charles George Douglas e Theodore Goodridge, ricevette la prima istruzione al “Collegiate School” e successivamente fu una delle prime donne ad essere ammessa alla “University of New Brunswick” di Fredericton.

Nel corso della sua adolescenza integrò la sua formazione scolastica con lo studio e l’approfondimento di autori inglesi e americani, insieme ai fratelli, sotto la guida del padre, trascorrendo pomeriggi immersa nella lettura, tra i tantissimi fiori dei giardini della casa paterna, tante volte richiamati nelle sue poesie, negli splendidi scenari dei paesaggi canadesi.

Indubbiamente, proprio quest’indole contemplativa e il contesto ambientale, ricco di elementi naturalistici e sfondi incontaminati, segnarono indelebilmente la lirica della MacDonald che si contraddistinse per una soave delicatezza dei versi e per un rimando a elementi della natura e del sogno, quale dimensione dentro cui elevare il canto e la propria immaginazione tra boschi di abeti e corsi d’acqua, nelle tiepide primavere o lungo le montagne innevate del New Brunswick.

Elizabeth iniziò a scrivere i primi componimenti poetici molto giovane e collaborò con le più prestigiose riviste letterarie dell’epoca, tra le quali: “The Century”, “The Independent”, “Outing Magazine”, “Canadian Bookman”, “Canadian Magazine”.

Nel 1889, incoraggiata e finanziata dal padre, divulgò in forma privata: Poems; una primissima raccolta di quindici poesie, in cui è già evidente la sua poetica incentrata su elementi onirici e paesaggistici con un canto del sentimento amoroso delicato, senza scivolare nella prolissità e nell’eccessiva tragicità tipica di alcuni poeti romantici.

Dal 1891 al 1892 insegnò nella “School for the Blind”, di Halifax, capitale della provincia di Nova Scotia, ma di lì a poco fu costretta ad abbandonare l’insegnamento a causa delle precarie condizioni di salute.

Nel 1896 sposò il cugino, Samuel Archibald Roberts MacDonald, con il quale ebbe tre figli: l’ultima, Emma Hilary, scomparve tragicamente quando aveva poco meno di un anno, segnando tragicamente la vita della poetessa.

Nel 1899 insieme agli altri due fratelli, Charles George Douglas e Theodore Goodridge, pubblicò l’antologia poetica: Northland Lyrics, e nel 1906: Dream Verses and Others, raccolta che dedicò al marito.

Dimostrò anche uno spiccato talento per la prosa, pubblicando una serie di racconti per l’infanzia su periodici quali: “New York Churchman” e “Peterson’s Magazine”, e la novella in dieci capitoli: Our Little Canadian Cousin (1904), diventata una celebre storia per ragazzi.

Visse a Fredericton fino al 1912, poi si trasferì con il marito e i due figli, Archibald George e Cuthbert Goodridge, a Nelson, nella Columbia Britannica, dove divenne uno dei leader del movimento a favore del suffragio femminile[1].

Nel 1914, a causa delle difficoltà di natura finanziaria, fu costretta a trasferirsi per un breve periodo e Vancouver e poi a Winnipeg, dove soggiornò circa un anno, lavorando come corrispondente del “Winnipeg Telegram”.

Nel 1915, in seguito alla decisione del marito di arruolarsi nell’esercito come ufficiale medico, si separò, rinunciando alla vita coniugale, e si trasferì a Ottawa dove risiedevano due fratelli, la sorella e la madre.

Morì nel “Carleton County General Protestant Hospital” di Ottawa, l’8 novembre del 1922, a causa di complicazioni insorte per una caduta che le aveva provocato la frattura dell’anca.

La sua morte fu registrata dal marito e le spoglie furono portate al Beechwood Cemetery, illustre Cimitero Nazionale del Canada. (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio)

Continua a leggere

Print Friendly, PDF & Email

su Hairesis di Francesco Marotta

Francesco Marotta – Hairesis – Terra d’ulivi edizioni, 2016Francesco Marotta - Hairesis, Terra d'ulivi edizioni

 

La ristampa di un’opera di Francesco Marotta, con varianti e aggiunte rispetto alla primeva edizione  in ebook (Cepollaro E-dizioni, 2007), è sempre una bella notizia, anche se ormai risale al 2016. Lo è certo per me, che riprendo ora in mano questo libro e che seppure troppo sporadicamente ho frequentato il lavoro di Francesco, ma che sempre ho apprezzato, in questo ambiente per molti versi discutibile, la sua naturale riservatezza, una eremitica distanza dalle cose (alimentata da alcune buone ragioni) che tende a far dimenticare alla gente, almeno nella convulsione della rete, il suo essere un eccellente poeta. Ma anche per la poesia italiana in generale, stante la qualità quasi paradigmatica della sua scrittura, il suo rigore stilistico e morale, l’impegno costante ad immettere nei versi una spiritualità che non teme né di credere né di contestare il divino quando serve “(che tu sia maledetto in eterno / signore degli eserciti / dominatore di sabbie millenarie”) ed una umanità che non dimentica gli orrori e i dolori di cui è impastata, e di cui nessuno è incolpevole in quanto uomo, ma che coltiva il senso di un’etica amorevole che coinvolga il prossimo e il distante, l’io e l’ “altro”, l’amato e il disamato, i vivi e i morti, un’umanità capace anzi di reimparare “l’arte dimenticata di morire”, come dice una seqquenza del libro. Se altre volte ho parlato di “meditazione” in merito a certa poesia (non sempre, lo ammetto, in maniera appropriata), nel caso di Marotta credo sia quanto mai giusto, in questo libro come ad esempio in Per soglie di increato o Impronte sull’acqua  (v. QUI) attribuire una dimensione di intensa e concentrata riflessione, caratterizzata talvolta da testi di ampio respiro e di autorevolezza sapienziale. Quasi un esercizio spirituale, sull’essere in sé e in rapporto con la trascendenza, su cosa significhi essere uomini anche in relazione alla Storia, alla vita quale ininterrotta lectio.  Anzi, quale “poema ininterrotto”, come Marco Ercolani ha titolato  il volume a lui dedicato (Il poema ininterrotto di Francesco Marotta, Carteggi letterari Le edizioni, 2016). E in questa prospettiva Hairesis è un libro, non esito a dirlo, essenziale.

 

A parziale corredo di quanto scritto sopra ripropongo di seguito la nota che dedicai a Lettera da Praga (il primo testo del libro ed uno dei più importanti) e rimando inoltre a quella dedicata (v. link sopra)  a Impronte sull’acqua, entrambe del 2008:

Se non c’è memoria diretta (per ragioni anagrafiche o per semplice fortuna) della tragedia e della orrenda banalità del male di arendtiana memoria, c’è almeno, nella sensibilità dell’artista, “intuizione”, nel senso pieno, anzi etimologico del termine. Questa intuizione, o empatia nei confronti delle vittime, di quegli uomini sulla cui “entità” Primo Levi si interrogava, non è forse una delle missioni del poeta, ed insieme uno degli strumenti principi di questa missione? Ed egli, con la sua capacità di ricreare la lingua e con essa il dire e il raccontare, non svolge con questo un’azione eminentemente politica, affondando le proprie radici nella storia? Dico queste cose pensando proprio al testo di Francesco Marotta, più o meno come le pensavo, con qualche distinguo, quando leggevo “Giorni manomessi” di Roberto Ceccarini. Anche qui c’è innanzitutto l’accettazione di una eredità, di un legato, come potremmo dire in termini giuridici, l’accoglimento di una discendenza o di elementi biografici forti che la sensibilità di uomo e artista non può disconoscere, anche se si guardi la Storia da un limes, da una soglia, come osservava S.Aglieco parlando di “Per soglie di increato”. Da questi elementi e dal loro recupero o restauro è poi possibile innalzare lo sguardo con animo consapevole – e appunto empatico – alla storia, piccola o grande che sia. Incidentalmente, dal punto di vista della poesia la Storia, anche quella che scorre ora nelle nostre vite, non è affatto finita, con buona pace di alcuni pensatori (e anche di molti poeti). Ma stavo dicendo: dal dato biografico o dalla memoria indiretta o da quella che ho chiamato intuizione, il poeta innesca dinamicamente un rapporto con riflessioni più universali, dal dettaglio anche liricamente intimo e domestico alla visione di insieme della tragedia, in altre parole (e questo è il prodotto artistico) egli universalizza per noi il suo legato e ce ne rende partecipi. Mi viene in mente ora che avevo già espresso questo mio avviso, almeno indirettamente, quando mi fu posta la domanda principe “che cosa è la poesia?”. Nessuno lo sa, e tuttavia nessun poeta rinuncia al tentativo di dire la sua. Risposi (scusate se mi cito): “è anche vero (…) che è memoria e immaginazione. Cioè realtà e invenzione, tradizione e tradimento, in altre parole contaminazione e meticciato della nostra stessa storia. Con memoria e immaginazione torniamo alle radici stesse della poesia (…). Mi piace pensare, pur con tutte le distinzioni del caso, che anche la poesia attuale, che pure non ha niente di epico anzi è fondamentalmente poesia di crisi e ripiegamento, debba poggiare su questo binomio o binario, che è anche piedi, cioè radicamento nella realtà e nel vissuto, e testa, ideazione, ingegno, artigianato, linguaggio capace di creare l’immagine (ecco l’immaginazione, letteralmente) che estende la percezione di qualcosa che da privato (del poeta) diventa condivisibile ma non ovvio, anzi disvelante. A voler essere radicali potremmo dire che la poesia è così, o non è. E allora faremmo meglio a lasciarla nel cassetto”.  Credo che il testo di Marotta sia un bell’esempio, etico e poetico, di questo. Pur lamentando “il naufragio della storia”, compie la scelta (hairesis, il titolo del libro, “fare la scelta”, fino all’eresia) di dare voce anche a quei “giorni infiniti / mai nati”, non dimenticarne la linfa, combattere “la deriva degli anni”, rinnovare  “franate memorie sottovetro” di quei bambini sul cui corpo, “inesplorato degli anni / dove non sarebbero stati”, la Storia ha infierito. (g. cerrai)

Per qualche estratto dal libro rimando ai molti già presenti in rete, a cominciare dal sito di Francesco, La dimora del tempo sospeso, ma anche su La poesia e lo spirito e altri. Ma mi fa piacere riproporre la lettura in voce che feci quasi dodici anni fa per “Oboe sommerso”, il blog che aveva Roberto Ceccarini, poi rielaborata con fondo musicale (*) nel 2016.

 

 

 

(*) “Aleatory2” – generative music elaborata al computer.

Print Friendly, PDF & Email

Jeanne Dortzal – Poesia, a cura di Emilio Capaccio

jeanne dortzalCanterà così come respira, e le sue mattine

s’innalzeranno a Dio come barriera di perle.

.

J. D.

.

.

Jeanne Dortzal (Nemours, distretto di Tlemcen, Algeria, 24 gennaio 1878 – Parigi, 1943) è stata un’attrice teatrale, drammaturga e poetessa algerina di lingua francese.

Dotata di grande bellezza, lasciò, ancora adolescente, l’Algeria con la madre, che si era separata dal marito, e grazie all’amicizia del poeta Pierre Guédy, con il quale più tardi ebbe un figlio, intraprese la carriera di attrice di teatro.

Pierre Guédy, che era anche amico stretto del critico teatrale e scrittore Paul Léautaud, fu uno dei primi, insieme al poeta Jean Lorrain, allo scrittore Victor Margueritte e alla stessa Jeanne Dortzal, a partecipare all’esordio del fotoromanzo letterario francese, dalle tinte blandamente erotiche, rivolto a un giovane pubblico femminile, e curato dall’editore Nilsson.

Gli esordi della Dortzal avvennero nel vaudeville con l’opera: “Le Faubourg” di Abel Hermant, poi l’attrice passò al Teatro dell’Odéon di Parigi, recintando in ruoli classici e al Teatro Francese di Anversa. In questi anni conobbe un apprezzabile successo, tanto da essere raffigurata anche su alcuni francobolli degli inizi del ‘900.

Intorno al 1910 lasciò l’attività teatrale per dedicarsi completamente alla scrittura: scrisse pezzi teatrali, alcuni racconti, ma soprattutto raccolte poetiche, tra le quali ricordiamo: Vers sur le Sable (1901); Vers l’Infini (1904); Le Jardin des Dieux (1908); Les Versets du Soleil (1921); La Croix de Sable (1927); Le Credo sur la Montagne (1934).

Morì nel 1943 distrutta dal dolore per la perdita prematura di quell’unico figlio, Pierre, avuto da Pierre Guédy. (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio) Continua a leggere

Print Friendly, PDF & Email

Nadia Chiaverini – Notturni e ombre

Nadia Chiaverini - Notturni e ombre - Carmignani Editrice 2018Nadia Chiaverini – Notturni e ombre – Carmignani Editrice 2018

.

La notte e l’ombra come luoghi fisici e metafisici, zone in cui avvengono i sogni, si elaborano desideri o dolori; ma soprattutto territori di confine e passaggio, zone franche nelle quali forse si liberano energie creative, si colgono barlumi di una realtà non sempre verbalizzabile, dove il corpo perde un po’ del suo peso, dove le parole assumono un altro senso, più acuto. Luoghi anche, ovviamente, di una solitudine cercata, là dove l’idea, o l’ispirazione se volete, non debba essere sottoposta, con le parole che trova, le “sue”, a nessun compromesso sociale, a nessuna “spiegazione”. Per Nadia Chiaverini direi un luogo privilegiato, paradossalmente “confortevole”, dove cioè si trova bene, che “funziona”, come lei stessa è disposta ad ammettere. “Il momento perfetto / è nel lento scorrere tra il sonno e la veglia / quando tutto si trasforma / così nitido e chiaro”, scrive, e altrove aggiunge “nel confine tra la coscienza e il sogno / dove tutto è già scritto”, là dove “galoppano le parole / di notte tra i sogni / sdrucciolano / lasciano segni”. Ecco, c’è in Nadia – come in altre poetesse ma non è una questione di genere – questa specie di fede laica in una scrittura sorgiva, naturale, in una sorta di serbatoio segreto nel quale le parole si conservano, dove tutto è già scritto, come un Logos che proviene dalla Creazione stessa, lasciato in eredità ai poeti destinati ad estrarle (un’idea che affascinava anche Borges). Naturalmente non è del tutto così, ma è bello pensare che il mestiere del poeta sia questa specie di rinvenimento del senso, sia la capacità di rimettere in funzione certi meccanismi onirici, metaforici, associativi, cognitivi che per il linguaggio comune non sono utili, non sono “economici”, cioè non abbastanza funzionali ad un risultato efficiente con il minor dispendio di energie. Nadia è perfettamente consapevole che la poesia, come diceva anche Montale (*), è un’arte inutile ma necessaria, di quella necessità intensamente spirituale (“angelica”) che il grande Wallace Stevens le attribuiva. Nella produzione di Nadia questo si risolve soprattutto in un incessante lavoro, anch’esso spesso notturno, di eliminazione del superfluo, di alleggerimento di un linguaggio che per scelta e convinzione è già privo di fronzoli o di ricercatezze lessicali, di allusioni fini a se stesse; quello che lei chiama il labor limae e che è a tutti gli effetti un processo, anche faticoso, di selezione e ricombinazione, che poi alla fine è ricerca della musica e del senso, della giustificazione anche etica, anche emotiva, anche politica, perfino – perché no – affettiva dello scrivere.

Ma scrivere di che cosa? Nella sua essenza la poesia di Nadia è un continuo agganciarsi a segnali dal mondo, apparentemente di diversa estrazione e tema, ma che sono tutti riconducibili al dato esistenziale, al quotidiano, al proprio essere donna nei suoi diversi aspetti e soprattutto alla ricerca del senso, dell’eco, del riflesso, del ruolo attivo, diciamo innescante, che questi segnali hanno sulla sua sensibilità. La poesia, non solo nel caso di Nadia, è riproduzione e amplificazione creativa di questi segnali, in un certo senso è scoperta di quello che c’è dietro, risposta alla domanda “perché questo mi colpisce, mi comunica (nel senso originario del termine)?”. Non è del tutto un caso che molto di questo lavoro poetico, di questa poiesis (letteralmente il creare dal nulla) avvenga in quella zona crepuscolare, tra luce e ombra, che Nadia frequenta e che è luogo deputato del disvelamento, incrocio tra diversi livelli di coscienza. Nell’identificazione dei segnali c’è anche il riconoscimento di sé, il capire come le “cose” costruiscono poi la propria identità. In altre parole, come diceva il filosofo, sei quello che percepisci. In questo agganciarsi a fatti, a cose, a un fiore, a un gatto, a un cigolare di cancello, a una scatola piena di vecchie foto, a dei vestiti, perfino agli “scarti” della vita quotidiana (è il titolo di una sezione), in tutto questo non c’è niente di occasionale né di epifanico (per quanto Nadia usi questo termine), cioè niente nel senso di una rivelazione che proviene dal fuori, da un ente, quindi niente di religioso (in senso lato), è semmai una continua scoperta laica di qualcosa che viene custodito dentro, di cui ci si accorge nel momento in cui viene esplicitato dal lavoro di scrittura, a cui anzi la scrittura dà forma, qualcosa con cui si avvia una conciliazione; oppure, se riguarda un evento doloroso, una elaborazione anche nella direzione di una difesa psichica. Anche il reale, l’oggettuale, le cose, il “fatto” subiscono un processo di questo tipo, nel giro di un testo vengono portati ad un diverso superiore livello, da semplici spunti di riflessione a metafore, molto spesso a simboli (nel senso originario di legame e/o segno di riconoscimento) o metasimboli (con trasferimento cioè dal significato originale ad un altro). Può accadere così (tanto per fare un esempio tra molti) che un’immagine votiva, di quelle che stanno agli angoli delle strade, venga per così dire “spodestata” (nell’immagine/poesia) dalle onnipresenti telecamere, un “dio” con cui non puoi parlare, che ti guarda soltanto e non sappiamo se con benevole intenzioni, quindi un ente astratto e freddo, da cui tuttavia ti senti chiamato a fare un esame di coscienza, perché “non bastano le buone pratiche” per essere a posto. E’ anche, se vogliamo, un  confronto storico, quasi surmoderno, tra un luogo (da cui in fondo si proviene) e il non luogo di una incerta e  ipotetica “sicurezza”. E però a quale occhio rivolgersi? Il dilemma è breve: se è vero che “c’è ancora tanto da dire”, se c’è da “ricordare le cose perdute / chiedere perdono”, allora bisogna tornare a quell’icona, a qualcosa che – le parole sono importanti – è “incastrato” in noi così come quelle icone – dice la poetessa –  sono “incastrate nei muri delle strade”. Nello stesso modo Nadia si pone in altre zone di passaggio, di tipo concettuale, che marcano cioè il fluire del pensiero, del lavoro mentale che incarna la poesia scritta, di un andamento anche sinuoso, all’interno dello stesso testo, tra concreto e astratto (un esempio: Non hanno fretta le stagioni, v. più sotto) o tra astratto e simbolico, tra vicino (dello sguardo, della psiche) e lontano, in un processo che in fondo mira, più o meno coscientemente, allo “sconfinamento” (altro titolo di sezione), cioè al superamento a cui tende sempre la poesia, quello di un legame troppo stretto, troppo limitante, poco evocativo e polisemico tra parole e cose. Se vogliamo – in una poesia che nella sua parte più suggestiva è insieme crepuscolare, lirica, simbolistaNadia svolge canonicamente un lavoro di condensazione, di spostamento evocativo, di rappresentazione plastica, di elaborazione di immagini, dolori, desideri non dissimile da quello del sogno. Là dove “appesi ai sogni i versi mai scritti / preziosi fantasmi folgorano la notte”. (g. cerrai)

.

(*) “Io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà” (Discorso per il Nobel 1975)

Continua a leggere

Print Friendly, PDF & Email

Rita Pacilio – La venatura della viola, nota di R. Urraro

RITA PACILIO: La venatura della violaRITA PACILIO: La venatura della viola (Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero, Novara, 2019)

(Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero, Novara, 2019)

.

.

Questa raccolta di versi di Rita Pacilio ruota intorno a un concetto-chiave: l’amore. Amore quasi francescano: amore simpatetico tra l’autrice e la natura, tra lei e il mondo; il che implica, come vedremo, un ottimistico, positivo sentimento della vita e del creato.

Simbolo di questa natura è la viola la quale è portata da Rita, attraverso un arricchimento semantico del segno, ad una straordinaria, polivalente, simbologia: simbolo, come dice lei stessa, di ciò che vi è, nella vita e nel mondo, di più “semplice” e “dolce”, e quindi viola come prodotto lieve e delicato, prodotto della natura che, nelle sue manifestazioni più belle e affascinanti, sa essere “gentile e calma”, come gentile e calma è la viola. E poiché non vive da sola, ma insieme alle sue “consorelle”, essa è anche simbolo della fratellanza, e quindi, di una società di uomini/fratelli che vivono in un mondo nel quale, come Rita afferma nel testo di pag. 44, “porti in rovina e chiusi come porte / rendono l’acqua inutile e il tramonto povero”, dove l’acqua non è un elemento che unisce porti lontani, ma addirittura elemento divisivo e campo di battaglia per meschini interessi politici. Ancora: la viola è anche simbolo puramente ed esplicitamente ecologico nella sua significanza più alta, come simbolo di quella natura alla quale noi uomini dovremmo essere più fedeli. Lo testimonia l’accorato messaggio di pag. 6: “Vi prego, usiamo buone maniere e tenerezza quando siamo di fronte a un albero, accarezziamolo…”.

Ma nella vita si trovano aspetti negativi, turbamenti che sconvolgono chi ha un suo mondo morale fatto di valori positivi. Le persone più sensibili avvertono profondamente, e a volte in modo lacerante, questa conflittualità. I poeti in modo particolare, dei quali si può dire tutto quello che si vuole, tranne che essi non abbiano una sensibilità particolare, antenne più pronte a captare le onde magnetiche che vengono dal mondo, oppure quello che De André chiama il “terzo occhio invincibile e speciale”, che consente di penetrare più a fondo di altri all’interno delle cose della vita e del mondo.

E Rita coglie nel mondo “incuria, abbandono, assenza, miseria umana” (p. 5). Sono cose alle quali ci si può abituare e accomodare. Ma davanti alle quali un poeta sente dentro di sé un moto di ribellione, ma non sorda ribellione passiva e improduttiva. Infatti Rita indica una via, un’altra possibilità, un’alternativa concreta e reale che possa dare un senso alla propria vita e a quella di tutti gli uomini.

Allora? L’alternativa che Rita sente di seguire e che indica anche agli altri, è quella dell’amore nella sua dimensione più generale, amore che si potrebbe definire “simpatia cosmica”: capacità di vivere con gli altri e per gli altri, ma soprattutto consapevolezza di vivere insieme agli altri. Sì, soprattutto: “insieme”, come la nostra poetessa suggerisce richiamando alla memoria, a pag. 7, la canzone della nonna: Le viole come fanno? / Stanno tutte insieme”: che diventa anche la proposta della nostra poetessa.

Certo, il richiamo alla leopardiana “social catena”, alla solidarietà universale contro lo strapotere della Natura, sembra ovvio, ma Rita indica in quell’“insieme” la necessità non solo della umana solidarietà, ma anche di combattere contro la malvagità degli uomini, contro il negativo dei loro comportamenti e contro i danni che essi provocano alla nostra casa comune.

Questo può essere il semplice sentimento dell’individuo, un amore empatico, una simpatia cosmica che lo proietta in una dimensione di vita associata avvertita come ineludibile necessità del vivere e del realizzarsi. Ma al poeta, a Rita, non può bastare, e difatti non basta: di qui la necessità, il bisogno di esprimere e comunicare sentimenti e idee affiché diventino patrimonio comune degli individui: bisogno di fissarli sulla carta, per mezzo dell’espressione poetica, quella fatta con le parole, che non devono essere le parole degli altri, le parole di tutti, usurate da un uso spesso disattento e spesso improprio, ma le parole del poeta, che hanno una loro originalità e perciò stesso suscitano in chi le legge o ascolta un’attenzione particolare perché creano in lui uno stravolgimento inatteso che lo spinge alla meditazione e, magari, alla condivisione di esse.

Allora? Necessità di una espressione consapevole, e quindi di una selezione linguistica adeguata ad esprimere i concetti elaborati. È lì la sostanza del lavoro del poeta, e quindi la sostanza stessa delle cose. Non per niente Heidegger diceva che “il linguaggio è la casa dell’essere”, la casa dove abita la lingua del poeta, cioè quella lingua senza la quale il poeta vagherà nelle sue incertezze o nella sua inutilità. E Rita cerca un linguaggio poetico come strada alternativa alla degradazione umana. È proprio nel linguaggio poetico quella che io ritengo la più importante connotazione della vita del poeta: la parola originale, nella quale si invera la “libertà” come forma del vivere non condizionato da ciò che risulta incompatibile con noi.

E il linguaggio di Rita corrisponde alla scelta ideologica, cioè alla struttura contenutistica della sua poesia: ha cercato, come lei stessa afferma a pag. 5, la risposta alla “bruttura della vita” nella “semplicità e nella dolcezza di un piccolo fiore”, la viola, da amare e coltivare con cura; e così ha scelto, e ha trovato, un linguaggio corrispondente, un linguaggio “semplice” e “dolce” (che non significa linguaggio “facile”), un linguaggio semplice e dolce che le consentisse di dire, senza inutili tortuosità e senza quella ricercata oscurità cara a molti poeti di oggi, ma nelle forme più esplicite possibili, i suoi contenuti ideologici. E difatti si può dire, come Rita stessa afferma, che qui, in questa raccolta, davvero “maneggia la parola poetica per trovare la strada possibile da percorrere quando non ci si arrende all’incuria, all’abbandono, all’assenza, alla miseria umana” (p. 5). (raffaele urraro)
Continua a leggere

Print Friendly, PDF & Email

Philippe Soupault: Le ultime notti di Parigi, le ultime notti del mondo – a cura di Emanuele Pini

 

Philippe Soupault, Paris, 1928 -by Berenice Abbott

LE ULTIME NOTTI DI PARIGI, LE ULTIME NOTTI DEL MONDO

La notte e la città di Parigi: due elementi suggestivi che possiedono una forza quasi magica, per nulla estranea al primo Surrealismo. Si può dunque dire che sia stato un processo naturale per Philippe Soupault stendere nel 1928 questo racconto.

La città di Parigi e la notte: due elementi fascinosi che si incarnano nella figura di Georgette, prostituta e femme fatale del mistero, perché tutte le immagini e le ricerche serrate del protagonista ruotano intorno a questo mistero dal dolce nome, Georgette.

“Un non so che non ha alcun nome in alcuna lingua. […] Georgette è una donna”

La notte e la città di Parigi, e se l’inizio delle vicende appare immerso in una nebbia densa di enigmi e menzogne, di fantasie e fantasmi, lungo le pagine i personaggi, come Volpe e Octave, trovano psicologie più nitide, gli incontri una spiegazione più razionale, le indagini arrivano a una soluzione, che si può riassumere con una sola parola: Georgette.

“Non avevo paura dell’oblio. Lentamente la primavera si avvicina. Il cielo sembra più giovane e le nuvole si scontrano come dei bambini”

 

Brassaï - Paris de nuit, 1933

Brassaï – Paris de nuit, 1933


La città di Parigi e la notte: in quest’atmosfera onirica l’autore inserisce la potenza delle sue immagini, che ricalca in parte il modello del romanzo Nadja di André Breton: la presenza di questa donna dal significato cosmico, il tormentoso vagabondare per le piazze e le vie della Ville Lumière, l’introspezione tanto smaccata da apparire follia; probabilmente proprio questi stessi elementi lo rendono uno dei romanzi surrealisti più autorevoli e di riferimento.

“Parigi, dicevano, si stende come il sole e il sole è una macchia d’olio, divora ciò che la circonda come lo farebbe il più bell’incendio del secolo perché ama rivestirsi di fiamma mentre canta, come sanno farlo in certe stagioni tutte le campane del mondo. […] Noi eravamo annegati nel vento […] La pioggia formava un’enorme canzone”

La notte e la città di Parigi divengono così lo scenario in cui inserire una figura femminile tanto antica nella letteratura e tanto nuova per gli orizzonti ottocenteschi, un profilo che conserva le tracce di quella Beatrice dantesca, poiché è da lei che tutto nasce ed è a lei che tutti aspirano, Georgette che muore scomparendo nel mistero e poi è capace di risorgere nella meraviglia, come se conservasse il segreto di quella salus, di quel saluto che può donare la salvezza alla miseria di quest’essere umano.

“Lei sorrideva in modo così buffo che non potevo trattenermi da guardare il suo volto lunare e forse, malgrado me, rispondevo al suo sorriso come si risponde a uno specchio”

La notte è la città di Parigi, in cui Georgette può stendere tutto il suo dominio, poiché “il caso”, cita Soupault, “non è che la nostra ignoranza delle cause”, come se finalmente l’uomo potesse avere ritrovato quel principio, quella divinità di cui piangeva la morte.

 

Brassaï - Fille de joie, circa 1932

Brassaï – Fille de joie, circa 1932


Le ultime notti di Parigi
, le chiama l’autore, proprio perché senza di lei non ce ne sarebbero potute essere altre, né altra vita, né un senso a tutto questo: è il momento in cui tutto sembra saldarsi in un unicum che ha il profumo di un abbraccio: Georgette, Parigi, la notte e il lettore, al di là della pagina.

“E Georgette entrò. Il freddo la seguiva e il mattino. “Siete voi?” fece qualcuno. “Sono io” rispose lei. E sorrise. Parigi era davanti i nostri occhi. Noi non aspettavamo più nessuno. […] Il giorno e la notte riprendevano la loro girotondo”

Di seguito si offre la lettura di uno dei passi più poetici e significativi dell’opera, quando il protagonista, conversando con un personaggio, comprende l’effettiva necessità di Georgette, non solo nella propria vita ma in un orizzonte di portata universale: è così che arriva a contemplare il Caso, su un ponte parigino, di fronte allo scorrere della Senna.

Continua a leggere

Print Friendly, PDF & Email

Alfonso Cortès – Poesie, a cura di Emilio Capaccio

alfonso cortèsIl sogno è una roccia solitaria

dove l’uccello dell’anima fa il nido.

.

A. C.

.

Alfonso Cortés (León, 9 dicembre 1893 – 3 febbraio 1969) è considerato, dopo Rubén Darío, con il quale trascorse gran parte della sua adolescenza, uno dei più grandi poeti nicaraguensi, insieme a Salomón de Jesús Selva ed Azarías de Jesús Pallais.

Collaborò con molte riviste e giornali del Centroamerica, soprattutto con “El Excélsior” e con “El Eco Nacional”, di cui fu redattore, inoltre, studiò e tradusse poesia italiana, francese e inglese. I suoi lavori di traduzione furono inclusi nel volume: Por Extrañas Lenguas.

Il legame con Rubén Darío segnò indelebilmente la sua esistenza e il suo talento artistico. Nel 1922 l’ultima compagna di Rubén Darío, Francisca Sánchez del Pozo, giunse a León dalla Spagna per prendere gli ultimi scritti del marito e i documenti del loro unico figlio, Rubén Darío Sánchez. Cortés accolse la donna e le diede un aiuto fondamentale nella ricompilazione degli inediti, ricevendo in dono, come segno di riconoscenza, la piccolissima casa in cui Rubén Darío era cresciuto e nella quale, cinque anni più tardi, Cortés cominciò improvvisamente a essere soggetto ad attacchi di schizofrenia, ma non per questo cessò di scrivere versi, al contrario, in questi anni diede vita ai suoi componimenti più noti.

I suoi familiari, nel corso delle sue violenti crisi, lo tennero rinchiuso e a volte incatenato a una trave del soffitto per evitare che potesse nuocere a sé stesso e agli altri. Nel 1944 fu internato nell’ospedale psichiatrico di Managua.

Trascorse tutta la vita in molti sanatori, tra Nicaragua e Cile, alternando momenti di pazzia a momenti di lucidità.

La sua poesia, visionaria, esoterica e metafisica, è considerata appartenente alla corrente postmodernista, con chiari influssi del simbolismo di Mallarmé, pur conservando un’eccezionale singolarità espressiva.

Tra le sue opere più importanti, si ricordano: Poesías (1931), Tardes de Oro (1934), Poemas Eleusinos (1935), Las Siete Antorchas del Sol (1952), Las Rimas Universales (1964). (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio)

Continua a leggere

Print Friendly, PDF & Email