Ligabue, una vita da artista – nota di Elisa Castagnoli sulla mostra di Ferrara

antonio ligabueLigabue, una vita da artista” (mostra a Ferrara a Palazzo dei Diamanti)

“Ligabue, una vita d’artista” titola la retrospettiva attualmente in corso a Palazzo dei Diamanti a Ferrara dedicata alla figura di questo pittore singolare e unico nel panorama dell’arte italiana del 900. Un’esistenza difficile dominata da marginalità, solitudine e malattia ma, tanto più profondamente immersa e trasmutata nell’espressione istintiva della sua arte, unica via di riscatto. Tale appare nella mostra ferrarese il connubio quasi inscindibile tra l’opera pittorica e vitale, a tratti selvaggia dell’artista e il mondo intimo, personale, spesso relegato alla reclusione dell’uomo Ligabue. Agli antipodi di ogni avanguardia e astrazione artistica del primo novecento Ligabue incarna in maniera propria e originalissima con la sua arte la forza della natura, l’impeto o la foga del vivente, di cui i soggetti più ricorrenti restano il volto nell’auto-ritratto ma, soprattutto, gli animali selvaggi o domestici che siano. Dunque, il suo lavoro si posiziona al di fuori di tutti i movimenti artistici del primo novecento, perlopiù anti-figurativi, dominati da un diffuso nichilismo esistenziale. Resta impresso come il marchio singolare di un artista solitario, marginale, in parte compromesso da una malattia psichica contro la quale l’arte emerge come unico spazio di libertà e di catarsi. Continua a leggere

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Paolo Cosci, intervista e inediti a cura di Francesca Marica

Paolo CosciEPPURE LA BESTIA È RIFLESSIVA, L’ISTINTO NON C’ENTRA.

SORELLE STELLE e LA MODULAZIONE DELL’URLO. UN RAGIONARE PER FRAMMENTI.

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INTERVISTA AL POETA PAOLO COSCI

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A CURA DI FRANCESCA MARICA

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1. Sorelle stelle uscito per Effigie nel 2019, rappresenta il tuo esordio poetico. Possiamo definirlo un esordio maturo e consapevole e forse, proprio in virtù di tale maturità e consapevolezza, il libro ha una matrice identitaria molto chiara e forte. Sin dalle prime pagine emerge nitidamente quella che il caro Francesco Brancati in postfazione definisce «una forte fiducia riposta nelle possibilità comunicative e etiche concesse alla parola». E, aggiungo io, concesse alla poesia, inevitabilmente. Iniziamo dunque con una domanda semplice: Che cos’è per te la poesia, Paolo? Cosa rappresenta? Il poeta assume per davvero su di sé il ruolo di manipolatore del fantasma, come sosteneva Adriano Spatola?

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Sorelle stelle è un libro scritto nel corso di una decina d’anni, ho iniziato a scriverlo a 20 anni. È stato pubblicato che ne avevo 35. È quindi un libro stratificato: il grado di consapevolezza è andato via via maturando. Ho aspettato qualche anno prima di proporlo, rivedendolo compulsivamente per tre o quattro anni almeno, e solo dopo che mi era parso di avere chiaro cosa significasse per me scrivere poesia. Ho vissuto spesso uno strano senso di colpa, pubblicare l’ennesimo libro di poesia in mezzo a numerosissimi altri. Mi sono deciso soltanto quando mi è parso fosse (almeno per me) necessario. Credo che ogni libro importante nasca da una necessità che lo regoli, da un’urgenza della scrittura svincolata da qualunque teoresi dominante. Non è semplice scrivere nero su bianco cosa sia per me la poesia. In una lettera presente nel mio prossimo libro, La modulazione dell’urlo, scrivo che la poesia è contraddizione; credo sia una definizione accettabile perché assomma insieme molte definizioni parziali. È nella contraddizione che possiamo tentare di capire la complessità del mondo e dunque scriverne in poesia. Sono però consapevole di quale sia il ruolo oggi della poesia nella società, un ruolo quasi insignificante. Ciò non toglie che sia possibile influenzare il singolo, stordirlo con la parola poetica che è sempre una parola di verità quando è vera poesia. Non penso alla poesia come a una dimensione rivelatrice né credo possa ridursi a semplice testimonianza o ad una miscela psichedelica di linguaggio. Per me significa indagare a fondo le realtà del mondo e le potenzialità del linguaggio, significa sintetizzare queste due dimensioni: linguaggio e umanità, con tutto ciò che un simile connubio implica. Continua a leggere

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After BIL 2021: Giorgio Rafaelli – Ritorni, motivazione secondo classificato sez. C

Giorgio Rafaelli – Ritorni (motivazione secondo classificato BIL 2021 sez. C)

 

Si leggono tre poesie di uno sconosciuto, come avviene in questa sezione, poi un po’ ci si ragiona, si giunge a qualche convinzione, come nel caso di Giorgio Rafaelli. Nella cui poesia, mi è parso di capire, le evidenze, i fenomeni, i fatti, le circostanze dell’essere e così via non sono tanto spunti dello scrivere quanto riprove del pensare, giustificazione ed essenza, che in quello scrivere trovano semmai determinazione. Come se, insomma, la poesia preesistesse al caso, oppure, per usare una terminologia di Rafaelli, “presentisse” l’arrivo di qualcosa, fosse pure infinitesimale, che la renda necessaria, anzi giusta in una sua (cito) “sintassi del giorno”, in una sua – quindi – sistemazione nel tempo.

La poesia, in questi versi, dà ordine a qualcosa che – direbbe l’autore – coglie impreparato, certo, magari l’inatteso di un oggetto, ma nel senso di una meraviglia intelligente in cui spesso tempo e luogo si coagulano   in qualcosa  qualche volta di “inadatto”, oppure in mancate corrispondenze tra cose o persone (presenti o assenti o solo ricordate), non tra di loro ma rispetto, come dire, ad una loro collocazione esistenziale o meglio ancora, all’interno della storia particolare di ciascuno, oppure (cito) in “relazioni mai del tutto verosimili”, o là dove “le strade che si incrociano dei morti e dei vivi” lo fanno “con parole indistinguibili per gli uni e per gli altri”. Al fondo della poesia di Rafaelli mi sembra ci sia proprio un “fuori posto”, che non è quello dell’ incoerente disagio che si rinviene in tanta poesia letta in questo concorso, ma a me appare piuttosto una poetica, ovvero la convinzione che fuori posto convenga stare, che convenga sempre guardare alle cose da un punto decentrato ed ellittico, sfruttando il salto di potenziale poetico che c’è tra certo e incerto, tra ordinario e ordinato e dis-ordinario, tra atteso e subitaneo. Perciò nei testi che abbiamo letto troviamo certo dei momenti, limitati nel tempo e nel luogo, però non occasionali o statici o raffreddati nel ricordo, ma circostanze in qualche modo critiche, che cioè sarebbero di per sé banali se non comprendessero in nuce l’ispirazione (ma sì, usiamo questo termine desueto) di un qualche “segreto” che montalianamente debba essere custodito. Così l’arrivo in una stazione ferroviaria, un cambio stagionale degli armadi, una cornice fotografica appesa al muro non sono rivelazioni altro che del loro esistere, forse non epifanizzano nulla e non importa poi tanto, tuttavia la loro presenza è una soglia che va attraversata, è necessaria ad un tentativo di “mettere a posto”, fa da concreta sponda al poeta nella ricerca di un senso consonante, ricerca  che non è detto che vada – e anche questo forse non importa – a buon fine.

A tutto concorre la scrittura di Rafaelli, parole che non si compiacciono, parole tutt’altro che indistinguibili, anzi che si prendono una per una il loro spazio all’interno di testi a cui non importa l’estensione, il registro, la prosodia ma piuttosto la completezza, il compimento dell’idea. O meglio ancora la piena esplicitazione dell’interrogativo di cui è fatta molta buona poesia, secondo un percorso – forse non originale ma certo efficace – reattivo di fronte ai segnali, in cui cioè quel che c’è di oggettuale, quello che si percepisce come reale non è che pre-testuale rispetto ad un successivo sviluppo di un pensiero che  “sincronizza la ragione” alla poesia, e a cui importa non certo asserire quanto  esserci, essere qui in questi versi. Se poi conciliare in versi il disordine dell’ordinario non sempre è realizzabile, è un rischio che deve essere accettato e che fa parte di quell’angoscia (cioè di quel sentimento di fallacia) che è anche una sfida e che è insito in ogni scrittura di qualche valore. (g.cerrai – nota già pubblicata senza testi sul sito di BIL)

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After BIL 2021: Anna Stella Poli

Dopo Giacomo Vit, parlando brevemente di alcuni poeti di BIL 2021, sezione C, che a me sono sembrati di un qualche interesse al di là della graduatoria finale, eccone un altro:  #2, Anna Stella Poli.

Anna Stella Poli – Titolazione
Anna Stella Poli è un’altra autrice che ha sommato una buona votazione complessiva, sebbene non sufficiente, poi, per entrare tra i finalisti. Non saprei dire che cosa sia piaciuto agli altri membri della giuria, o che cosa sia piaciuto in relazione a quanto proposto da altri autori (sì, il confronto in questo genere di cose ha il suo bel peso). Ma per quanto mi riguarda si è trattato, diciamo, di una buona impressione, cioè in primo luogo della capacità di dire diverse cose, dare diverse informazioni con un uso parco (ma non tirchio) dei mezzi a disposizione. In altre parole Poli è una che ci mette poco a dirti ecco, la situazione è questa, il momento è non solo rimarchevole (certo per lei, ma anche un po’ per noi) ma anche replicabile, perchè l’immagine evocata è abbastanza univoca, non necessita di grandi manovre ermeneutiche, è immediata, e perciò immediatamente fruibile, ovvero godibile. A parte l’ultimo testo, inevitabilmente ingenuo e che poteva essere lasciato nel cassetto, direi che con pochi versi il quadro è completo, la scena inquadrata – per dirla col cinema – come un mezzo primo piano dove infatti ci sono o c’erano due personaggi, è conchiusa  in un fatto/effetto che la totalizza, sceneggiata con poche parole necessarie e sufficienti distribuite in versi sintatticamente completi, che non abbisognano di un gran fiato per essere letti. Tutta roba in sostanza che dà a chi legge una impressione di invito al privato sì, ma con leggerezza e senza voyeurismi. Certo, come ho già detto altrove tre poesie sono poche per avere un’idea un po’ meno superficiale del lavoro di Poli, ma alcuni  elementi sono interessanti, come  quell’ uso parco di cui parlavo sopra, e ad esempio si vedano gli incipit (Penso alle mandorle delle architetture medievali. e anche Avevo il tuo sangue attorno alle unghie.) che non solo sono perentoriamente assertivi (e chiusi da un punto), ma anche già saturi del senso che verrà (la mandorla, la vesica piscis, è antica figurazione mistica di inclusione, di unione anche sacra, anche in senso lato amorosa; il sangue attorno alle unghie invece trova ulteriore forza e senso in quel venire del penultimo verso). Mentre il resto del testo, e specie il finale, gode di una specie di understatement (quindi anch’esso parco), una sorta di noncuranza che da l’idea di un voluto approccio antilirico ma anche, per così dire, antieroico, teso cioè ad una poesia non eccezionale, nel senso che per l’autrice trova il suo essere nelle normalità delle cose. (g. cerrai)

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Dante: visioni nell’arte, una nota di Elisa Castagnoli

Henry Holiday, 1883Dante: visioni nell’arte, (ai Musei san Domenico di Forlì)

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“La visione dell’arte”, ovvero la potenza visionaria di una poesia, quella che ha inspirato l’opera di numerosi artisti e pittori nel corso dei secoli, liberamente tratta dall’opera di Dante, dalla sua poesia giovanile a sfondo stilnovista ma soprattutto dall’universo poetico inesauribile della Divina Commedia. Questo è il tema al centro della nuova esposizione ai Musei San Domenico di Forlì riaperta al pubblico alla fine di Aprile dopo la sofferta chiusura dovuta alle misure di contenimento Covid.

Temi e immagini, figure e personaggi della Commedia restituiti dal genio poetico di Dante hanno continuato a dominare nei secoli l’immaginazione collettiva oltre che a ispirare la figurazione plastica o pittorica di molti artisti e scultori. Vale a dire se non è forse possibile comparare due mezzi di espressione tanto diversi quanto la parola, il verso nella sua evocazione poetica e la rappresentazione visiva, molti artisti nel corso dei secoli si sono confrontanti alla potenza visionaria della Commedia dantesca, opera dove la realtà storica è costantemente riflessa in quella ultraterrena e viceversa mentre i ritratti dei più noti personaggi delineati in pochi tratti poetici restano vividamente impressi nella memoria collettiva. Lui, Dante, poeta esule nel viaggio di ascesa dell’anima dal peccato alla salvezza diviene interprete e mediatore della cultura classica e, insieme,della rivelazione cristiana alle radici della nostra civiltà moderna.

L’intreccio tra arte sacra e rappresentazione della dimensione ultraterrena coincidono spesso in epoca medievale spostandosi, invece, in epoca moderna verso un’interpretazione astratta, una rilettura sempre più simbolica di temi e figure tratte dall’opera dantesca, come vediamo nell’estetica simbolista o nella pittura preraffaelita inglese. Certo la Divina Commedia come tutta l’opera di Dante continua a costituire una fonte inesauribile di ispirazione, di citazione pittorica, di rilettura anche distante o rinnovata rispetto all’originale tanto che l’arte in tutte le epoche non può prescindere da riferimenti immaginativi o plastici a una delle pietre miliari della nostra poesia e cultura occidentali. Continua a leggere

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After BIL 2021: Giacomo Vit

Giacomo VitC’è chi vince e chi non vince, si sa.  Ed è la democrazia dei premi letterari, la regola del Tvg / Ng = n: a me alcuni piacevano ad altri no, tutto qui. Ma immagino che questo sia successo ad ogni altro giurato, e ad onor del vero devo dire che i giudizi finali sono stati nel complesso equilibrati. C’è qualcuno che mi sarebbe piaciuto che avesse vinto, o che almeno si fosse qualificato meglio di quanto è avvenuto, tra i moltissimi che ho letto come membro di giuria anche quest’anno a Bologna in Lettere. Ma tant’è.  Facciamo qualche esempio: #1, Giacomo Vit.

Diciamolo subito, chi manda poesie in dialetto a premi generalisti (che non siano cioè programmaticamente orientati, inutile fare nomi) parte svantaggiato. Per varie ragioni, alcune delle quali extraletterarie. C’è intanto una oggettiva difficoltà di lettura, se non siamo proprio di quella area linguistica, c’è la necessità cioè di recuperare un po’ di tempo (sempre tiranno) per scandagliare innanzitutto i suoni, per fare appello poi, se si hanno, alle proprie cognizioni glottologiche, per comparare la resa poetica, stilistica, estetica, metrica e significativa tra la versione originale e quella (sempre presente) in italiano (ma qui bisognerebbe aprire la questione, già sollevata da Pasolini, della traducibilità, letterale e musicale, del dialettale). E così via.

E poi di solito sono lirici, mai  variamente sperimentali, inevitabilmente lineari, ma alla ricerca di una lingua non impoverita, quando quella comune è diventata frusta, o sembra esserlo in rapporto alla propria poetica, spesso radicata in un territorio quanto la lingua stessa, spesso (absit iniuria verbis) provinciale ma – secondo me – nel senso di così universale che potrebbe risiedere ovunque. Proprio perché i dialettali di oggi sono uomini moderni che usano mezzi antichi, gente cioè che investe una più moderna sensibilità sullo “strumento”, artigianale o tradizionale che sia. Mi pare che ci sia sempre qualcosa di “resistente” nella scelta del dialetto, non necessariamente la purezza e l’emotività di cui parlava Pasolini, e forse nemmeno un sentimento antiglobalista, ma forse – anche – la “rassicurazione” di essere di un luogo, certamente, di beneficiare in qualche modo del riflesso di un genius loci o di lari antichissimi che in quel linguaggio risiedono, e che certificano una certa “verità” del dettato, come aveva ipotizzato ancora Pasolini: ma non è detto che si tratti di una comfort zone, che cioè in quella nicchia rimuginino un modulo, una maniera facile, forse anche una certa “innocenza”, una fase pre culturale, meno sovrastrutturata diciamo così. Potremmo fare infinite ipotesi a cui solo gli autori interessati potrebbero dare una risposta consapevole. Continua a leggere

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Davide Lucantoni – Mem, nota di Claudia Mirrione

Davide Lucantoni - MemDavide Lucantoni – Mem  – Nota critica di Claudia Mirrione

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Davide Lucantoni nasce a Sant’Omero (TE) nel 1992 e ha già pubblicato con Arcipelago Itaca Eccesso di Forma (2018), mentre di quest’anno è la sua seconda raccolta di poesie Mem (pubblicata sempre per i tipi di Arcipelago Itaca) su cui, in questa nota, vorrei soffermarmi proponendo un percorso di lettura. Premetto che non conoscevo Davide Lucantoni, complice la giovane età e l’ancora esigua produzione poetica contemporanea, ma, tra le diverse sillogi poetiche di cui mi sto occupando in questo momento, mi ha colpito soprattutto il titolo. Mem. Mentre leggevo le pagine della raccolta, mi chiedevo in cosa fossi incappata. E, progressivamente, ho realizzato di trovarmi di fronte ad una micro-catabasi, ad una descensio ad inferos formato tascabile, ma con dei tratti, del tutto originali, che cercherò di mettere in luce.

Lucantoni, privatamente, mi scrive: “l’idea della raccolta mi è venuta a un funerale, in pratica passeggiavo per il cimitero e mi sono trovato davanti questa lapide su cui era scritto in epigrafe “sarai per sempre vivo nei nostri cuori”. Tutta la raccolta credo abbia luogo in questo equivoco della prospettiva da cui si legge (vedi: L’uomo personificato I – p.20, cf. infra). Mem, appunto, è la lettera dell’alfabeto ebraico che sta per “Il luogo”, e che nella carta XIII dei tarocchi (vedi: XIII. La morte – p.64) la morte scrive in terra con la falce. Nella raccolta ho cercato di sviluppare le suggestioni e le implicazioni di questi elementi. Quindi direi che il luogo è il libro, il quale entrando in analogia con la lapide è anche il punto di arrivo del viaggio compiuto dai vari personaggi della raccolta (e anche il punto di arrivo del nostro viaggio), infatti mi sembra che non ci sia mai un vero spostamento nelle poesie sul camminare e sul procedere. Quello che sperano è di restare vivi nei nostri cuori, oppure noi lettori speriamo di poter vivere in loro, questo è l’equivoco, e dipende da dove ti trovi quando leggi l’iscrizione (dentro la tomba, davanti, a casa tua leggendo l’iscrizione dal mio libro?)”. Continua a leggere

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Bernard Noël – Scritti vari su Imperfetta Ellisse

Bernard NoëlBernard Noël, uno dei più importanti poeti e scrittori francesi, è deceduto il 13 Aprile 2021 all’età di novanta anni. Raccolgo qui alcune delle cose apparse nel corso del tempo sul vecchio sito di Imperfetta Ellisse, in parte difficilmente raggiungibili per motivi tecnici. Alcuni dei riferimenti temporali possono apparire oggi superati, come ad esempio quello della scarsa (allora) notorietà dell’autore qui da noi.

 

(29/01/2006 – Bernard Noël)

In questo periodo di grandi contestazioni contro la TAV, questo testo di B. Noël (TGV, ovvero train à grande vitesse, treno ad alta velocità) sembra capitare a proposito. E’ una suite di tre poesie tratta dal suo libro “Le reste du voyage”, che per quanto mi risulta è ancora inedito in Italia. Lo sguardo sulle cose, le cose che rimbalzano lo sguardo e l’uomo in mezzo a questa relazione come un corpo che attraversa la materia. Se si considera la sua produzione, di Noël nella nostra lingua c’è davvero poco, a parte qualche traduzione di testi sparsi qua e là. Quella che conosce meglio l’autore è Donatella Bisutti, che nel lontano 1978 ha pubblicato sull’Almanacco dello Specchio di Marco Forti (n.7) alcuni testi tratti dall’ormai storico “Estratti del corpo”, che all’epoca mi impressionò non poco e che rappresenta l’esordio di Noël in letteratura. Insieme a TGV, qui in traduzione pressochè letterale e “impoetica”, pubblico anche un testo “teorico” del 1995, “L’atto di poesia”, in cui Noël dice la sua su vita, corpo, poesia.
Chi è Bernard Noël? Nato nel 1930, è un poeta, saggista e romanziere tra i più noti e incisivi in Francia, un personaggio appartato che ama rinchiudersi nella sua casa di campagna senza rinunciare ad una intensa attività culturale. Tra le sue opere il romanzo “Le Chateau de Cène”, ambientato in Algeria, contro gli orrori della guerra, famoso per essere stato oggetto di censura e al centro di un processo contro il suo autore.

 

(28/01/2010 – Bernard Noël, La privazione di senso)

Che cosa pensano i poeti quando non pensano alla poesia? Bè, non hanno la testa tra le nuvole, come crede la gente. Se sono intellettuali non organici, anzi decisamente rompiscatole, quasi sicuramente pensano ai perchè e ai come ci siamo ritrovati in certe situazioni, alla necessità di combattere una lotta di resistenza in difesa della cultura. Al perchè ad esempio la nostra capacità critica è stata progressivamente e artatamente ridotta ai minimi termini, procurando una vera mutazione antropologica, una reale perdita di realtà (mi si passi il bisticcio). E’ ciò di cui parla in questo breve saggio Bernard Noël, uno dei poeti francesi più noti e impegnati, di cui IE ha a suo tempo pubblicato qualcosa. Anche se risale al 2006, come si nota  da qualche riferimento alla cronaca francese del tempo, esso mantiene tutta la sua drammatica attualità ed è un buon esempio di letteratura  applicata che non rinuncia a gettare uno sguardo critico sull’esistente.
Il testo è tratto dal sito progettogeum.org di Lino Cannizzaro, che ringrazio. La traduzione è di Viviane Ciampi.
(continua a leggere QUI)

 

(29/06/2010 – Bernard Noël e il tempo capitale, un articolo di Alessandro De Caro)

La poesia di Nőel è un organismo in continua mutazione, che non rimanda soltanto ad una concezione esistenziale dell’uomo- immagine retorica, se si vuole, di cui abbiamo avuto infinite varianti- ma ne spinge le radici più lontano, producendo qualcosa come un ostacolo, tattico e politico, alle rappresentazioni dominanti. Penso sia depistante leggere Nőel come un poeta dell’anima e della riflessione, comunque la si voglia intendere; a somiglianza di altri autori di area francese, come Blanchot o Bataille, il suo lavoro è un atto di resistenza nei confronti delle categorie in cui, da sempre, la critica tenta di ridurre la letteratura. D’altra parte, la cifra filosofica e politica…(continua QUI)

 

(19/04/2017 – Bernard Noël, due poemetti)

Due poemetti di Bernard Noël, tradotti da me, tratti da La peau et les mots – Flammarion 1972, nei quali il tema principale è il corpo, dominante anche nella sua opera più nota in Italia, Extraits du corps (1958, trad. italiana di Donatelle Bisutti 2001), in relazione al linguaggio e a quel concetto, elaborato dallo stesso autore, di sensure (omofono di censure), privazione di senso della parola (comprensione, estensione, significato), uno snaturamento a causa dell’abuso della lingua, una “inflazione verbale che rovina la comunicazione all’interno di una collettività, e di conseguenza la censura”, di cui il potere è il primo artefice e responsabile. La parola (e il linguaggio poetico) è qui ridotta alla significazione essenziale, anche quando deve riferirsi a situazioni e dinamiche complesse come l’amore o l’eros, o alla più cruda fisicità, finanche scatologica, del corpo. (continua a leggere QUI)

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Thomas Torelli – Un altro mondo, nota di Elisa Castagnoli

“Un altro mondo possibile” (dal docu-film di Torelli alla svolta post-covid)

Un altro mondo, è quello cui aspiriamo nell’impasse delle nostre vite attuali compresse nella propria libertà individuale dall’epidemia Covid in corso. Ancora, “un altro mondo” è evocato nel documentario di Thomas Torelli ritrasmesso in questo periodo su diversi canali online in un paese relegato una volta di più alla chiusura a tutti i livelli della “zona rossa”. “Un altro mondo” sarebbe allora l’immagine tacitamente invocata da molti dell’ azzerare il meccanismo e ripartire , rimettere tutto in circolo ma con un intento comune rinnovato mentre portiamo addosso, ancora, l’oppressione della malattia, la morte dei molti intorno a noi e viviamo l’inesausto senso di frustrazione di un virus che continua a infiltrarsi al quotidiano senza poterlo estirpare. Sarebbe      “ un altro mondo”, forse, la svolta necessaria oggi, rispetto a questa società post-industriale di continuo progresso tecnologico dominata da un materialismo distruttivo e alienante per l’essere umano.

Voci di scienziati, filosofi, fisici e sciamani si alternano premonitori in questo video girato nel 2014 (prima dell’avvento del Covid) mettendo in discussione la visione attuale del mondo per farci riscoprire sistemi e valori delle società antiche come i nativi d’America o le popolazioni aborigene. Allo stesso modo, alcuni principi della fisica quantistica divulgati da noti ricercatori spiegano la materia del cosmo come intelligente, vivente e in connessione con ogni singola particella nell’universo riallacciandosi in qualche modo alla saggezza degli antichi. Se la separatezza come lo studio di unità discrete contraddistingue il pensiero scientifico moderno, la teoria quantistica della correlazione di ogni singolo atomo dell’universo come totalità_ “una fisica di relazioni che si trasmettono attraverso un insieme di frequenze”_ può modificare la visione attuale dell’uomo producendo in lui una coscienza critica sul presente.

“ Tutto è energia e questo è quello che esiste. Sintonizzati alla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà. Non c’è altra via. Questa non è filosofia. Questa è fisica” ( A. Einstein)

Vasti altopiani del Messico: cieli tersi, di un blu limpido seppur attraversato da striature di nuvole biancastre. Dall’alto si vedono le distese sconfinate delle catene montuose rossicce e aride, i loro massi millenari plasmati e scolpiti dal passaggio del tempo, nello spazio aperto di un orizzonte che si perde illimitato oltre il nostro sguardo. Si ode il gracchiare di uccelli attraverso la piana silenziosa, poi il canto di uno sciamano a distanza e il battito dei tamburi. Egli afferma: “ la natura non ci appartiene ma ci è solo donata, non porteremo nulla con noi ma possiamo gioire di quello che è qui e ora”. Nei bambini il “qui e ora” è l’eterno presente del gioco, il continuum del gioire incondizionato a cui non si sovrappone l’aspettativa o l’ansia del futuro né il peso o il rimpianto del passato. Ed è solo in questo presente vissuto ogni istante pienamente e in profonda connessione con sé stessi, afferma ancora la voce fuori campo nel video, che potremmo dischiudere il potenziale per un cambiamento, le basi per un futuro differente”. Continua a leggere

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Carlo Tosetti – La crepa madre

Carlo Tosetti – La crepa madre – Pietre Vive Editore, 2020Carlo Tosetti - La crepa madre - Pietre Vive Editore, 2020

Trovo sempre curiosi i libri in cui l’autore in qualche modo mette le mani avanti – o in fondo al libro, come in questo caso. Magari con un “Ammonimento” come il seguente:

 

A chi pensi che la Crepa
sia metafora, allegoria,
l’ammonisco che si inganna:
peculiare è che sia viva,
il suo istinto – che ho vissuto –
non fu sogno, né malia.

D’accordo. Inutile cercare di convincere l’autore che sarebbe come mettere in guardia sul linguaggio medesimo, sulla sua capacità eidetica anche al di là delle intenzioni di chi scrive. E del resto, oltre a questo, il lavoro di Tosetti già si presenta, fin dalla prime righe, come un singolare prosimetro narrativo, nel quale l’occasione è un fatto vero o veritiero avvenuto in un luogo vero (o – narrativamente – veritiero), là dove – cito dall’ Avviso che apre il libro – “le vicende narrate sono intreccio di fantasia e convinzioni attecchite nel substrato dei miei ricordi”. Ecco qua, con qualche piccola contraddizione. In altre parole, se non è metafora è, in certa misura, mito. La mitostoria di una crepa “viva” che nel tempo attraversa una casa, una città, un territorio (siamo dalle parti di Erba, vicino al Lago di Como), sembra tornare indietro sui propri passi, in un certo senso “guarire”, imparentata alla lontana ma con qualche significato con una brutta ferita che l’autore si è procurato da ragazzo e che in qualche modo li apparenta. La crepa, che poi appunto miticamente diventerà la Crepa, ovvero qualcosa con una sua propria identità, manifesterà il suo essere in un’estate con un frastuono dalla casa di fronte, quella dei vicini: “trovammo uno squarcio tremendo nel muro: partiva dal primo piano e irrompeva di sotto, nella spaziosa sala da pranzo”. Da questo evento parte la storia, della Crepa e della Casa (anch’essa mito – in buona misura  e per proprietà transitiva – in quanto ospitante l’evento).   Tra Storia e folklore (la Casa che è antica, la Crepa che ripara i suoi danni nelle notti di luna, entrambe destinatarie di inutili esorcismi, la Crepa che rumoreggia ma non fa danni, si muove per la Casa, la Crepa che si attiva col malumore degli abitanti della Casa, che rumoreggia, che è viva, “dotata di una sua petrosa e peculiare sensibilità”, che terrorizza i nuovi proprietari ecc.) la storia, intesa come narrazione, si dipana. Il tentativo di mettere mano ad una ristrutturazione della Casa  che la ospita scatena una reazione della Crepa che guadagna l’esterno, come in fuga, attraversa il paese risparmiando le case e la Chiesa ma non condutture, tubi, fogne, fili elettrici, si inoltra in campagna fino a giungere a pochi metri dal lago, dove si arresta, recede un po’, “dopo uno sbuffo da locomotiva esausta”. La Crepa, ci dice l’autore, è qualcosa di vivo e ancestrale collegato alla vita, perché fin dalla creazione del mondo è ciò che ha unito, più che separare, sigillando la crosta. La ricostruzione del paese e la riparazione dei danni relegano in seguito la Crepa madre nell’oblio, per tutti ma non per l’autore, memore di una misteriosa parentela tra di essa e la brutta ferita al ginocchio della sua infanzia, convinto del simbolo, la “forma” che essa rappresenta delle infinite ramificazioni della vita. Così col tempo alla fine chi racconta ritrova la Crepa, sicuro ormai che essa “è la manifestazione di una forza, una volontà necessaria, il motore di ogni taglio, segno, struttura”, la ritrova e la riconduce come un docile animale, ripercorrendo a ritroso il vecchio cammino, riscrivendo le vecchie ferite, alla sua antica dimora.  Forse un movimento geologico, forse una manifestazione di una natura non necessariamente deterministica, ma comunque qualcosa non avulsa dall’uomo, che come ogni aspetto del mondo agisce il suo riflesso con esso.

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